La fine di un ciclo

di Gustavo Esteva

Non è solo la fine dell’anno. Termina un ciclo, un’era, un’epoca. Non è la situazione difficile di cui parla Gramsci, quando il vecchio non finisce di morire e il nuovo non termina di nascere. Sono le situazioni difficili della morte del vecchio e delle forme del nuovo.Per prima cosa, dobbiamo riconoscere ciò che abbiamo fatto: un terricidio. Abbiamo liquidato il clima che avevamo. La distruzione di esseri viventi e inanimati, di piante, animali e persone, come anche di suoli e di acque, è tanto atroce quanto inconcepibile. L’avidità immorale e irresponsabile di corporation e di governi ha causato questa distruzione e creato forme di assuefazione che ci rendono complici del crimine quotidiano, perché persistono modelli di consumo e modi di vivere che possono rendere le nuove condizioni climatiche incompatibili con la vita umana. È un comportamento nel medesimo tempo suicida e criminale.

I sintomi di questa catastrofe sono evidenti, sebbene si continui a negarli. Si nega ancor di più la catastrofe del mondo sociopolitico, nel quale i crimini sono anche più gravi ma dove non è altrettanto evidente la liquidazione del vecchio. Quando un regime muore, i suoi rituali, le sue illusioni e i suoi simboli permangono per secoli e generano l’impressione che ciò che è morto continui ad esserci. Esistono ancora re e regine, e con loro la mentalità monarchica, sebbene quel regime sia terminato da molto tempo. Coloro che vogliono alimentare l’illusione che tutto continui ad essere uguale a prima, ora si preoccupano di predisporre i soliti rituali affinché la gente agisca come se il cadavere fosse vivo.

Ad esempio, pratichiamo ancora gli esercizi elettorali. Non sono mai stati autenticamente democratici. È triste vedere che continuiamo a considerare il voto come la nostra azione politica più importante, ed è triste pensare che il voto, anche quando funzionava, produceva solo governi della maggioranza; non ha mai espresso la volontà collettiva. Deve preoccuparci il fatto che molte persone continuino a credere in questi esercizi, sempre più ridicoli e inutili; che non comprendano che in questo modo contribuiscono all’esercizio autoritario, a dargli una misera apparenza di legittimità.

Questa foto è stata rilasciata il 25 aprile dall’ufficio stampa della Presidenza di El Salvador. Mostra i detenuti della prigione di Izalco, a nord-ovest di San Salvador, durante un’operazione di sicurezza dopo che il presidente Nayib Bukele ha dichiarato la massima emergenza in tutti i centri penitenziari.

Vi sono aspetti più complessi che non è facile percepire. L’individuo, una delle creazioni dell’era moderna, fu la base dell’impresa capitalista e della sua configurazione politica nella forma dello Stato-nazione. Questa costruzione sociale ha perso forza e vitalità, e si affievolisce ad ogni passo. Le persone si riconoscono sempre di più come nodi di reti di relazioni e le cellule che costituiscono l’esistenza sociale cessano di essere individuali. L’ossessione del governo messicano attuale di dare forma individuale a tutti i programmi sociali, accantonando tutte le forme collettive o comunitarie di esistenza, è un ulteriore sintomo del suo radicamento in forme obsolete di agire. È particolarmente pericoloso il suo disegno di distruggere e vendere il sudest (regione oggetto di grandi progetti neoliberisti, Ndt) in nome dello sviluppo e del progresso, con dispositivi sempre più autoritari. Così come apre la frontiera a rifiuti tossici che la Cina ha rigettato, allo stesso modo tenta di dare spazio a rifiuti economici, sociali e politici in aperta decadenza.

Il mondo nuovo si presenta sotto due forme antagoniste. Una è addirittura peggiore di quella del mondo che è morto. Si basa sull’accumulazione senza precedenti di ricchezze in poche mani, sulla rapina distruttiva generalizzata e sull’instaurazione di una società del controllo, sperimentata col pretesto del virus. Orwell non è arrivato fino a quello che incombeva su di noi. È una dominazione atroce, esercitata in modo folle da un’élite immorale e irresponsabile sempre più cinica. Distrugge senza distinzione natura e cultura, il tessuto sociale come quanto resta delle capacità autonome. Già genera fame, angoscia e dolore in milioni di persone, e i suoi danni saranno sempre più gravi, in mezzo alla violenza mafiosa, corrotta e crescente che è la sua forma normale di esistenza.

Alluvioni, incendi, uragani, alluvioni, eruzioni, invasioni di locuste nel corso del 2020 non hanno fatto notizia a causa della pandemia. Nella maggior parte dei casi sono stati alimentati dai cambiamenti climatici, a loro volta innescati dalle attività umane che continuano a inquinare e depredare il pianeta. Foto tratta da Città clima

L’altra forma del mondo nuovo riflette un insegnamento secolare sui modi di vivere la condizione umana. Non è utopia né dottrina, ma un mondo fatto di molti mondi, come dicono gli zapatisti. Milioni di persone, in molti diversi contesti urbani e rurali, hanno cominciato a costruire innumerevoli modi degni di vivere, che rispettano nello stesso tempo natura e cultura. Si impegnano a livello di base nel loro spazio immediato, concreto, che è l’unico nel quale possiamo agire politicamente nel vero senso della parola. Ma non li anima uno spirito localista. Contemporaneamente si pongono in relazione con altre e altri che in molti luoghi agiscono in modo analogo. In questo modo resistono agli orrori che ci opprimono e riparano i danni che abbiamo prodotto in tutte le dimensioni della realtà.

Sarebbe ridicolo o stupido anticipare i risultati e cantare vittoria. Abbiamo di fronte orrori di ogni specie. Incombono fame, sofferenza e dolore per molti milioni di persone. Sarà impossibile impedire molti aspetti della distruzione in atto. È tempo di disobbedienza e di lotta, lotta incessante, quotidiana, lotta come modo di vivere. Però dobbiamo riconoscere che è anche tempo di celebrazione. Avremo un anno realmente nuovo. Reinventarci creativamente è diventato una condizione generale di sopravvivenza. Siamo obbligate e obbligati a farlo. Così potremo generare la forza necessaria, con il coraggio e le capacità che ci vogliono per affrontare le sfide che ci attendono.

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