“È QUESTO IL FIORE”: IL LIBRO DI MAURO BIANI

Nelle librerie, una raccolta di vignette che Mauro Biani ha dedicato all’antifascismo. La prefazione del Presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo

È questo il fiore, edito da People, raccoglie le migliori vignette che Mauro Biani ha dedicato all’antifascismo, impreziosite da dieci inediti. Un viaggio che parte dalla testimonianza di Liliana Segre, dal dovere della memoria, e passa per il fuoco mai spento della Liberazione, che si riverbera nella Resistenza quotidiana di tante e tanti

Copertina libro “È questo il fiore” di Mauro Biani

LA PREFAZIONE DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANPI, GIANFRANCO PAGLIARULO:

È questo il fiore. Questo volume è profondo come una lama, infinito come uno specchio, emozionante come un fascio di nervi. Ed è, a suo modo, un racconto. Il racconto di un’Italia di oggi, piagata, umiliata e offesa da un ritorno nel senso comune e nel messaggio politico di idee e pratiche di odio, esclusione, discriminazione, violenza verbale (e spesso fisica). Insomma, l’armamentario ineliminabile di ogni fascismo e di ogni nazismo. Assieme, è il racconto di un’altra Italia di oggi, quella della solidarietà, della prossimità, della cittadinanza attiva, dell’accoglienza, cioè il paesaggio della Costituzione nella città del 25 aprile. Il linguaggio è sì quello della vignetta, ma di Biani, e dunque di amara dolcezza, caustica semplicità, sarcastica sobrietà. Ma, insieme (o per questo?), di possibilità/speranza, come scrutando nella nebbia un orizzonte che sarà̀ prima o poi distinguibile e perseguibile.

Sono pagine antifasciste, che ci rincuorano davanti a uno scempio ricorrente che vorrebbe avvolgerci (ma non ci travolge) dalle pagine dei media e dei social ove c’è chi cova le uova del serpente e cerca, in vari casi riuscendoci, di farle schiudere.

Un volume che esce al tempo della pandemia, un’Idra dalle mille teste che, assieme a infiniti lutti, pone a tema l’urgenza di un cambiamento perché mette a nudo il fallimento di un meccanismo di sviluppo incapace di essere al servizio dell’umana gente.

Questo volume è l’antifascismo oggi: un urlo silenzioso – troppo facile l’accostamento al quadro di Munch – che ci mette in guardia e ci difende dal più pericoloso degli stati d’animo: l’indifferenza. Perché è vero che i fascismi novecenteschi sorsero e crebbero nel consenso e nella complicità di alcuni, ma è anche vero che godettero dell’indifferenza di molti dopo il sanguinoso crogiuolo dell’“inutile strage” della Prima guerra mondiale che istituzionalizzò la violenza come mezzo di risoluzione delle controversie, ponendola a base di un precario ordine che prima generò il nazifascismo e poi precipitò nel baratro della Seconda guerra.

Mi dirai: ma è passato un secolo o giù di lì! Ancora con queste litanie! È vero, avvenne tanto tempo fa e la storia non si ripete mai nella stessa forma. Appunto. Nella stessa forma. Ma conserva lezioni permanenti, tanto meno efficaci quando del passato si perdano le tracce, cioè la memoria. Viceversa, coltivandola, conoscendo e ricordando, da un lato, e dall’altro interrogandosi sul futuro, si costruisce uno strumento essenziale per capire il presente e agire conseguentemente. Possiamo chiamare questo strumento memoria attiva. Per questo qui e ora bisogna farsi parte risoluta. Farsi partigiani. L’alternativa è nella cecità descritta da Saramago: essere «ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono».

Se è vero che siamo tutti figli del nostro tempo, occorre quanto meno dedicargli uno sguardo. È stato liberato il tratto della violenza come linguaggio della mente e sovente del corpo; la guerra è tornata a essere consuetudine, peggio, abitudine; il picco della diseguaglianza è decollato come mai dal dopoguerra; la vita democratica e la partecipazione popolare hanno subìto negli anni una progressiva sterilizzazione; la crisi economica avviatasi nel 2007/2008 e oggi la pandemia hanno involgarito il dibattito pubblico e in parte imbarbarito i rapporti sociali; la connessione sentimentale con la vita politica si è interrotta per larghe fasce popolari e per altre ancora si è ricostruita attorno a pulsioni di risentimento e di rancore; è entrata in dissolvenza l’idea di persona umana, cioè del singolo nei suoi rapporti con l’altro e con la derivante etica, mentre è stato edificato un monumento attorno alla nozione di individuo, il cui valore è misurato solo su ciò che possiede e su ciò che consuma: una società di solitudini.

Nel vuoto crescente e nell’imbarbarimento quotidiano sono rinati i fascismi non solo come visione del mondo, ma anche come modi di essere ed essere di moda, mentre cattivi maestri vecchi e nuovi si alternano nei più bizzarri assassinii della memoria: e ha fatto anche cose buone, e le leggi razziali sono state un errore ma per il resto non è detto, ed era una dittatura benevola, ma “dittatura” va bisbigliato, perché in fondo quando ci vuole ci vuole, e “benevola” va detto forte, e Dio patria e famiglia, ma in fondo che c’è di male. A ben pensarci, c’è del vero: anche il mostro di Firenze avrà pur fatto delle cose buone, e lo stesso si può dire di Jack lo squartatore, diamine! E vuoi mettere Totò Riina? E Hannibal the Cannibal? La narrazione degli apologeti postumi del ventennio soffre di omissione criminosa e premeditata.

Ma dopo il 25 aprile 1945 i fascisti hanno chiuso, mi dirai. Per favore, non dirmelo. Non hanno chiuso. La memoria cancellata è un tempo recente di stragi quasi sempre impunite. Piazza Fontana a Milano, piazza della Loggia a Brescia, il treno Italicus. E poi tante altre più piccole, più diffuse. E gli omicidi. Il tutto in un unico disegno maturato negli anni Sessanta, praticato negli anni successivi, sottaciuto negli ultimi decenni. E poi i fascisti d’oggi. Quante aggressioni? Quante intimidazioni? Quante violenze? Sì, violenze, perché a ben vedere non esiste fascismo concreto senza violenza concreta, giacché la violenza è il suo primo alimento. Il secondo è la privazione della libertà. Di essere ebreo, omosessuale, gitano, comunista, e avanti e avanti. Per il fascista di ieri, di oggi e di sempre non sei mai libero di essere libero, perché in una società gerarchica, cioè fascista, ciascun girone infernale conculca la libertà del girone sottomesso, e perché l’altro, comunque sia, è un nemico, perché il muro non è elemento portante di una comune costruzione, ma segnale di separazione fra superiori e inferiori.

Ecco questo tempo, così vicino perché ci nuotiamo dentro e così lontano perché avverso, malevolo. Be’, non tutto. C’è un mondo fondamentale e ampio che non ci sta e c’è una progressiva rivolta delle coscienze. Ci sono, in una parola, i democratici, l’Italia bella che preferisce l’alba alla notte, che ci fa solidi e solidali, che è la Patria della Costituzione della Patria, che rifiuta il male della bannalità, che è antifascista perché è civile. Dov’è questo mondo? Sotto casa. O dietro l’angolo. Ovviamente, dentro tutte le pagine che seguono. Sono i volontari, le associazioni, la grande parte dell’universo della cultura, dell’informazione, dell’arte, della ricerca e della scienza, e poi i ragazzi di Greta, lavoratrici e lavoratori di ogni tipo, genere ed età. Non tutto è tristezza. C’è sapore e colore. C’è una grande Italia migliore che va messa in connessione e armata nella lotta della solidarietà/prossimità contro l’odio. Cioè dell’antifascismo contro il fascismo. E l’arma qual è? È quel sobrio libretto che comincia così: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione». Eccola, la parola della magia, l’unica magia buona, perché della ragione, dell’esperienza, della giustizia sociale. La parola della Costituzione è l’esatto contrario della parola del fascismo e descrive l’isola che c’è, se solo decidiamo di navigare verso di lei, se dirigiamo la barca in direzione della persona, del lavoro, della socialità. Ma non sempre la bussola è ben orientata.

Perché?

In questi decenni sono avvenute tante cose importanti che hanno cambiato il mondo e l’Italia. Nell’immediato, la pandemia. Nel recente passato, una cosa che ci riguarda: tutti i partiti in parlamento oggi sono postcostituzionali. Non ce n’è uno che esista dal 1948, e tantomeno dal 1945. In questo passaggio tumultuoso e traumatico, ci sono partiti che si ispirano alla Costituzione, ciascuno con le sue peculiarità, e altri che sono acostituzionali (o anticostituzionali?). Ci sono partiti nati da una pulsione esplicitamente nemica della Carta: la secessione (delle regioni ricche), in contrasto violento e dichiarato con la Repubblica, che è una e indivisibile. E di seguito approdati, per le viziose incoerenze della storia, su posi- zioni nazionaliste con spiccate punte xenofobe. Ci sono partiti che hanno conservato il DNA del fascismo nella loro genesi, nella loro cultura, nella loro formazione. Ma tutti post. Post Costituzione, post Resistenza. Anche da ciò, la diffusione del senso comune dell’Uomo forte, del pregiudizio senza orgoglio, del non sono razzista ma. Insomma, da una pianta cara alla stregoneria tradizionale, l’assafetida, nascono i semi del fascismo latente, che trova dove attecchire quando incontra la disperazione sociale, il disagio, lo smarrimento. Da ciò il furto di parole che ci sono care, a cominciare dalla prima: popolo. Lui, il detentore della sovranità, la ragione dello Stato, l’incarnazione dell’Italia. Il popolo italiano, con la sua storia, le sue tradizioni, l’incommensurabile fascino del- le sue creazioni. Il popolo italiano, parte del popolo del mondo. Amici fra gli amici. Fratelli fra fratelli. Eccolo, quel popolo che il fascismo vorrebbe fosse reggimento contro altri reggimenti, in una guerra permanente perché igiene del mondo. Ma il popolo, quello vero, quello che amiamo, chiederebbe ciò che chiese Ungaretti: «Di che reggimento siete / fratelli? / Parola tremante / nella notte / Foglia appena nata».

Ed ecco Biani, che ci racconta queste cose fra il tagliente e il sussurrato, con l’incanto di una penna che disegna e scrive e che nasconde – mi pare – un sogno mai rivelato. Lo stesso sogno di tutti noi.

Perciò bisogna odiare l’indifferenza. E farsi partigiani. È questo il fiore.

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