Reinventing capitalism

di Paolo Cacciari

Non aduliamoci troppo tuttavia per la nostra vittoria umana sulla natura. La natura si vendica di ogni nostra vittoria (…). Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo come carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo

(Friedrich Engels, Dialettica della natura, Editori Riuniti, Roma, 1967)

Una nuova mutazione salverà il capitalismo, il benessere e il progresso come è accaduto nella storia di precedenti “grandi trasformazioni” delle società di mercato? Già Marx annotava che “il capitalismo è una storia incessante di modificazioni”. La sfida permanente che si trova a dover affrontare il sistema sociale che chiamiamo capitalista è riuscire a cambiare pelle ciclicamente per consentire ai suoi meccanismi interni di creare e riprodurre sempre nuovo valore monetizzabile. Cioè, continuare a crescere senza collassare. Per riuscirci ora – raggiunto il limite della crisi ecologica planetaria – deve risolvere una difficile equazione che gli economisti chiamano decoupling: lo sganciamento della curva della crescita del Pil da quella del “consumo di natura”, dell’aumento, cioè, dei prelievi delle materie prime e delle immissioni nella biosfera di scarti non metabolizzabili.

Il climate change, il surriscaldamento del globo, il buco dell’ozono, la acidificazione e la plastificazione degli oceani, la perdita della biodiversità, la desertificazione dei suoli e molto altro ancora fino alle pandemie da zoonosi (malattie che si trasmettono dagli animali all’uomo, con “salto di specie”), sono il portato di una contraddizione originaria del sistema sociale capitalistico che ha la necessità di incrementare perennemente produzioni e consumi, pena l’implosione su sé stesso, la stagnazione e la depressione economica. Per contro e allo stesso tempo il sistema economico capitalista non può superare la soglia della disfunzionalità e della diseconomicità. Ovvero non deve “segare il ramo” che sorregge l’intero impalcato sociale, non può distruggere le risorse primarie a cui attinge, gli ecosystem service che la natura mette gentilmente a nostra disposizione: aria respirabile, acqua potabile, suolo fertile, foreste e oceani capaci di garantire il ciclo del carbonio-ossigeno e la fotosintesi clorofilliana, insetti impollinatori, processi microbiologici di movimentazione della materia (decomposizione e mineralizzazione), habitat incontaminati e quant’altro permette la rigenerazione della vita sulla Terra. Per riuscire a fronteggiare la crisi ecologica e la “stagnazione epocale” dovuta a rendimenti decrescenti dei capitali investiti le oligarchie tecnocratiche più innovative e reattive hanno elaborato un nuovo paradigma di sviluppo fondato su innovazione tecnologica e geoingegneria. Per dirla con le parole del Recovery and Resilience Facility (Rrf): “digitalizzazione e transizione ecologica”. Il Rrf è il cuore pulsante dei 750 miliardi di euro messi a disposizione dalla strategia Next Generation dell’Unione europea, che a sua volta è il piano attuativo del programma politico del European Green Deal.

Governi, banche e grandi compagnie vogliano fare sul serio. L’aleatorio sintagma “sviluppo sostenibile” (inventato quasi mezzo secolo fa a Stoccolma nella Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente, 1972) verrà finalmente “messo a terra”, rendendo disponibili tutte le risorse scientifiche, tecniche, economiche e normative di cui il Green Deal avrà bisogno. Se ci si debba sentire più contenti o più minacciati da tanta euforia, dipenderà dal contenuto degli interventi che verranno realizzati. Portato via a forza dal proscenio l’ultimo negazionista dei cambiamenti climatici, il sociopatico Tramp, non c’è più nessuno che non si dica ecologista. Una insistente e ben alimentata narrazione mainstream sta inondando la comunicazione pubblica. Le foto a fianco di Greta Tumberg testimoniano una rinnovata “sensibilità etica” dei governanti, a partire dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Senza ritegno persino una multinazionale come l’Eni, dopo aver devastato campi petroliferi in mezzo mondo, ci spiega a-tutta-pagina dei quotidiani a pagamento che: “Le foreste rivendicano la terra”. Banche e fondi pensionistici “decarbonizzano” i propri portafogli. I gestori dei fondi di investimento (a partire dal colosso BlackRock) sono alla ricerca di imprese patentate ESG (con rating positivi di impatto su Environment, Social, Governace) verso cui far convergere flussi di denaro rastrellati nei mercati finanziari attraverso l’emissione di green e transition bond (privati e sovrani), sustainability linked loan, mutui per l’efficienza energetica; impact investing; benchmark climatici e ancora altre tipologie di prodotti finanziari. Siamo entrati nell’era del “capitalismo ecologico”. L’ambientalismo è entrato nei consigli di amministrazione delle multinazionali. La riconversione energetica, assicurano, è un buon affare. Gli alti rendimenti sembrano dare ragione agli investitori più green e “pazienti” (disposti ad accettare rendimenti a medio-lungo periodo). Turn the switch, girare l’interruttore dai fossili alle rinnovabili, in definitiva, dipende solo dal confronto dei Roi: dal ritorno sul capitale investito. E più grandi saranno i volumi finanziari che affluiranno nella green economy, più alte saranno le aspettative di guadagno degli investitori. Ma per riuscirci serve una forte spinta iniziale (“infrastrutture nel segno della sostenibilità”, dicono) e una garanzia pubblica sui rischi. Il mercato – lo riconoscono finalmente – non riesce a fare tutto da solo. Ecco allora i maxi piani Green Deal di partenariato tra imprese, investitori e decisori politici a supporto della grande transizione ecologica dell’economia. A scriverlo in Italia sarà una tark force di sei manager “indipendenti” (da chi? dalle istituzioni pubbliche?). Non è bastata evidentemente la pessima performance della commissione creata per la Fase due post-covid del supermaneger Vodafone Vittorio Colao.

Reiventare il capitalismo

Il World Business Council for Sustainable Development, un’organizzazione di manager e chief executive officer (amministratori delegati) di più di duecento aziende che sommano un fatturato di oltre otto trilioni di dollari e diciannove milioni di dipendenti, ha recentemente pubblicato una agenda di azioni per “Reinventare il capitalismo” (Reinventing Capitalism: a transformation agenda Vision 2050 issue brief, November 2020). “Persino i capitalisti – ci assicurano – stanno iniziando a sostenere che il capitalismo, nella sua forma attuale sta generando risultati insostenibili – socialmente, ambientalmente ed economicamente”. E ancora: “Il sistema attuale sta generando livelli insostenibilmente elevati di disuguaglianza e viola i planetary boundaries. Sia la scienza che la storia suggeriscono che se il nostro percorso attuale proseguirà ci porterà alla catastrofe: tensione ecologica e stratificazione economica hanno dimostrato di svolgere un ruolo centrale in ogni crollo delle civiltà passate”. Ma tutto ciò, sia ben chiaro: “non significa che noi dovremo abbandonare il capitalismo – piuttosto l’opposto“. Infatti: “Il capitalismo è sia la più grande fonte di prosperità e progresso nella storia umana, sia la più grande minaccia per esso. Superare questo ‘paradosso’ è il cuore della idea della ‘reinvenzione’”. Niente di meno che una nuova “versione del capitalismo” capace di “affrontare i fallimenti a livello di mercato e istituzionale” e “cambiare le regole del gioco”. Il Wbcsd afferma quindi che “il capitalismo di cui abbiamo bisogno è un capitalismo che premia la creazione di valore reale, non l’estrazione del valore come fa il modello di oggi”. Un progetto che richiede “un’azione complementare da parte delle imprese, degli investitori e dei responsabili politici. Un’azione volontaria da parte del settore privato che deve andare di pari passo con modifiche alla legislazione e alla regolamentazione”. Insomma un vero nuovo patto sociale nel segno del green.

Considerando che gli estensori del documento, per lo più, continuano ad essere pagati in azioni delle società per cui lavorano, c’è da chiedersi dove sta il trucco. Il dubbio è che la loro intenzione non sia tanto salvare la vita sul pianeta, quanto garantire la capacità del sistema economico di continuare a generare, accumulare e riprodurre valore monetario. Temono infatti che le crisi ecologiche – come le nuove “sindemie”, combinazioni sequenziali di pandemie e malattie degenerative endemiche, come quelle causate da stili di vita, alimentazioni e condizioni ambientali insalubri – possano rendere vulnerabili anche le aziende più forti sul mercato. Comunque, si tratta di contrastare la tendenza secondo cui: “la popolarità del capitalismo è iniziata svanire”, specie tra le giovani generazioni. La speranza di una ripresa dei cicli economici espansivi viene dai “mercati dei capitali (che) apprezzano e premiano adeguatamente pratiche commerciali inclusive e sostenibili e, di conseguenza, viene mobilitato più capitale per conseguire gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile e la transizione verso un mondo di 1,5 °C.”, secondo quanto richiesto dall’Accordo di Parigi sul clima. Come dicono Ferruccio de Bortoli ed Enrico Giovannini su Economia & Politica del Corriere della sera: “Il mondo produttivo è alle soglie di un paradigma storico e chi tardi arriverà peggio alloggerà, come dice il proverbio. Lo spartiacque tra vincitori e perdenti, sul versante del benessere, del reddito e del lavoro, dei prossimi anni passa per la riconversione ecologica, opportunità straordinaria di business per le imprese innovative.” (Il futuro è green, Corriere della sera, lunedì 30 novembre 2020). È così che il principio ecologico della comune appartenenza di ogni essere vivente al mondo e della interdipendenza di ogni cosa, che richiederebbe cooperazione e solidarietà, viene rovesciato nell’esatto suo opposto: competizione, rivalità, appropriazione esclusiva dei beni (materie prime) e dei saperi (brevetti), gerarchie sociali e di potere. L’impresa capitalista riprendendo nelle sue mani (aiutata dalla “finanza sostenibile”) ciò che ha distrutto – l’ambiente naturale – si risolleverebbe dal discredito e riconquisterebbe reputazione, fiducia e autorità. Questo – in sintesi – è il progetto del “capitalismo ecologico”.

Hanno scritto un gruppo di associazioni che hanno partecipato alla tre giorni di novembre ad Assisi dell’Economy of Francesco: “A nome di una visione discutibile dell’economia abbiamo santificato il principio della concorrenza, mettendo in competizione individui, imprese e Paesi in tutti i campi proprio mentre le trasformazioni profonde che subiva il mondo richiedevano di andare nella direzione opposta. L’economia dominante è costruita su un modello bellico a tutti i livelli. Per questo va cambiata!” (Ma io cosa posso fare? Documento redatto da Jean Fabre, membro della Task Force dell’Onu per l’Economia Sociale e Solidale).

Verde pallido

Ma quanto è davvero verde il sistema economico immaginato e promosso dal Green Deal? Una indicazione ci viene dalle conclusioni che si stanno prospettando del lungo lavoro in sede Ue sulla individuazione e classificazione delle attività economiche eco-compatibili, chiamata in gergo dai tecnocrati di Bruxelles “tassonomia verde” (Regolamento UE 2020/852 del giugno scorso). I “criteri tecnici” che la Commissione europea sta elaborando in attuazione del Regolamento e che entreranno in vigore dal 2021, saranno molto elastici.. L’economia si tingerà di un verde assai pallido. Ad esempio, basterà mischiare il metano con l’idrogeno per produrre energia pulita. Poco male anche se l’elettrolisi dell’acqua per produrre l’idrogeno avverrà utilizzando l’energia nucleare (leggi il sito ben informato: www.rinnovabili.it/green-economy/finanza-sostenibile/tassonomia-verde-ue-idrogeno-viola). Qualsiasi combustibile fossile, qualora le emissioni dovessero essere “catturate”, compresse e pompate nel sottosuolo nei giacimenti esauriti di gas naturale, potrà essere considerato positivamente come “energia di transizione” ai fini del raggiungimento della “neutralità” del carbonio entro il 2050. Detto-fatto, l’Eni ha già annunciato un mega progetto di utilizzazione dei giacimenti offshore nel ravennate (vedi Il Fatto, Gasdotti e soldi, 12 ottobre 2020) e c’è da essere certi che chiederà il finanziamento nel piano nazionale del cosiddetto Recovery Fund.

La “tassonomia” europea è molto importante perché orienterà non solo gli investimenti pubblici dei piani nazionali del Recovery and Resilience Facility, ma anche quelli privati.

Nei giorni scorsi si è svolta una interessate settimana di incontri del Forum per la finanza sostenibile (www.settimanasri.it). È emerso che gli investitori istituzionali (a partire dai fondi di pensione), le fondazioni bancarie (Acri) e, in generale, i gestori di fondi del risparmio sono alla ricerca di attività imprenditoriali che possano rientrare nei parametri premianti della sostenibilità ambientale, sociale, gestionale, ovvero nell’“etica Esg” (Environmental, Social, Governace), come la chiama Ugo Biggeri di Banca Etica. I problemi sorgono per il fatto che non esistono metodologie standardizzate universalmente riconosciute e a prova di greenwashing per compilare le “dichiarazioni non finanziarie” e le rendicontazioni sugli impatti ambientali e sociali delle imprese. Per oro esiste la Direttiva della Ue del 1995 che si applica obbligatoriamente solo ad enti di rilevante interesse pubblico e con almeno cinquecento dipendenti. I modelli che sono stati elaborati da esperti di vari istituti specializzati sono inevitabilmente molto complessi e sono complicatissimi da compilare poiché i parametri di cui tener conto e le interrelazioni causali di ogni attività economica possono essere moltissimi. Basti pensare alle problematicità che incorre la applicazione della procedura di Valutazione di impatto ambientale, pur essendo normata da leggi. Ogni tentativo di codificare, modellizzare e calcolare la responsabilità sociale delle imprese estesa a campi – appunto – etici si scontra con il Codice civile che limita il loro scopo ai risultati economici e, soprattutto, con la logica intrinseca e stringente del mercato, specie quello finanziario. Wolfgang Streek ci ricorda che l’essenza del “capitalismo sta nell’investire capitale per creare più capitale per più investimenti”.

In conclusione è molto difficile riuscire a immaginare una impresa che riesca ad agire, per quanto mossa da buone intenzioni, in modo responsabile, sostenibile, eticamente orientata al bene comune (quantomeno al bene di tutti i suoi stakeholders) rimanendo ancorata all’interno di un contesto sociale e normativo performato dalla competizione, dalla proprietà esclusiva, dal ricorso all’indebitamento con pagamento degli interessi.

Edgar Morin (L’anno dell’era ecologica, 2007) ha scritto:

“Potrà svilupparsi un capitalismo ecologico che fabbrichi e venda in non-inquinante, il sano, il rigenerante (…) tuttavia il problema ecologico ci obbliga a prendere in considerazione la struttura della vita e della società umana (…) Abbiamo bisogno di una bio-antropologia, di un’ecologia generalizzata”.

Bergoglio nella Laudato si’ l’ha chiamata “ecologia integrale”.

Social

Articoli recenti

Commenta

Invia commento