Perché il 2021 sarà l’anno della svolta climatica


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Troppo spesso, nel corso degli anni, sono mancati riferimenti in grado di spiegare al grande pubblico l’importanza, le dinamiche e le principali sfide di un processo particolarmente complesso, e decisivo, come quello dei negoziati multilaterali Onu sul cambiamento climatico. Ma i risultati di questo percorso, come il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi, sono ancora tangibili. «Senza tali strumenti e l’impatto delle politiche attivate da alcuni Paesi, le emissioni e i livelli globali di gas serra sarebbero oggi certamente ancor più elevati», sottolinea Federico Brocchieri delegato alle conferenze Unfccc (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) e autore di “I negoziati sul clima” (Edizione Ambiente, 2020).

Emergenza non solo pandemica
Il 2020 verrà ricordato non solo come l’anno della pandemia ma anche come uno degli anni più caldi mai registrati, con eventi estremi come gli incendi in Alaska, California e Australia, la forte siccità e un’intensificazione dello scioglimento dei ghiacci senza precedenti. Gli ultimi dati sull’attuale crisi climatica denunciano un aumento delle temperature globali e, parallelamente, delle concentrazioni in atmosfera di gas serra prodotte dalle attività umane che hanno raggiunto i 52 milioni di tonnellate all’anno, con un tasso di crescita mai rallentato dal 1960.

«Una tendenza che sta sempre più accelerando – sottolinea Lucia Perugini, ricercatrice del Cmcc (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) ed esperta di negoziati internazionali sui cambiamenti climatici – Stiamo percorrendo a livello globale una traiettoria di aumento della temperatura terrestre che può avere impatti disastrosi e non recuperabili sugli ecosistemi e le economie mondiali». Guardando nello specifico all’Italia, se verranno mantenuti i livelli di emissioni attuali, le ripercussioni economiche e sociali comporteranno perdite annuali del PIL fino all’8% nel 2100 con gravi ripercussioni soprattutto per il settore agricolo, come si legge in un recente rapporto del Cmcc.

Ma a presentare il conto della nostra pesante impronta sul pianeta è anche l’oceano, prezioso alleato che dalla Rivoluzione industriale ad oggi ha assorbito più di un terzo delle emissioni di anidride carbonica di origina antropica e oltre il 90% del calore in eccesso nel sistema climatico. «Potremmo dire che questa immensa distesa d’acqua ha funzionato da tampone rispetto alle conseguenze del riscaldamento globale – sottolinea Francesca Santoro, Programme Specialist della Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’Unesco – Subendo, però, degli impatti notevoli». Tra i più gravi, la sua acidificazione, l’aumento della temperatura e l’innalzamento del livello delle sue acque che, nello scenario peggiore, potrebbe raggiungere i +0,84 metri entro il 2100.

Appuntamento a Glasgow
Tuttavia, i negoziati internazionali possono darci una grande mano per affrontare queste criticità. L’agenda sul clima segna infatti per il prossimo novembre una tappa importante: l’avvento della ventiseiesima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 26) che a Glasgow, dall’1 al 12 novembre prossimi, dovrebbe rendere operativo l’Accordo di Parigi. L’appuntamento era, in realtà, atteso lo scorso autunno ma l’emergenza pandemica ne ha reso obbligatorio il rinvio.

«La COP26 ha tra i propri obiettivi il completamento del cosiddetto “libro delle regole” dell’Accordo di Parigi, ovvero i suoi decreti attuativi, che riguarda i requisiti di trasparenza e i meccanismi che affiancheranno le misure di riduzione delle emissioni dei singoli Paesi», ricorda Brocchieri.

«Attualmente – sottolinea Perugini – gli obiettivi sottomessi nell’ambito dell’Accordo sul clima sono ben lontani dai due gradi di aumento delle temperature stabilito a Parigi, e prefigurano uno scenario che potrebbe portarci fino a 3.2° a fine secolo. Molti Stati hanno presentato delle strategie di lungo termine che mirano alla neutralità climatica entro il 2050, per esempio azzerando l’uso dei combustibili fossili e compensando ciò che non si può ridurre con gli assorbimenti dalla gestione degli ecosistemi vegetali, ma gli obiettivi di breve termine presentati dagli stessi Paesi non si allineano a queste traiettorie». Anzi, secondo la ricercatrice del Cmcc, dimostrerebbero una discrepanza rispetto alle politiche previste nell’obiettivo di contenimento delle temperature. Proprio per questo, i Paesi dovrebbero triplicare i propri livelli di ambizione per essere in linea con gli obiettivi di Parigi.

Come sottolinea Perugini, l’appuntamento di Glasgow potrebbe essere ancora di più, e a maggior ragione, l’occasione per presentare progetti sfidanti e garantire loro un’adeguata visibilità internazionale.

L’impegno dell’Europa
Durante la riunione del Consiglio dell’Unione Europea del 10 e 11 dicembre scorsi, i capi di Stato e di governo hanno concordato di aumentare l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del continente ad almeno il 55% entro il 2030 rispetto allo scenario di riferimento del 1990. «La revisione del target europeo imporrà delle modifiche al quadro delle politiche climatiche che verranno presentate dalla Commissione europea a giugno di quest’anno e potrà suggerire nuovi stimoli per rendere più ambiziose le nostre politiche nazionali», sottolinea Perugini.

«È un traguardo certamente ambizioso, ma fattibile, che permetterebbe  di mettersi sulla giusta strada per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 – sottolinea Santoro – Il tema di come finanziare questi impegni dei governi sarà centrale, come anche quello, relativo all’implementazione dell’articolo 6 della Convenzione UNFCCC e all’articolo 12 dell’Accordo di Parigi, sulle modalità di promozione delle attività di formazione e di educazione sul cambiamento climatico». A Glasgow l’Unesco, come agenzia delle Nazioni Unite con uno specifico mandato in questo settore, si farà promotore di iniziative a livello globale.

Il ruolo degli Stati Uniti e della Cina
Il Presidente eletto Biden ha indicato più volte l’intenzione di riportare gli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi nel primo giorno del proprio mandato. «È lecito aspettarsi – sostiene Brocchieri – che intorno al 20 gennaio, in seguito all’insediamento, venga inviata all’Unfccc una nuova notifica di adesione all’Accordo, che diventerebbe effettiva il trentesimo giorno successivo alla trasmissione». Come suggerisce il delegato italiano alle conferenze sul clima, il ritorno degli Stati Uniti come protagonista nella diplomazia climatica potrebbe avere un impatto decisivo non solo perché implicherebbe un nuovo contributo per la riduzione delle ingenti emissioni di questo Paese ma anche per l’effetto-domino positivo che indurrebbe nella comunità internazionale.

Nonostante non sia facile avanzare previsioni attendibili sul ruolo e le azioni dei singoli Paesi nella lotta al cambiamento climatico, si può dire che anche dal fronte orientale dovrebbero arrivare novità promettenti. «La Cina – continua Brocchieri -, attraverso i recenti annunci di voler raggiungere la carbon-neutrality entro il 2060, ha mostrato intenzioni importanti, come peraltro hanno fatto altri Paesi e gruppi, tra cui l’Unione Europea che sta aggiornando al rialzo i propri obiettivi. Tuttavia, tale processo virtuoso richiede il contributo e la partecipazione attiva da parte di tutti gli attori coinvolti: è questa la chiave del multilateralismo».

L’Italia protagonista della svolta climatica
In ogni caso, il nostro Paese giocherà un ruolo da protagonista nei negoziati climatici previsti quest’anno: il Regno Unito, infatti, assumerà la presidenza dalla COP26 in partenariato proprio con l’Italia, che è ora impegnata a organizzare le sessioni preparatorie all’appuntamento di Glasgow, come la pre-COP26, che si terranno a Milano dal 30 settembre al 2 ottobre prossimi.

«Quando si parla di negoziati internazionali – sottolinea Santoro – il nostro Paese non può che portare avanti le istanze definite insieme agli altri Stati dell’Unione Europea. C’è da dire, però, che l’Italia si è fatta promotrice di posizioni progressiste e ambizione all’interno del Consiglio Europeo. In più, quest’anno ha un’occasione unica perché ospiterà la pre-COP26 a Milano e dunque giocherà un ruolo primario insieme al Regno Unito. Inoltre, due giorni prima della pre-COP26, sarà sede dello Youth4Climate: Driving Ambition, un incontro virtuale e interattivo per circa 400 giovani che da tutto il mondo si riuniranno per confrontarsi direttamente con la politica e avanzare proposte concrete. Sarà una bella occasione per dimostrare che alcune cose stanno cambiando».

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