Carmelo, da solo nella provincia “babba”

Carmelo Battaglia

di Dino Paternostro da repubblica.it

Carmelo Battaglia vide la sua ultima alba a 43 anni, la mattina del 24 marzo del 1966. Due colpi di fucile caricato a lupara lo colpirono al petto e cadde bocconi, mentre si recava a dosso di mulo verso l’ex feudo “Foieri”, lungo una trazzera di contrada Santa Caterina, sui Nebrodi, a circa tre chilometri da Tusa, un paesino di cinque mila abitanti in provincia di Messina.

Il delitto svelò l’esistenza di organizzazioni mafiose anche in una zona ritenuta, fino ad allora, immune da questa forma di criminalità organizzata: la provincia “babba” di Messina. Ma, se si tiene conto che proprio lì, già da tempo, si erano verificati gravi fenomeni delittuosi tipici delle zone di mafia (estorsioni, abigeati, danneggiamenti ed attentati) bisognerebbe dire che proprio “babba” quel lembo di Sicilia non era.

«Negli ultimi dieci anni (1956-66), si erano registrati ben 12 omicidi, tutti consumati in un territorio compreso tra i comuni di Mistretta, Tusa, Pettineo e Castel di Lucio, che fu soprannominato il “triangolo della morte”. Dietro questi delitti vi era la “mafia dei pascoli” e le lotte scatenate al suo interno per il controllo dell’economia allevatoria dei Nebrodi. L’assassinio di Carmelo Battaglia, rappresentò, quindi, il tredicesimo anello di una lunga catena di sangue. Ma, a differenza delle altre vittime, il sindacalista era stato assassinato perché si era apertamente, e legalmente, ribellato all’ordine costituito, promuovendo, nel suo paese, un movimento organizzato di contadini e pastori». Sembra storia di oggi, se si pensa che il 18 maggio del 2016 tre colpi di pistola hanno bucato la portiera della macchina blindata, su cui viaggiava il presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, “colpevole” di avere adottato misure drastiche per contrastare la mafia di quella zona della Sicilia.

Carmelo Battaglia era a capo del movimento contadino di Tusa, con l’obiettivo di assicurare un’esistenza più dignitosa ai suoi compaesani, che lavoravano la terra con grandi sacrifici e grande fatica. Ma questo poteva accadere solo eliminando lo sfruttamento a cui da anni i feudatari e i gabelloti mafiosi sottoponevano i contadini. Nel 1945 era al vertice della cooperativa “Risveglio Alesino”, che, insieme ai compagni della cooperativa “San Placido”, di Castel di Lucio, riuscì a sottrarre alla mafia il controllo del feudo “Foieri”.

Una grande vittoria per Carmelo Battaglia, ma non fu la sola. Nelle elezioni amministrative del 22 novembre del ’64, infatti, riuscì a cancellare il predominio della democrazia cristiana e della destra. Al Comune di Tusa si insediarono comunisti e socialisti. Tre assessori erano comunisti e due socialisti. Carmelo Battaglia ebbe l’assessorato al Patrimonio, con competenza anche nel taglio dei boschi del demanio comunale. Un settore dal quale la mafia ha sempre tirato una grossissima fetta di guadagno. Ci volle poco per fare capire ai “padroni” che alcuni provvedimenti di Carmelo Battaglia erano come un bastone tra le gambe.

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