Paul de Musset a Messina


A Messina

Tratto da

”In vettura, viaggi in Italia ed in Sicilia”, Parigi 1885

di Paul Edme de Musset

(1804-1880)

Il cameriere dell’hotel della Vittoria, che mi aveva accompagnato in una buona camera, per prima cosa aprì la finestra e mise una sedia sul balcone. A Messina e in tutta la Sicilia, il balcone è una parte importante dell’appartamento. Ci si mettono dei fiori, ci si portano dei tavolini; si lavora, si legge, si passa una parte della giornata in questi salottini sospesi a mezz’aria. Non c’è bisogno di dire che si chiacchiera con i vicini ed è impossibile che non accada spesso di fare l’amore da una finestra all’altra. Nei villaggi, il contadino più povero ha anche lui il suo balcone dove prendere il fresco di notte. Le canzoni popolari siciliane sono serenate e ciò dimostra che gli innamorati gironzolano spesso sotto le finestre e che le loro belle vengono volentieri al balcone.

Mentre ci preparavano il pranzo, presi il cappello per andare a dare uno sguardo d’insieme alle strade; è su questa prima impressione che mi baso per valutare se una città saprà piacermi. Il porto di Messina è il migliore e il più grande del Mediterraneo.

Data la sua posizione, dovrebbe essere il centro di infiniti scambi commerciali, tuttavia ci si trova a mala pena qualche nave straniera che viene a caricare arance. La città è bella e ha una pianta regolare, attraversata in tutta la sua lunghezza da due grandi strade parallele. Già prima di arrivare alla fine di via San Ferdinando, ero stato colpito dall’aspetto squallido e incolore di Messina. Ci sono altre città sfortunate in Sicilia, o forse è meglio dire che questa Irlanda silenziosa del Mezzogiorno non sarà felice finché resterà nelle condizioni attuali; ma Messina sembra giunta alla totale mancanza di speranza. Non si cerca più nemmeno di vendere al dettaglio. Ci si consola del riposo obbligato dormendo giorno e notte.  Per ottenere che un commerciante vi venda la sua mercanzia, dovete trovare l’occasione opportuna per chiedergli udienza all’ora che preferisce, altrimenti non si prenderà il disturbo di servirvi. Per chi arriva da Napoli, dove la popolazione chiassosa è sempre in movimento farebbe dieci leghe per un baiocco, la differenza è molto forte. D’altronde non ci sono monumenti né musei; nulla che sia d’interesse artistico a Messina; le è rimasto solo il suo bel nome e il suo splendido clima, che è comunque un pregio considerevole. Le strade della città non sono state spazzate dai tempi delle colonie greche. Non ho mai visto tanta polvere, tanti fili di paglia e cartacce svolazzanti. A guardar bene, scommetto che tra quei fogli vagabondi si troverebbero papiri manoscritti. Quando il vento li fa correre, producono suoni strani e, tra qualche secolo, bisognerà disseppellire Messina dai cumuli di carta vecchia, come Pompei dalle ceneri del Vesuvio.

Spesso mi capita di lasciare nella mia cartella le lettere di raccomandazione per ricchi banchieri, ma non manco mai di portare con me quelle che sono indirizzate ad artisti. A Messina dovevo incontrare due uomini di talento, Aloisio, incisore apprezzato che era partito poco tempo prima per la Francia, e Panebianco, giovane pittore che trovai al lavoro. Panebianco è l’autore di un bellissimo disegno in cui si possono distinguere ben quattrocento personaggi e che rappresenta l’ingresso del re di Napoli a Messina nel 1837. Della realizzazione dell’incisione è stato incaricato Aloisio, che è in viaggio per perfezionarsi nell’arte prima di intraprendere questo compito così impegnativo. Oltre a questo disegno, Panebianco mi mostrò progetti di quadri che non saranno mai trasferiti su tela, tra gli altri un combattimento fra cristiani e saraceni di notevole forza. Fui affascinato soprattutto da un grosso album nel quale c’erano due-trecento schizzi a penna che rappresentavano gruppi di bambini e altri temi nei quali l’immaginazione del pittore si era lasciata andare a ogni sorta di capriccio. Isolato com’è, spesso l’artista dubita dolorosamente di se stesso. Vive con amarezza la situazione dell’uomo di talento che non ha un pubblico e che continua a produrre, con costanza degna di lode una quantità di opere che nessuno probabilmente vedrà mai, finché lui sarà in vita. Io tentai di fargli promettere di lasciare Messina per venire a cercare a Parigi il successo e l’agiatezza che merita; ma lui mi indicò attraverso la finestra il cielo stupendo dello stretto e mi rispose commosso che un buon siciliano vive e muore nel suo paese.

Rientrando alla Vittoria, vidi miss Nancy agghindata con un abito bianco e simile a un angelo di luce. Aveva girato la città con il padre e, non avendovi trovato di bello nient’altro che il clima, appoggiò con tutte le sue forze la mia proposta di partire per Taormina e Catania: cenammo tutt’e tre insieme all’hotel. Al momento del dessert, la giovane si ritirò in camera sua, per lasciare al padre il piacere di ubriacarsi, cosa che egli fece con fasto degno di Omero, mentre io concordavo il prezzo con uno che affittava carrozze per la partenza del giorno seguente.

Alle cinque del mattino, il mio grasso inglese si costrinse ad alzarsi dal letto faticosamente e salimmo in carrozza, il padre ancora male in arnese per gli eccessi della notte precedente, la figlia entusiasta di visitare una nuova regione, io soddisfatto per la certezza di conquistarmi nel corso del viaggio la confidenza di miss Nancy e il racconto dei suoi amori.

La strada da Messina a Catania riunisce tutto ciò che la natura può offrire di più ricco e di più vario agli occhi del viaggiatore. Situata alla stessa latitudine di Tunisi, sfugge all’aridità dell’Africa grazie ai venti marini e alla prossimità delle montagne. Sulla sinistra, lambisce senza interruzioni la costa, mentre a destra è attraversata dal letto di alcuni torrenti. Da una parte si vede la città di Reggio sulla punta dello stivale d’Italia, dall’altra la testa canuta dell’Etna. Gli alberi d’arancio fanno un’ombra fitta che il sole non riesce a trafiggere e spandono per un grande spazio intorno un profumo delizioso. I lecci, le magnolie, i mirti e le catalpe, che sembrano banali alla gente del luogo, hanno per lo straniero un aspetto lussuoso che trasforma i boschi in giardini e parchi. Il sentiero è per tutta la sua lunghezza costantemente orlato da quegli enormi cactus che producono i fichi d’India e rassomigliano più ad escrescenze che a piante. Questi cactus spuntano in mezzo alle pietre, sulle muraglie, in mezzo alla lava; hanno bisogno solo di caldo e dato che ne hanno a volontà, si moltiplicano e crescono senza essere coltivati. I più grandi arrivano quasi a dodici piedi d’altezza. Le loro enormi racchette si intersecano creando forme bizzarre, a volte strisciando sul suolo a mo’ di serpenti, a volte ergendosi e torcendosi come in preda a convulsioni. Spesso si schierano a battaglia e improvvisamente si ammassano come plotoni in uno spazio stretto, simulando una mischia grottesca. Le contadine che stendono i panni ad asciugare sui fichi d’india danno loro in prestito dei vestiti fantasiosi con cui il caso li infagotta abilmente come avrebbe potuto fare Callot. D’altronde il cactus è una pianta utilissima; ricostituisce uno strato di terriccio sulla lava, dove è la sola che riesce a radicarsi, un secolo prima che altre piante ci crescano e inoltre è prodiga dei suoi grossi frutti succulenti che produce a migliaia e che sono alla portata di tutte le tasche.

Traduzione dal manoscritto francese di Gabriella De Angelis

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