Apologia del discorso sulla dittatura sanitaria

Josè Martino (Messina, 1948) “L’in-canto della libellula” – 2020 – olio su tela e applicazioni, cm 90 x 70

di Giuseppe Cannata

Quando mi è capitato di leggere per la prima volta, scorrendo svogliatamente la timeline di Twitter, di una “dittatura sanitaria”, l’ho trovata una formula simpaticamente naĂŻf. PerchĂ© con quell’eccesso di presunzione che l’istruzione universitaria instilla, l’idea di un gridare alla dittatura sanitaria in un momento del genere, mi sembrava colpevolmente ingenua e sufficientemente irrispettosa. Non che sia un fautore dei minuti di silenzio e dell’ossequioso rispetto della tragedia, ma l’idea di farneticazioni complottiste di fronte alle difficoltĂ  di tanti mi sembrava un po’ offensiva. Nondimeno, mano a mano che le varie imprecazioni contro la dittatura sanitaria si accumulavano sulla timeline di Twitter, suffragate da dichiarazioni di gente finita piĂą o meno casualmente sui giornali o nelle piazze, mano a mano che questa grossolana narrazione prendeva corpo, ho iniziato a riconsiderare la cosa. Lungi dall’aspirare a o dall’avere le “competenze” (su cui poi ritornerò) per proporre spiegazioni, mi sono limitato a rielaborare qualche riflessione poco originale sul tema.

1. Dare soluzioni semplici a problemi complessi. La prima e piĂą scontata spiegazione dei diversi complottismi e negazionismi, ivi inclusa (con qualche riserva) la dittatura sanitaria, è l’esistenza di scorciatoie cognitive di fronte a problemi complessi. Se non si hanno i mezzi per spiegarsi o, quantomeno per quel che mi riguarda, accettare di non potersi spiegare problemi complessi, si cerca un’alternativa piĂą o meno plausibile sulla base dei limitati elementi disponibili. Nulla di originale, lo si dice spesso. Ma, forse, è una risposta troppo semplice alla domanda complessa “PerchĂ© la gente urla alla dittatura sanitaria?” e rischia di soffrire delle stesse inadeguatezze che denuncia. Sì, va bene, chi non è in grado di affrontare il problema complesso di una pandemia lo trasforma in qualcosa di piĂą maneggevole e facilmente intellegibile: c’è un qualche interesse dietro, perchĂ© non può essere che con tutti i progressi scientifici e tecnologici del caso nessuno è in grado di gestire un virus e siamo periodicamente costretti a qualche sorta di lockdown. Tuttavia, qualunque spiegazione della pandemia, al momento, è un’approssimazione alla sua complessitĂ , come testimoniano le continue (legittime) incertezze e cambi di rotta da parte di governi e della “scienza”, che in principio dovrebbero avere piĂą strumenti a disposizione per affrontare tale complessitĂ . Sul piano ontologico, tanto le risposte di governi e scienziati quanto quelle del complottismo sono approssimazioni della complessitĂ  del problema che ci troviamo ad affrontare. Solo di grado diverso. E di questo bisogna tener conto, evitando la mitizzazione di chi è competente.

2. Il competenzialismo e il “lo dice la scienza”. La logica di fondo è: se non sei in grado di capire affidati a chi ha le competenze per farlo: a “ciò che dice la scienza”. Il problema è che si tratta di una risposta in potenza meno logicamente solida di una teoria del complotto. Nel caso di specie, siamo di fronte ad un nuovo virus di cui si conosce poco e quel che si conosce – come pure le misure per contrastarlo – è spesso frutto di una conoscenza precaria e contingente, talvolta smentito da un giorno all’altro. In questo contesto, l’idolatria della competenza che da qualche tempo sembra essere di moda, diventa parte – non soluzione – del problema. Infatti, la versione semplificata e resa intellegibile della soluzione complessa che la “scienza” sta cercando di elaborare è: “fidati, anche se tu non riesci a capirlo, gente che studia queste cose dice che è così”. Il che corrisponde per “chi non ha le competenze per capire” ad una sorta di atto di fede, rispetto a cui le fumose evidenze di una dittatura sanitaria hanno comunque un piĂą solido appiglio. Il dato di fatto che tutti possono constatare non è che c’è un virus estremamente contagioso e letale (prerogativa, questa, di chi “ha le competenze”), ma è che siamo tutti sottoposti ad una serie di limitazioni draconiane. A partire da questa evidenza empirica, seguendo una logica abduttiva, il fatto che ci siano dei “poteri forti” interessati a tenerci in una qualche sorta di dittatura sanitaria non è meno plausibile del fatto che ci sia un virus sconosciuto che nessuno sa come controllare efficacemente. E tra un “tu non puoi capire, ma è così” e un “tutti lo possono capire, ma qualcuno non vuole che tu lo capisca”, si è – credo – piĂą portati a fidarsi di ciò che almeno si ha una possibilitĂ  di comprendere.

3. A pancia piena si ragiona meglio. Se anche, com’è successo in un primo momento, una larga maggioranza decide di fidarsi di “ciò che dice la scienza” e seguire le (legittimamente) imprecise linee guida dei governi, di fronte al logoramento causato del lockdown e dalle altre misure di contenimento, la fiducia vacilla. Banalmente, un po’ come in tutte le cose: è più facile sopportare un lockdown con tutti gli agi di una villa con giardino che nei 25 metri quadri di una casa popolare, senza una fonte di reddito stabile. Nel momento in cui un governo impone delle privazioni senza fornire in contropartita alternative sufficienti, riesce difficile pensare che sia per il tuo bene. Ecco che se anche in principio l’idea che ci trovassimo in una sorta di dittatura sanitaria non era convincente, di fronte al logoramento prodotto da un lockdown prolungato (in assenza o carenza di aiuti, tradottosi in difficoltà economiche e sociali) ci si trova costretti o quantomeno non disincentivati a trasgredire le limitazioni e regole imposte, ed in secondo a giustificare come si può la necessità di tali trasgressioni. Detto in maniera più concisa, più che l’ignoranza additata dai difensori del competenzialismo, è l’indigenza (non strettamente in termini economici) che ingrassa lo spettro di una dittatura sanitaria. Qualcuno ha detto che con la cultura non si mangia, affermazione certamente discutibile. Ma sicuramente senza mangiare non ci si accultura.

4. Virologia da stadio. Un’ultima considerazione a proposito della comunicazione e della scienza. In un tempo in cui la politica tende alla polarizzazione è inevitabile che il virus e le misure di contenimento diventino un terreno di gioco per i vari partiti e movimenti e creature varie del bestiario politico. Tuttavia era forse evitabile lo spettacolo gladiatorio che si consuma quotidianamente sulle televisioni e sui social network, tra virologi ed esperti di sorta (epidemiologi, economisti, calciatori interessati al tema a titolo personale, e così via). Ogni schieramento ha il suo portabandiera “competente”, la sua teoria sul virus, la sua lista di misure da adottare o da non adottare. Il che pone almeno due problemi. In primo luogo si rimpiazza il confronto che dovrebbe essere alla base della scienza con la competizione, e si risolve il dibattito scientifico in uno scontro tra hooligans. In secondo luogo, la virologia da stadio implica una logica difensiva che si traduce nella presentazione delle diverse ipotesi come conquiste certe, assolute veritĂ . Nel momento in cui, come accade sistematicamente, nuove ricerche smentiscono quelle precedenti, e – ad esempio – la mascherina da inutile diventa essenziale o viceversa, quello che è un andamento normale della scienza (in quanto conoscenza falsificabile in senso popperiano) diventa un suo fallimento, perchĂ© soluzioni spacciate per certe si rivelano per quello che sono: ipotesi errate. Man mano che la credibilitĂ  non della singola ipotesi smentita, ma della scienza nel suo complesso (e delle istituzioni) viene meno, l’idea di una dittatura sanitaria in cui le misure di contenimento sono dettate non dalle limitate conoscenze scientifiche contingenti ma dagli interessi di chicchessia, prende quota.

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