CARA FOTO

Sebastiano Saglimbeni e la figlia

di Sebastiano Saglimbeni

Scrivo questa ennesima nota che intitolo: “Cara foto”. Cara, perché mi riporta in una stagione degli anni vigorosi e produttivi. Ero arrivato, dove ancora vivo, nella città di Verona, dopo alcuni anni trascorsi a Treviso e a Pordenone, una volta che avevo deciso di lasciare la mia Sicilia. Nella città scaligera ero un docente titolare di materie letterarie in una scuola secondaria superiore.

Più cara questa foto, perché in quella stagione, all’età di quarantaquattro anni, mi era nata una figlia che ora potrai vedere, lettore, nella foto come illustrazione alla nota mentre la tengo nelle mie braccia. La foto risale al marzo del 1977, un tempo che oggi valuto come una mia rinascita dopo quegli anni di un ventenne e di un trentenne vissuti da eccessivo combattivo estroso e autore di alcuni libri.

Avevo dimenticato di avere questa cara foto. Fra tante altre, scattate in Sicilia, nel Veneto e in Lombardia, dove pure avevo insegnato per cinque anni, in seguito ad un recente assestamento di molte carte, mi è venuta sorprendentemente alla vista ed è stato per me, come in un sogno, sole, vita cara, vita sana, dinamica, tanto diversa e tutta lavorativa.

Mentre scrivo questa figlia conta l’età di 43 anni, con il conseguimento a Verona di due titoli di studio, una Laurea in legge e un Diploma di pianoforte, titoli di cui mai si è elevata e li ha voluto, con una dose di sdegno, seppellire in un cassettone. Escludo – la figlia non la valuta per nulla – la sua iscrizione, da dodici anni, all’Albo dei giornalisti pubblicisti del Veneto, iscrizione che le consente di scrivere testi di economia, di cronaca e di varia cultura per un quotidiano.

Ricordo quando lei, dopo pochissimo tempo che frequentava la prima elementare, aveva scritto sul suo quaderno una frase che recita: “Oggi il cielo è grigio”. E la maestra l’aveva premiata con un 10. La madre le aveva conservato questo primo libro e questo quaderno. Sulla prima di copertina del libro si legge: PAGINE ALLEGRE/ LETTURE PER IL PRIMO CICLO DELLA SCUOLA ELEMENTARE CLASSE PRIMA con a valle EDITRICE ARISTEA. Autore del libro (una volta si chiamava sillabario) con illustrazioni, che paiono composte da bambini, si chiama Giuseppe Amadio, forse un maestro elementare di spicco o un pedagogista.

Tra gli autori detti per l’infanzia, ora classici, che pure abbiamo letto all’inizio degli anni Quaranta del secolo scorso, vi figurano Renzo Pezzani, Marino Moretti, Lina Schwarz, Trilussa; tra i nuovi, oltre al favoloso Gianni Rodari, Natalia Ginzburg ed Eugenio Montale. Questo Premio Nobel parla ai ragazzi di prima elementare con tre terzine che dicono:

Si andava per funghi
sui tappeti di muschio
dei castagni.

Si andava per grilli
e le lucciole
erano i nostri fanali.

Si andava per lucertole
e non ne ho mai
uccisa una.

Cara foto. La figlia, quando contava due anni, mi aveva ispirato e fatto scrivere un poemetto mentre ero ad Atene con il traduttore di neo-greco Crescenzio Sangiglio per conoscere di persona il poeta Ghiannis Ritsos, un marxista. Il poemetto editato, in formato tascabile, si intitola “Suono per la tenera fronda”. Fra l’altro cantavo la figlia:

Da due anni
che debbo suonare
per la tenera fronda
(Suonate, suonate- mi assale
dalle aie – quando viene il verde
e mette in fuga
l’arido o – meglio-
occupa il giallume)
ma le dita hanno avuto
paura sui fori
della tibia un arresto
ogni volta che…

Contemplo questa cara foto mentre vivo, come tanti su questa terra, con un corpo invaso da alcuni mali e dai farmaci o veleni che, complice la passione della parola che riesco ancora a scrivere e a leggere, sopporto e mi illudo di vivere motivato. Parlo di poesia e di storie del nostro tempo durante gli incontri mattutini con l’amico, vicino di casa, poeta Giorgio Gabanizza.

Accennavo sopra che la figlia (la tenera fronda che era stata e mi aveva alimentato di quiete, senno e di musica, quella di Chopin, di Beethoven e di de Busset durante gli anni che la eseguiva al pianoforte) non si eleva per i suoi titoli di studio e, aggiungo, di un migliaio o più di scritti editati. Si sente invero molto offesa che con una sua credenziale del genere non gode di una dignitosa, meritata occupazione, e quel poco lavoro che riesce a svolgere è poco retribuito.
Non pensavo allora che quella bimba nella foto mentre la tengo nelle braccia ora in una età che si deve vivere indipendenti economicamente e con una buona vita si fosse imbattuta in questo 2020 molto tragico. Certamente lei come tantissimi su questa terra. E dovrei qui scrivere con le parole del poeta statunitense Walt Whitmam? Vale a dire: “Non mi lamento affatto come tutti coloro che al mondo/ si lamentano,

Perché i mesi per me non sono niente,/ per me la terra non è che fango e immondizia”. No! Io mi lamento. Perché mi ritengo un padre che si affligge per la sofferenza della figlia e di tantissimi mentre trionfa la corruzione e la vergogna dei privilegiati.

E concludo, dicendo alla figlia che l’ho parecchie volte contemplato nella cara foto di molti anni or sono quando era tutta innocenza assoluta, paradisiaca. Tanto cresciuta, la faccio ogni tanto riflettere quando le pronuncio due versi, volti nella nostra lingua, di un contadino siciliano anonimo, analfabeta strumentale, ma saggio, con musiche melodice nel petto. Questi due versi dicono:

Credevi che il mondo fosse piano
e il Mongibello cacio grattugiato.

E sull’amicizia, a cui tanto credeva, le ho fatto leggere una favola di Fedro, l’autore schiavo, che ho tradotto per l’editrice romana Newton Compton. E qui di seguito ricordo la favola.

Il nome di amico è diffuso, ma è così poca la fede.
Socrate (accetterei la sua morte, se avessi la sua fama,
e mi piegherei alla calunnia, purché, quando sarò polvere,
io sia assolto) aveva buttato le basi per una casetta,
quando, chissà chi, uno del popolo -come accade –
gli disse: “Scusa, tu. un grande uomo, fai una casetta?”.
Ed egli rispose: “ Potessi riempirla di autentici amici!”.
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