PER UN LIBRO DI POESIE

Copertina “Stagioni Ritrovate” di Giorgio Gabanizza

di Sebastiano Saglimbeni
“Come sempre/ con poche parole/ qui a Venezia/ma molto vedere/ bisogna/ senza la solita/ retorica del turista/ che passa./ Il lungo respiro/con puzza di/pesce in gola/che piace/e accarezzare le cose/come una donna/ che ci sta/e tante visioni guardate/van giù/come il vino/e le barbe ti gridano/che qui/il vivere non è/’tenue e gentil’/la rosa manca/ nelle tavole di/ Pollok/ appunto, malgrado/le tradizioni”.

Un tratto, quanto sopra, di una poesia della silloge Stagioni ritrovate/Con appunti per un poema(1960-1965), scritta da Giorgio Gabanizza ed editata di recente da Albatros di Roma. Qui uno che vaga per la nostra famosissima mercantile città lagunare che gli fa sciogliere versi, liberi, che non indugiano alla rima o al ritmo sonoro tradizionali, dal sapore neorealistico per quel puzzo di pesce in gola. Il sopraddetto testo, disposto verticalmente in due pagine, si fa leggere, rileggere, come il resto degli altri nelle non molte pagine dell’elegante libretto. Nella quarta pagina di copertina di questo una consistente nota sulla doviziosa esistenza dell’autore che dagli anni sessanta è un attivo in politica.

Siamo con questa sorprendente semina di parole sul mezzo della carta in quella temperie storico-sociale degli anni esplodenti le lotte sociali contro i secolari privilegi. Sono già nuovi i linguaggi e le poetiche espressi da poeti del primo e secondo Novecento, che pure abbiamo letto antologizzati. L’autore Gabanizza li intende con questa sua esperienza espressiva, scritta mentre giovane, ma che non divulga e conserva come una reliquie. Ora ripresa con questa sua pubblicazione ci fa conoscere un uomo che ricorrere alla poesia che vive da millenni e non morirà mai.

La poesia. Questa di Gabanizza è quella della sua medesima vita, di uomo come mosto in frammento, è quella dell’ esistere sociale, un “groviglio di sciagure”. Della sua medesima vita, perché nei versi non è raro il suo io, sia quando vaga, sia quando, come mille e mille poeti del nostro pianeta, canta il simulacro muliebre del dopoguerra libero e puro. E per il lettore qui un testo singolare, sine titolo, che recita:

“napoli e noi qui/ a dire che/ le ragazze, nude/ ci guadagnerebbero/in freschezza,/ giù gli orpelli/ pennacchiuti di un/ folclore per il consumo/ turistico/come è facile ad un tempo/lasciare dolcemente ferire/ dai mitici sogni/le germinazioni del cuore//languono per una ‘‘nuova/giulietta’/ manca l’usignolo/dai vostri giardini/ non vuole essere un ritorno/ ma una onesta ipotesi d’amore”.

E si noti come il gettito della versificazione breve è singolarissimo e il nome della città partenopea è scritto con la n minuscola. Per essere nuovi, diversi questo modo di poetare? Avremo una risposta a questo quesito quando, dopo questa esperienza, leggeremo dell’altra poesia risalente alla maturità dell’autore.

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