Covid-19 e malati oncologici: fondamentale l’aiuto psicologico

Roma, 5 dicembre 2021 – La diagnosi di cancro nella vita di un individuo è un fenomeno devastante, a causa di tutto ciò che la malattia porta con sé. Nel momento in cui il paziente oncologico si trova a dover gestire la malattia, tutto il suo mondo subisce una trasformazione di significati.

La prima a cambiare è la dimensione corporea, poiché il corpo è il primo nucleo dell’identità personale che viene colpito: gli effetti della malattia e delle terapie, come il dolore, la nausea, la perdita di capelli, la diminuzione o l’aumento di peso, ecc. hanno un peso notevole sulla propria immagine.

Dal punto di vista psicologico il paziente con diagnosi di cancro vive sentimenti intensi di irrealtà, incredulità, disorientamento e rabbia.

Il modo di gestire la crisi esistenziale scaturita dalla diagnosi differisce in base all’atteggiamento e allo stile di coping appartenenti al singolo individuo, che a loro volta influenzano la compliance ai trattamenti medici e il decorso biologico della malattia (Putton et al., 2011). Burgess nel 1988 ha individuato le principali strategie di coping adottate per affrontare la malattia neoplastica:

• hopelessness/helplessness, caratterizzato da elevati livelli di ansia e di depressione, dall’incapacità di mettere in atto strategie cognitive finalizzate all’accettazione della diagnosi, dalla convinzione di un controllo esterno sulla malattia;

• spirito combattivo, contraddistinto da moderati livelli di ansia e di depressione, da numerose risposte comportamentali attraverso le quali il paziente cerca di reagire positivamente e costruttivamente alla situazione, dalla convinzione di un controllo interno sulla malattia;

• accettazione stoica, con bassi livelli di ansia e depressione, attitudine fatalistica, dalla convinzione di un controllo esterno della malattia;

• negazione/evitamento, in cui appaiono del tutto assenti sia le manifestazioni ansioso-depressive, sia le strategie cognitive, nella convinzione da parte del paziente di un controllo sia interno che esterno della malattia.

Ciò che si riscontra più spesso è proprio l’atteggiamento di negazione, in particolar modo in fase diagnostica, come frutto di un meccanismo di difesa che permette in qualche modo all’individuo di prendere le distanze da una realtà minacciosa e preoccupante. Un meccanismo di difesa che va osservato, accolto, ma subito gestito: la negazione o il diniego, infatti, possono compromettere l’aderenza del paziente alle prescrizioni mediche, ai farmaci e a tutti i controlli che l’iter clinico prevede.

Un fenomeno spesso riportato dalla letteratura in merito alla diagnosi di cancro è quello della “sindrome psiconeoplastica”. Si tratta di una serie di dinamiche psicologiche profonde scaturite dalla stessa diagnosi che può presentarsi sotto forma di sintomi psicopatologici, la cui intensità dipende dall’insieme di diversi fattori: la personalità del paziente, le esperienze passate, la sua età, le relazioni interpersonali presenti e passate, la presenza di un contesto sociale e familiare supportivo, la gravità e il tipo di tumore diagnosticato.

I sintomi psicopatologici maggiormente presenti sono paura, stress, rabbia, ansia, depressione, alterazione della propria immagine corporea, aggressività e forte senso di ingiustizia.

Ginni Maria Giovanna, psicologa del Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est” afferma:

“Guardare negli occhi un paziente oncologico spesso si traduce nel cogliere il suo forte senso di impotenza. In seduta spesso essi riferiscono di veder ridursi il proprio senso di progettualità a causa del profondo e repentino senso di immanenza della propria morte, a causa delle modificazioni imposte al proprio stile di vita, dalla perdita del ruolo familiare, dalla riduzione delle capacità lavorative e dall’angoscia di disgregazione fisica e mentale.”

L’avvento della pandemia da Covid-19 ha reso più difficili le condizioni di chi convive con un tumore. Sono cresciute le ansie per la propria salute, per la normale conduzione delle terapie (chemio, radio, ecc.) e per le conseguenze che può comportare sul proprio corpo l’arrivo di un virus così potente. Molti pazienti si sono chiesti se fosse necessario sospendere le normali terapie, molti altri si sono chiesti se la loro condizione già di per sé fragile potesse diventare irrecuperabile una volta incontrato il virus.

La risposta data dagli esperti in merito è che fondamentalmente tutte le persone ammalate di cancro, così come chi presenta patologie cardiache, respiratorie e del sistema immunitario, fanno parte del gruppo a rischio. Bisogna tuttavia considerare che non tutti i pazienti affetti da cancro sono ugualmente suscettibili all’infezione da coronavirus e ugualmente a rischio per un decorso grave; incidono fattori come la tipologia di cancro, l’organo colpito, lo stadio del trattamento, l’età e la presenza di altre malattie.

A tal proposito, un gruppo di ricercatori britannici ha analizzato gli effetti del Coronavirus su pazienti con diverse caratteristiche e vari tipi di tumore, scoprendo che le differenze non mancano e che non tutti i pazienti oncologici sono più a rischio degli altri. Tale studio, riportato su Lancet, ha previsto il confronto tra persone con neoplasia e Covid-19 e pazienti oncologici che non risultavano affetti da coronavirus.

È stato osservato che nei pazienti con tumori del sangue, come leucemia, linfoma e mieloma, rispetto a quelli con tumori solidi, il Covid-19 ha avuto effetti più pesanti e il tasso di letalità è risultato più alto. “Il tumore del polmone e quello della prostata non sembrano legati a un maggior rischio di contrarre l’infezione e di morirne, mentre la categoria di pazienti con il rischio in assoluto più basso sono risultate essere le donne affette da tumori del seno e ginecologici” affermano gli autori.

Dunque, per motivi che possiamo facilmente immaginare, l’arrivo di questo virus sconosciuto ha messo in allarme i pazienti con diagnosi di tumore.
Un’altra ricerca ha mostrato che i pazienti affetti da cancro non hanno un rischio di infezione da Coronavirus maggiore di quello della popolazione non affetta da tumore, ma che la percentuale di persone risultate positive al virus e ospedalizzate era maggiore tra i pazienti oncologici, così come la percentuale di decessi.

Aspetti da non sottovalutare in questo caso, più che in altri, sono le conseguenze psicologiche dell’isolamento e il cambiamento dell’assetto lavorativo. La lontananza dagli affetti, la difficoltà di contatto anche con il proprio oncologo, lo stravolgimento delle abitudini quotidiane, hanno accresciuto il senso di disorientamento, la paura, il senso di abbandono fino a compromettere la motivazione e l’aderenza alla terapia.

Secondo i dati dell’Associazione Italiana di Oncologia medica (Aiom), il 15-20% dei pazienti si sono sentiti in qualche modo “frenati” dall’andare a eseguire le terapie salvavita, anche negli ospedali che hanno garantito i “percorsi puliti”.

Per tale ragione, molti centri oncologici, associazioni di medici e di psicologi hanno cominciato a offrire sostegno a distanza, ai pazienti e ai loro familiari. Da un punto di vista lavorativo, i pazienti malati di cancro sono coloro che in via prioritaria hanno diritto a svolgere il proprio lavoro da remoto, attraverso lo smart working, così come stabilito dal decreto “Cura Italia”.

Un’ulteriore forma di isolamento quindi, in una condizione per la quale il contatto con l’esterno e l’interazione sociale diventano fattori prioritari per il mantenimento di un buon equilibrio psicologico.

Lo psicologo clinico può fare molto all’interno dell’equipe medica, riconoscendo i bisogni del paziente e aiutandolo ad affrontare il grande percorso del cambiamento fisico e psicologico che la malattia comporta, il passaggio dall’essere sani ad essere malati, a elaborare una situazione caratterizzata da incertezza e minaccia di morte.

“Nella situazione attuale i malati oncologici si ritrovano spesso a combattere una guerra su due fronti, quello della pandemia e quello del tumore. Diventa quindi molto importante la presenza di centri di supporto psicologico a cui appoggiarsi”, afferma Gianni Lanari, psicoterapeuta responsabile del Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est”.

Il Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est” ha per questo deciso di offrire un servizio, in 20 lingue, di aiuto psicologico per i malati oncologici e i loro familiari.

La rete “Roma Est” è composta da 252 psicologi presenti in tutte le regioni italiane e in 17 paesi esteri (Regno Unito, Hong Kong, Messico, Russia, Argentina, Grecia, Kenya, Ghana, Brasile, Portogallo, Serbia, Romania, Giordania, Azerbaijan, India, Spagna, Svizzera).

Per contattare il servizio di supporto psicologico basta telefonare al numero 06 22796355 o al numero 349 1874670, o collegarsi al sito internet www.pronto-soccorso-psicologico-roma.it

 

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