La destra e quell’assurda equiparazione tra le foibe e la Shoah – di Claudio Vercelli, il Manifesto 8 giugno

Loška Dolina, Slovenia meridionale, il 31 luglio 1942. Soldati italiani fucilano Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec, cinque abitanti del villaggio di Dane presi in ostaggio qualche giorno prima. Nell’Italia degli ultimi anni, un’interpretazione frettolosa e “capovolta” di questa foto ne ha innescato la proliferazione virale in rete e sui giornali, sino a farne l’illustrazione per eccellenza di articoli sulle foibe e le vittime italiane della “violenza slava”.

Se la politica, come soggetto e, al medesimo tempo, insieme di luoghi della decisione, latita, scemando in un evanescente concentrato di tecnicismi e di pressapochismi sovranisti, subentra allora il gioco delle identità riflesse, quelle tanto esibite quanto concretamente destinate a contare, nei fatti, poco se non nulla. Gli illusionismi populistici, al pari di quelli tecnocratici, non offrono mai soluzioni reali bensì compensazioni risarcitorie. È parte di essi il campo asfissiante dei simbolismi, chiamati – in qualche modo – a surrogare ciò che di fatto è invece assente.

Certo, mai ci si dovrà dimenticare della lezione novecentesca per la quale il rapporto tra le cose (la cosiddetta «struttura») e le loro raffigurazioni (la «sovrastruttura») è elemento integrante dei rapporti di potere e, con essi, delle diseguaglianze strutturali. Le immagini di senso comune, per intenderci, servono a sancire, cristallizzandole rigidamente e quindi in qualche modo legittimandole davanti alla collettività, le disparità nell’accesso alle risorse. In un tale quadro di riflessioni, la battaglia dell’odierna destra illiberale ha un obiettivo fondamentale, che non può essere confuso con la lotta politica contro i suoi tradizionali avversari. Infatti, esso trova nella delegittimazione di tutte le istanze storiche di emancipazione, quanto meno per come sono venute affermandosi concretamente, dalla lotta di Liberazione in poi, il suo fulcro più potente.

QUELLA DESTRA, che in Italia è da sempre ben presente, non solo non ha fatto i conti con il passato ma non intende in alcun modo farli neanche per i tempi a venire. Poiché in esso, con i richiami e gli echi ai suoi aspetti più deteriori, continua invece a riconoscersi, neanche troppo sottilmente. Entriamo quindi nel merito della questione. La destra illiberale, che trova un accredito tra gli elettori italiani, raggiungendo oramai il quaranta per cento dei consensi, sta conducendo da più di trent’anni – quindi ben prima dello stesso tempo di Berlusconi – un kulturkampf contro le architravi antifasciste del sistema costituzionale italiano. L’elemento di aggregazione di soggetti e protagonisti diversi è il richiamo ad un violento anticomunismo di facciata. Le molteplici retoriche contro il «totalitarismo», che dagli anni Ottanta in poi si sono acriticamente ripetute, nel nome del trionfo di un liberalismo inteso essenzialmente non come cultura delle regole bensì in quanto individualismo proprietario, puntano a lasciare disarticolate le funzioni redistributive dello Stato. Nulla di nuovo, da questo punto di vista.

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