LA DELIZIANTE PAROLA DELLA POESIA

Messina – foto nuovosoldo.it

di Sebastiano Saglimbeni

Quei canti popolari, la maggior parte, anonimi, di Limina, in provincia di Messina, significativi ed armoniosi, intonati dai contadini durante il duro lavoro dei campi, mi ispirarono a comporre versi in dialetto e nella nostra lingua. Ero stato avviato, come altri ragazzi, agli studi, dopo i cinque anni delle Elementari iniziati mentre durava quell’epoca triste e ignobile della dittatura fascista. Avevo così scoperto la deliziante parola della poesia e mi ero ritenuto un altro, un diverso.

Una volta che voltai le spalle al paese dove ero nato e andai a vivere a Messina per oltre un decennio, potei pubblicare su una rivista locale trimestrale alcuni miei testi di poesia. E fu un avvenimento. La bella città delle sciagure era un po’ risorta dopo la peste della seconda guerra mondiale. Invero attesa in primavera e d’estate nelle mattinate e nei tardi pomeriggi quella brezza marina a Piazza Cairoli dove sorgeva il frequentatissimo caffè “Irrera”. Vi ero approdato in città da un vecchio paese dalle case basse, nere di fumo e dalle strade maleodoranti; ed ero cresciuto culturalmente ed avevo trovato lavoro, il “gran porto da cui si parte e a cui si arriva in ogni vagare dell’intelletto alla ricerca di una verità”, per dirla con l’umanista Concetto Marchesi.

Vivissimi in me quegli anni a Messina, dove, come altri giovani che praticavo, gustai, scrivendola, la deliziante parola della poesia. Ma ne lessi, ne lessi tanta per la conoscenza del nostro patrimonio italiano letterario e straniero. Nella città studiai dalle origini al primo Novecento l’affascinante letteratura spagnola, i suoi grandi classici come i drammaturghi Lope de Vega del 1500 e Calderòn de la Barca del 1600. Nella città nel 1958 sentii per la prima volta la penetrante e nuova parola poetica di Federico García Lorca. Un attore locale, certo Tripodo, recitò una sera in una sala dell’Istituto di rieducazione “Alfredo Cappellini” a un denso gruppo di presenze di varia estrazione sociale culturale,”Llanto por Ignatio Sánchez Mejías ”.

E si era intensificato il mio interesse per la letteratura spagnola. Del poeta Gustavo Adolfo Bécquer, divorato dalla tisi nel fior degli anni, collocato tra i romantici spagnoli della seconda metà dell’Ottocento, studiai le sue suggestive liriche. Tra queste, una dedicata al ritorno della primavera con le oscure rondinelle, alla bellezza muliebre, all’amore vero, refrigerio dell’anima e struggente. La lirica si conclude con il cantore innamorato, “muto e assorto e inginocchiato,/ come si adora Dio dinnanzi all’altare, /come io ti ho amato (….);/ così nessuno ti potrà amare!”. Deliziante per me qui di seguito riportarla, pure per far rivivere quei lontani anni a Messina, oltre mezzo secolo, dal sangue in fermento come mosto. Pure per ricordare quei leggiadri volatili viaggiatori non più visti nella mia piccola nuova comunità. Si sentano i versi del poeta Bécquer:

Torneranno le oscure rondinelle,
nel tuo balcone i nidi costruiranno
e un’altra volta con l’ala sui vetri,
giocando, chiameranno.

Però quelle che il volo rallentavano,
e la tua bellezza e la mia letizia ammiravano,
quelle che appresero i nostri nomi,
quelle non torneranno!

Torneranno i densi caprifogli,
del tuo giardino prenderanno i muri,
e ancora una volta nel vespro, stupendi,
si schiuderanno i loro fiori.
Però quelli che ha invaso la rugiada,
le cui gocce tremanti contemplavamo,
cadenti come lacrime del giorno…,
quelle non torneranno!

Torneranno dell’amore nelle tue orecchie
le parole ardenti risuonando,
il tuo cuore dal suo sonno intenso
potrebbe risvegliarsi.

Però muto e assorto e inginocchiato,
come si adora Dio dinnanzi all’altare,
come io ti ho amato (…),
così nessuno ti potrà amare!

Questa lirica – potrei passare per un decadente, per un molliccio – continua a balenarmi e a risuonarmi nella vecchia mente. Eppure l’avrei dovuto ignorare, non preferirla dopo che lessi e rilessi i tragici e i lirici greci e i nostri classici italiani e ad alcuni americani, come Walt Whitman, come i poeti della Beat Generation Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti ed altri. E poi i nostri “Nuovissimi” Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Antonio Porta.
La deliziante parola della poesia… Avevo ristudiato, da insegnante di Discipline letterarie, i poeti latini e con certo coraggio volli provare a tradurre brevi tratti del De rerum natura di Lucrezio, un’assoluta grandezza di poesia latina. Per tanti studi e traduzioni che continuano ad eseguirsi ad oltre due millenni. Un altro poeta latino, Ovidio, venuto qualche tempo dopo, nella sua fine opera Amores, vaticinò l’eternità della poesia lucreziana. E scrisse:

Carmina sublimis tunc sunt peritura Lucreti,
exitio terras cum dabit una dies.

Versi che tradotti in italiano si leggono:

Allora la poesia del sublime Lucrezio sarà destinata
a morire quando un solo giorno distruggerà la terra.

Alte convinzioni di un uomo che finirà la sua vita, tutta di poesia, di amori e godimenti carnali, tanto lontano da Roma. Per motivi di costume, un decreto di Augusto lo aveva rilegato nell’8 d. C. a Tomi sul Mar Rosso, nella odierna Costanza.
La poesia, la poesia, l’amore per la poesia…. In questo 2021, a più di un anno dello scoppio della peste su tutto il nostro pianeta, credo che tanti abbiano ricorso alla scrittura con predilezione alla poesia scrivendola e leggendola scritta da altri. Per l’amico poeta Giorgio Gabanizza ho provato, dopo tanto – non mi tradisca la tarda età e i mali fisici – ad allineare versi. Che mi deliziano, mi illudono, mi distraggono, scrivendoli e riscrivendoli. Qui di seguito li riporto.

Questa ennesima peste ci produce
linguaggi nuovi e poetiche nuove.
Che virtualmente voleranno
per questa che ci tiene
zozza Terra.

Se cesserà di mieterci verticali
larve umane e ci saremo
non siamo, non siano con il sangue
in fermento con smanie
di partenze e di ritorni.
.
Sì, la peste. Che del tenero si sazia
verde umano. Non meno ci strazia,
di quella remota.
“ Su estinti fanciulli corpi di madri
e padri estinti”, da Lucrezio

Caro volgo nella nostra itala lingua
e quasi quasi mi elevo. Ci resta,
come vestiti vecchi rammendati,
assisi sulle panche, a rievocare
la dirompente freschezza corporale.

Allineare versi. Come tu facesti un tempo, amico Giorgio, e continui ornando il tuo combattivo esistere. Dove dimoriamo da anni, i tigli, di qua e di là della via, verdissimi, sono una poesia. Una poesia visiva? E quanto prima, passati questi giorni aprilini acquosi freddi, con il sole spanderanno profumi per alcuni giorni e sentiremo il ronzio delle api. Concludo con la citazione di una mia poesia che fa parte della silloge Estremi bagliori del tramonto scritta anni or sono. Dice di Mimnermo, intramontabile lirico greco.

Come scarlatte foglie gli anni in fiore,
espressione di un tempo. In verso smangia
la tarda età. Morire agognava
Mimnermo, indolore, non obliquo,
quando abbaglia il sole inutilmente
e le donne dispregiano. Appagato
cantava:

“Allora, anziché vivere,
è più dolce morire”.

Non è mai morto, vive da millenni.
La deliziante parola della poesia…. Doppie persone, pagliacci più umani, ci consolerà?

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