Troppo lavoro: colpa di una «cultura distorta»

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In questi giorni la rivista online Sixth Tone ha pubblicato la storia di Zhang Mo, ex impiegato che ha scelto di fare l’artigiano. Arrivato a Shanghai una volta conclusa l’università, aveva lavorato prima come architetto, poi come organizzatore di eventi e infine nell’industria del tech, tutte occupazioni da “white collar” che presupponevano una grande quantità di straordinari. Stanco della vita frenetica, si era deciso a ricominciare a studiare. La pandemia di Covid-19 aveva però stroncato i suoi piani di un’esperienza all’estero, convincendolo a mollare tutto per iscriversi a un laboratorio di falegnameria, un’attività del tutto nuova per lui. Quello che lo attrae, racconta, è la “fisicità nella lavorazione del legno”, il fatto che si possa toccare con mano il frutto del proprio lavoro. La mente si calma e si concentra sui lenti movimenti delle mani.

Malgrado la sua indubbia posizione privilegiata senza la quale non avrebbe potuto smettere di lavorare per ricercare la lentezza e la riflessione in un laboratorio senza durata fissa, la sua storia merita di essere letta perché rappresenta un cambio di rotta sempre più diffuso nella considerazione che si ha del regime lavorativo tipico dell’impiegato di città: le dodici ore al giorno per sei giorni a settimana dell’ormai noto “orario 996”, che caratterizza in particolar modo l’industria del tech.

Se è vero che la cultura del sacrificio e della competitività in ambito lavorativo è tutt’ora radicata, le due tragedieche hanno interessato la piattaforma di e-commerce Pinduoduo tra fine dicembre e inizio gennaio hanno fomentato un sentimento di indignazione generale.  In primo luogo, a infiammare il web era stato lo spiacevole commento pubblicato sul web dalla società dopo il primo tragico decesso, poi rapidamente rimosso e imputato al personale punto di vista di un dipendente della società. In secondo luogo, il caso di licenziamento del signor Wang: dipendente della medesima società, il 7 gennaio aveva postato anonimamente sui social media la foto di un’ambulanza che portava via un collega svenuto in ufficio. Pinduoduo aveva prontamente identificato e, il giorno seguente, licenziato il lavoratore, motivando la scelta con alcune “dichiarazioni estreme” da lui mosse nei confronti dell’azienda.

La società fa parte, assieme ad Alibaba, Tencent Holdings Ltd., Meituan, JD.com Inc. e Baidu Inc., delle sei Big Tech quotate all’estero che lo scorso anno hanno registrato una rapida crescita dell’organico. Ma le opportunità sono calate e l’opinione un tempo comune che un lavoro nel settore tecnologico generi prestigio e sicurezza economica ha lasciato spazio a considerazioni più realistiche. In un report del gruppo mediatico cinese Caixin si afferma che negli ultimi due anni le storie di successo di stipendi che si attestano sui 150.000 yuan all’anno – e che possono arrivare anche ai 500.000 yuan in poco tempo – sono sempre meno frequenti. Allen Zhang, fondatore dell’app più utilizzata in Cina, WeChat, il mese scorso ha affermato che i giovani di oggi non hanno le stesse opportunità che aveva lui anni fa di creare in autonomia un prodotto da zero.

Per molti impiegati, ormai, il gioco non vale più la candela e sempre più persone decidono di lasciare lavori che pretendono troppo a livello umano. Al New York Times una giovane impiegata di un’azienda tecnologica cinese racconta che, assieme ai suoi colleghi, ha convenuto che i giovani cinesi di città debbano cambiare qualcosa nel proprio stile di vita: l’occupazione precedente le richiedeva di lavorare fino alle 11 di sera, a volte fino alle 3 di notte, e questi orari pressanti l’avevano indotta a entrare in terapia.

Fino a poco tempo fa pochi osavano prendere posizione pubblica contro il regime “996”, ma sembra che qualcosa stia cambiando e da qualche mese la questione del superlavoro è molto discussa sui social cinesi, pur con punti di vista differenti: alcuni sostengono che l’overworking debba essere regolamentato perché spegne il desiderio di consumo della classe media, quella fascia di consumatori con il potenziale più alto in Cina, altri evidenziano gli effetti che i turni da 70 ore settimanali hanno sulla salute, quali mancanza di sonno, il rischio di obesità e di malattie cardiache o la compromissione delle funzioni immunitarie.

Pare che un maggior spazio di discussione sia nato in seguito alle dichiarazioni senza precedenti di alcuni funzionari politici: già a fine gennaio Lu Jingbo, avvocato e membro del Comitato della municipalità di Shanghai della Conferenza politica consultiva del popolo cinese – il massimo organo consultivo del Paese, riunitosi per il consueto appuntamento annuale lo scorso 4 marzo – aveva avanzato una proposta di regolamentazione degli straordinari, che di rado vengono pagati. Le aziende giustificano questa palese violazione della legge sul lavoro come una scelta volontaria del dipendente. Un’altra problematica dal punto di vista legale risiede nella poca chiarezza quando si tratta di individuare la responsabilità delle morti per overworking: l’avvocato aveva proposto l’istituzione di parametri scientifici che le riconoscano come “morti sul lavoro”.

Pochi giorni fa, un altro membro della Conferenza politica consultiva, Li Guohua, ha affermato che il fenomeno diffuso del lavoro diffuso dovrebbe generare forti preoccupazioni nelle autorità politiche in quanto dimostra che i grandi colossi tech scelgono di ignorare volutamente la legislazione cinese. La risposta dal settore privato non si è fatta attendere e due giorni fa Yang Yuanqing, CEO del gruppo Lenovo, ha dichiarato di fronte ai membri del Partito che la sua società difende l’equilibrio tra vita privata e lavoro e si oppone con fermezza al regime “996”.

Si tratta di prese di posizione importanti, che rimarcano ciò che da mesi viene denunciato anche dai media statali: il lavoro straordinario diffuso fa parte di una “cultura distorta” e l’industria tech non può più evitare questioni come il rispetto della legge sul lavoro e la protezione dei diritti e degli interessi dei dipendenti.

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