Peggio tardi che mai

In primo piano sulla destra Fausto Clemente in una fase del tesseramento all’Assemblea Anpi di Milazzo (foto nuovosoldo.it)

di Fausto Clemente dal sito Anpi Sicilia

La sanzione contro la professoressa Maria dell’Aria è stata dunque, finalmente, revocata. Nel maggio 2019 il provvedimento irrogato dal Dirigente dell’Area di Palermo su relazione (delazione?) del preside del Vittorio Emanuele III, venne giustamente vissuta dall’opinione pubblica democratica come un inquietante segnale del tentativo di Salvini e dell’allora maggioranza di governo di esercitare un controllo diretto e sistematico sulla scuola, ovvero sull’istituzione più delicata e strategica della società civile.

L’impressione era più che fondata, ma il fatto che lo sdegno di molti fosse accompagnato da una sorta di sorpresa per una così palese violazione di diritti costituzionalmente garantiti (libertà di pensiero, libertà d’insegnamento) rivela la disattenzione con cui in Italia si guarda alla scuola e alle vicende che la riguardano; ci saremmo altrimenti accorti che proprio la scuola è da almeno tre decenni uno dei territori più contesi dagli schieramenti politici che si sono alternati al governo del Paese. Trent’anni segnati da riforme che hanno assoggettato il percorso formativo dei cittadini-studenti alle richieste e alle attese della produzione e del mercato; da leggi che hanno configurato sempre più l’organizzazione e l’amministrazione scolastica sul modello della scuola-azienda e che a dispetto del veto costituzionale hanno potenziato e finanziato la scuola privata a danno di quella pubblica.

Un percorso accidentato e involutivo, che in barba alle intenzioni dichiarate, ha visto la moltiplicazione insensata di indirizzi e sottoindirizzi dei vari ordinamenti, la legittimazione del potere discrezionale dei dirigenti-manager e la spietata competizione tra gli istituti per aggiudicarsi l’ultimo alunno-cliente con promesse e gadgets spesso più adatti alla pubblicità di un resort o di una ludoteca che di una scuola.

Le conseguenze si ritrovano in fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti: dalla perdita verticale di prestigio sociale e culturale della categoria dei docenti, all’atteggiamento pretenzioso e rivendicativo assunto dai genitori nei confronti degli insegnanti (fino a farne una categoria “a rischio”), per finire con la regolamentazione minuziosa e soffocante di una valanga di adempimenti e di obblighi che hanno ridotto le scuole a elefanti burocratici e l’autonomia degli istituti a ridicola e tristissima finzione. Dal decreto Brunetta alla Legge 107 Giannini-Renzi, dalla riforma Gelmini fino ai provvedimenti illusori dei tempi del Covid, la storia della scuola italiana è la cronaca di una débacle, di un assoggettamento a finalità che poco hanno a che vedere con gli obiettivi di consolidamento culturale e di formazione della coscienza civile, arginata soltanto dalla resistenza di manipoli di insegnanti che, in condizioni stressanti di lavoro (pagati con la crescita verticale di casi di burnout), continuano a perseguire obiettivi educativi e culturali per i quali rischiano di essere sgraditi ad alunni impigriti, a presidi in carriera e a colleghi assuefatti alla piaggeria nei confronti dell’autorità o semplicemente amanti del quieto vivere. Sappiamo che non mancano realtà più serene, dove dirigenti e docenti collaborano per affrontare le vere emergenze educative e sociali di questo nostro tempo; ad esse fanno tuttavia da contraltare troppe scuole dove chi insegna è costretto a negoziare quotidianamente attenzione e rispetto in cambio della banalizzazione dei contenuti e dell’allargamento delle maglie valutazione, richiesta dalle famiglie e strenuamente imposta da non pochi presidi, convinti che il cliente ha sempre ragione e che quello che alla fine conta, esattamente come in un megastore, è la “customer satisfaction” (quella che assicura le iscrizioni e la conseguente tenuta dei cosiddetti “parametri di complessità”).

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