PUBLIO VIRGILIO MARONE

Virgilio

di Sebastiano Saglimbeni

Alla memoria di Mario Geymonat

Publio Virgilio Marone, uno dei più grandi poeti della latinità. Il tempo, di oltre duemila anni, non l’ha per nulla offuscato e, come tale, va letto e studiato. Esistono mirabili traduzioni delle sue opere nella nostra lingua, ad iniziare dal remoto Annibal Caro sino ai nostri traduttori contemporanei Luca Canali e Rosa Calzecchi Onesti. Le Bucoliche, il primo componimento di Virgilio, costituirono in Roma un genere letterario nuovo, che, secoli dopo, scriverà in latino, con suprema raffinatezza, Dante Alighieri. Le Bucoliche sono dieci egloghe (“poesie scelte”) che vennero composte tra il 41 e il 39 a.C. e divulgate nel 37. Di una poeticità lirica alta la IX egloga. Racconta di due pastori, Licida e Meri, che si incontrano sulla strada di Mantova. Si lamentano che i nuovi proprietari stranieri hanno cacciato i vecchi contadini. Fra l’altro, Licida invita Meri a cantare vicino al sepolcro di Bianore, il fondatore di Mantova, città troppo vicina alla misera Cremona (miserae nimium Cremonae), le cui terre vennero divise tra i veterani. La città era stata dalla parte di Bruto e Cassio. Il poeta trentenne, subito dopo, si dedicò, per sette anni, alla composizione delle Georgiche, opera in quattro libri, conclusa nel 30 a.C. Era il tempo della campagna militare di Cesare Ottaviano in oriente, che il poeta esalta nel IV libro, negli ultimi esametri che recitano:

“Haec super arvorum cultu pecorumque canebam

et super arboribus, Caesar dum magnus ad altum

fulminat Euphratem bello…”

(Questo mettevo in poesia sulla cura dei campi, del bestiame

e degli alberi, mentre il grande Cesare nel profondo

Eufrate fulmina in guerra…”.

Nelle Bucoliche autobiografia, le tristi esperienze del poeta per la confisca del suo podere che poi riottenne, grazie alla sua nascente fama di poeta e alla protezione che Augusto gli accordò per intercessione di Asinio Pollione, Cornelio Gallo e Alfeno Varo, ricompensati, questi ultimi due, con versi nella VI egloga. Protagonisti i pastori, che suonano e si innamorano, si sfidano con il canto, quindi le stagioni, gli astri, i venti, il sorgere e il tramonto del sole, le piante, i corsi d’acqua, gli animali, la vita vegetale, nutrimento dell’uomo.

Il latinista Mario Geymonat ricorda in un suo scritto, un’introduzione ad una delle tante traduzioni delle Bucoliche, a firma di altri, che la tempestiva popolarità del componimento è “attestata da un curioso aneddoto raccontato da Tacito (Dialoghi degli Oratori, 13): il popolo, dopo aver ascoltato in teatro la recitazione di un’egloga (forse la sesta), si alzò in piedi davanti al poeta, che era casualmente presente, e gli tributò una vera ovazione, come fosse l’imperatore”. Le Georgiche è un canto arduo, di superamento delle Bucoliche, sollecitato da Mecenate, il consigliere di Ottaviano, per celebrare, dopo le terribili guerre, l’agricoltura, fonte di vita economica. Il poeta sviluppò liberamente il tema, mentre soggiornava in Campania, ad Atella, dove s’era recato Ottaviano per curarsi un mal di gola. Durante quattro giorni, il principe si fece recitare l’intero poema, e ogni qualvolta che la voce del poeta si affievoliva veniva sostituita da quella di Mecenate. Virgilio per la composizione dell’opera si era aggiornato sui trattati di agricoltura scritti in Grecia e in Roma. Nelle Georgiche, la coltivazione della terra, durante le stagioni, la coltivazione delle viti, che sono piante delicate e richiedono cura, non quanto l’ulivo, l’allevamento del bestiame e delle api, produttrici del sublime miele. Da questo secondo atto poetico emergono l’intero cuore e l’intera mente di Virgilio, cuore e mente meno intesi per le Bucoliche e l’Eneide. Le Georgiche, una sorta di stima ai vessati contadini delle terre mantovane e del resto della nostra penisola. Si parlò delle Georgiche comprendenti l’ italica terra unificata e il mondo intero unificato. Qui la grandezza e la lungimiranza, che non si addicevano ad un “cortigiano”, ma ad un poeta. Nel terzo libro drammatica la narrazione dell’epidemia di peste animale nel Nòrico. L’ Eneide, scritta dal 29 a. C. al 19, in dodici libri, prima in prosa e, dopo, verseggiata, venne esaltata, prima che fosse divulgata, da Properzio, altro poeta, fertile di pura sensibilità elegiaca, con le parole che recitano:

“Cedite, Romani scriptores, cedite Graij

nescio quid maius nascitur Iliade”.

(Indietro, Romani scrittori, indietro Greci scrittori:

una cosa sta per nascere più grande dell’Iliade).

Secondo la tradizione, Augusto avrebbe proposto al poeta, che aveva tanto protetto, il poema con il fine di celebrare la gens Iulia, discendente da Iulio, il figlio dell’eroe troiano Enea. Non si contano gli studi su questo poema, di cui allora, come nel nostro tempo, erano prediletti il secondo, il quarto e il sesto libro, dai quali emergono l’inganno umano, la fine tragica di una civiltà, le tante morti, l’esilio, la passione bruciante di una donna, la sua fine disgraziata, e la fine di ogni mortale, debole e potente, vecchio e giovane, nel regno dei morti. Virgilio, che prediligeva i giovinetti, vi colloca le ombre di costoro, che “un nero giorno portò via e sommerse in una morte immatura“ (abstulit atra dies et funere mersit acerbo), e l’ombra suggestiva di Didone che tiene gli occhi fissi al suolo al cospetto di Enea sceso nell’Averno. Per inciso, quel “funere mersit acerbo” viene ripreso da Giosue Carducci per intitolare un suo testo poetico notissimo che dice della morte del figlioletto. Virgilio sul letto di morte aveva chiesto che fosse distrutta questa sua ultima fatica perché la riteneva imperfetta e di un tema bellico atroce che non gli si addiceva, perché in guerra, gli uomini “uccidevano alla pari e soccombevano alla pari, / vincitori e vinti (caedebant pariterque ruebant/ victores victique). Infine, i moltissimi versi di Virgilio generano ancora l’armoniosità e la bellezza della parola.

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