QUELLA PESTE ANTICA

La peste di Tucidide

di Sebastiano Saglimbeni

Quella peste antica. La leggiamo nei seguenti esametri (De rerum natura, VI libro) del grande poeta latino Tito Lucrezio Caro. Esametri di una ricca e penetrante descrizione che ho provato a volgere nella nostra lingua. Il poeta si era ispirato allo storico greco Tucidide che aveva descritto quel terrificante morbo scoppiato ad Atene nel 430 a.C.

Exanimis pueris super exanimata parentum *
corpora nonnumquam posses retroque videre
matribus et patribus natos super edere vitam.
Nec minimam partem ex agris is maeror in urbem
confluxit, languens quem contulit agricolarum
copia conveniens ex omni morbida parte.
Omnia conplebant loca tectaque; quo magis aestu
confertos ita acervatim mors accumulabat.
Multa siti prostrata viam per proque voluta
corpora silanos ad aquarum strata iacebant,
interclusa anima nimia ab dulcedine aquarum,
multaque per populi passim loca prompta viasque
languida semanimo cum corpore membra videres
horrida paedore et pannis cooperta perire
corporis inluvie, pelli super ossibus una,
ulceribus taetris prope iam sordeque sepulta.

Su corpi estinti di fanciulli, corpi senza anima di genitori,
non pochi, avresti potuto vedere e, viceversa, figli
lasciare la vita sulle madri e sui padri.
E quell’afflizione non si diffuse per poco dai campi
in città: la propagò la folla languente dei contadini,
che infetta dal morbo arrivava da tutte le parti.
Ingombravano tutti i luoghi e le case e, per giunta,
nella calura, ammassati, la morte li accumulava.
Una quantità di corpi distrutti dalla sete per le vie
e stramazzati vicino alle fontane giacevano distesi,
con affanno, per la troppa delizia dell’acqua;
e avresti potuto vedere in quantità, per le aree pubbliche,
per le strade, misere membra nel corpo semimorto,
spaventose per lo squallore, avvolte nei cenci, finire
nella sozzura corporale, sulle ossa soltanto la pelle,
già presa dalle spaventose piaghe e dalla lordura.

Omnia denique sancta deum delubra replerat
corporibus mors exanimis, onerataque passim
cuncta cadaveribus caelestum templa manebant,
hospitibus loca quae complerant aedituentes.
Nec iam religio divom nec numina magni
pendebantur enim: praesens dolor exsuperabat.
Nec mos ille sepulturae remanebat in urbe,
quo prius hic populus semper consuerat humari;
pertubatus enim totus trepidabat, et unus
quisque suum pro re ‘conpostum’ maestus humabat.
Multaque ‘res’ subita et paupertas horrida suasit.
Namque suos consanguineos aliena rogorum
insuper extructa ingenti clamore locabant
subdebantque faces, multo cum sanguine saepe
rixantes potius quam corpora desererentur.*

* vv. 1256-1286 dal De rerum natura

La morte, infine, si era insediata nelle sacre sedi
con quei corpi esanimi: e tutti i templi dei numi
dovunque rimanevano strapieni di cadaveri,
per l’afflusso degli ospiti voluti dai custodi.
Né già la fede, né la potestà degli dèi
contavano tanto: il dolore presente trionfava.
Non v’era più cura nella città del rito sepolcrale
con il quale prima la gente soleva sempre farsi inumare;
difatti, sconvolta, era tutta straziata dal panico; e ognuno,
angustiato, inumava il proprio caro come meglio poteva.
E miseria ed eventi subitanei generarono in loro orrori.
E difatti con grande clamore ponevano i propri parenti
sopra i roghi alzati per altri, e di sotto appressavano
fiaccole, di frequente rissando tra loro con sangue
piuttosto che abbandonare i cadaveri.

Social

Related Articles

Commenta

Invia commento