DEMOCRAZIA E LEGGE ELETTORALE

Foto da giornale d’epoca

di Liliana Parisi

Mentre i mass media si occupano soprattutto della pandemia e dei problemi economici ad essa legati, prosegue in Parlamento la discussione circa una nuova legge elettorale e si dovrebbe concludere con la votazione entro la fine di ottobre. Ma si tratta di una discussione fondata sull’idea, molto discutibile, che si possa fare una nuova legge elettorale solo in base ad un accordo in seno alla maggioranza. A parte il fatto che già Italia Viva sembra non essere più d’accordo sul prospettato sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, quand’anche si giungesse a varare una nuova legge, essa sarebbe rimessa in discussione qualora in futuro cambiasse la maggioranza e prevalessero partiti favorevoli al sistema maggioritario o contrari alle soglie di sbarramento, ecc. Su temi come questi occorrerebbe che l’accordo fosse tra tutti i partiti di quello che un tempo era definito “l’arco costituzionale”. Peraltro non è ancora chiaro se si vuole continuare con le liste bloccate o ripristinare il voto di preferenza, questione che non è assolutamente secondaria.

Poiché in occasione del referendum relativo al taglio del numero dei parlamentari, abbiamo fatto un gran parlare della Costituzione e della volontà dei Padri Costituenti, mi sembra opportuno ricordare alcuni dati storici:

Nel 1946 i membri dell’Assemblea Costituente furono eletti col meccanismo elettorale proporzionale a liste concorrenti in 32 collegi elettorali plurinominali, con preferenze. I candidati appartenevano a piĂą di 23 liste, alcune delle quali non presenti in tutte le circoscrizioni. La legge elettorale prevedeva l’elezione di 573 deputati, ma poichĂ© le elezioni non si poterono svolgere nelle province di Bolzano, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara, risultarono eletti solo 556 costituenti. I tre maggiori raggruppamenti furono quello della Democrazia Cristiana, che ottenne 207 seggi, quello del Partito Socialista Italiano di UnitĂ  Proletaria, che ne ottenne 115, e quello del Partito Comunista Italiano, che ne ottenne 104. Ottennero seggi altre 13 liste, ma oltre ai tre partiti menzionati superarono la soglia del 5% solo altri due: Partito Liberale Italiano (PLI) e Fronte Popolare dell’Uomo Qualunque (UQ). Lo stesso Partito Repubblicano Italiano (PRI), che partecipò poi attivamente ai lavori della Assemblea, aveva conseguito il 4,36 % dei voti. I partiti con un solo deputato furono il Partito Cristiano Sociale, il Movimento Unionista Italiano, il Partito dei Contadini d’Italia e la coalizione valdostana Fronte Democratico Progressista Repubblicano.
Il 25 giugno 1946 venne insediata l’Assemblea Costituente con alla presidenza Giuseppe Saragat, appartenente non alla DC, partito che aveva ottenuto piĂą seggi, ma al PSIUP, secondo per numero di seggi conseguiti.

Nel corso dei lavori l’Assemblea Costituente, con l’approvazione dell’ordine del giorno Giolitti, manifestò il favore per il sistema proporzionale nell’elezione dei membri della Camera dei deputati, nella seduta dell’Assemblea del 23 settembre 1947; successivamente, nella seduta dell’Assemblea del 7 ottobre 1947, fu approvato l’ordine del giorno Nitti, che prevedeva il suffragio universale e diretto, con il sistema del collegio uninominale, per l’elezione del Senato.

Ho ricordato questi dati per evidenziare che, uscendo da una dittatura, i Padri Costituenti, spesso molto distanti tra loro ideologicamente, avevano in comune la volontà di avere un Parlamento rappresentativo di tutto il popolo italiano, a cui appunto l’art.1 attribuisce la SOVRANITA’. Non credo che i Padri Costituenti avrebbero apprezzato le liste bloccate, con candidati “ nominati” dalle segreterie dei partiti ed eletti in base alla loro posizione in lista e non alle preferenze espresse dagli elettori e che di fatto rendono conto del loro operato al segretario del partito e non ai cittadini elettori. Essi volevano la democrazia, non la partitocrazia; e se l’art. 49 riconosce il diritto (non l’obbligo!) di associarsi in partiti, l’art. 67 garantisce la libertà del parlamentare di esercitare le sue funzioni ”senza vincolo di mandato”. E avrebbero considerate antidemocratiche le soglie di sbarramento, più o meno alte, che impediscono l’ingresso in parlamento a rappresentanti delle minoranze, rendendo inutili i voti di tanti elettori. Ora poi che il taglio del numero dei parlamentari, innalzando il rapporto numerico eletti-elettori, ha reso più difficile l’elezione di appartenenti a piccole formazioni politiche, una soglia di sbarramento del 5% a me pare più pericolosa per la “rappresentanza democratica” che la stessa riduzione dei parlamentari; e mi pare che un’eventuale “Diritto di tribuna” (un meccanismo per niente chiaro) sarebbe un contentino, certo non democratico dal momento che era previsto nella Legge Acerbo del periodo fascista.

Prendiamo atto che siamo in Italia, non in Gran Bretagna o in Germania o altrove, e alcuni dati di fatto mi sembrano evidenti:

– in Italia il Bipolarismo non riesce ad attecchire. Abbiamo avuto delle coalizioni non coese, partiti che si accorpavano e partiti che si scindevano, partiti che si presentavano uniti alle elezioni per poi scindersi successivamente. Quindi sarebbe bene che ogni partito si presentasse da solo alle elezioni, senza coalizioni (peraltro non previste dalla Costituzione) e che gli accordi si facessero poi, sulla base di programmi ben definiti, come avveniva nella I Repubblica.

– ogni sistema elettorale che mirasse a creare una maggioranza stabile, non ha finora dato i risultati di governabilitĂ  sperati e ha reso piĂą difficili i rapporti tra i partiti. Negli anni del dopoguerra vi era piĂą rispetto delle minoranze: di prassi, la presidenza di uno dei due rami del parlamento veniva data a un esponente di partiti non al governo. Invece nella II Repubblica il partito o la coalizione di maggioranza relativa hanno monopolizzato le cariche istituzionali e, da parte loro, le minoranze hanno fatto quasi sempre un’opposizione non costruttiva, usando l’aula parlamentare per fare continua propaganda elettorale. Il clima di continua rissa è anche alimentato da giornali e trasmissioni televisive. Molti politici stanno piĂą in TV che in Parlamento.

– è in costante crescita il “Partito dell’Astensione”. Di recente mi è capitato di leggere uno scritto semiserio di Silvia Pulpo, intitolato “Ma gli astenuti come ragionano?” (Corriere della Sera 27 ottobre 2017), in cui ho trovato delle osservazioni condivisibili e in particolare l’affermazione che i non-elettori, con astensionismo di matrice diversa, sono accomunati da un unico elemento: “la convinzione che la politica sia ormai una cosa distante. Distante materialmente, distante idealmente, distante umanamente.” A parer mio, su questo hanno influito non poco l’impossibilitĂ  di scegliere la persona a cui dare il proprio voto e meccanismi per l’attribuzione dei seggi che, secondo me, solo gli addetti ai lavori e pochi altri capiscono, anche se la maggior parte degli elettori non lo ammette, per non essere giudicata ignorante.

Se si vuole una vera democrazia, è necessario un rinnovamento! Oltre alla riorganizzazione dei collegi elettorali, resa necessaria dalla riduzione dei parlamentari per assicurare a tutti i territori un’adeguata rappresentanza in Parlamento, occorre una nuova legge elettorale chiara, che tolga potere alle segreterie dei partiti e lo ridia ai cittadini elettori. Basta pluricandidature, basta candidati “calati dall’alto” in collegi più o meno “sicuri”: unica candidatura nel luogo dove si è nati e/o si risiede. E possibilità per l’elettore di esprimere fino a 2 preferenze, per genere. Peraltro non si comprende perché ciò sia possibile per le elezioni comunali, regionali, europee e non anche per le elezioni politiche. Secondo alcuni, le preferenze porrebbero ”l’oggettivo problema della possibile infiltrazione della criminalità organizzata, soprattutto del Mezzogiorno”. E’un discorso che trovo assolutamente inaccettabile per più motivi: la maggior parte degli elettori siamo persone oneste, spesso più dei politicanti che oggi scelgono i candidati; il pericolo di infiltrazioni mafiose esiste più per l’elezione di Enti Locali, in cui invece le preferenze sono ammesse; la criminalità organizzata segue la ricchezza, quindi non è più una peculiarità del Mezzogiorno, ma è fortemente presente nel ricco Nord, dove non si sospettava che ci fosse. In ogni caso è a monte che si può e si deve evitare che vadano preferenze a persone non degne, mettendo cioè in lista candidati di provata onestà, senza rapporti con certi ambienti. Per essere assunti nella Pubblica Amministrazione bisogna dimostrare di possedere dei requisiti: a maggior ragione questo deve valere per i parlamentari.

E poiché si discute se sia da preferire il sistema proporzionale o quello maggioritario, a parer mio, sempre rispettando la volontà dei Padri Costituenti, si dovrebbe giungere ad una soluzione di compromesso, tornando al passato: sistema proporzionale puro, senza premio di maggioranza, per la Camera, uninominale per il Senato, dando la possibilità di candidarsi anche a personalità appartenenti alla cosiddetta “società civile”, indipendenti dai partiti. In questo caso la parola “compromesso”non ha un significato negativo: è un venirsi incontro su ciò che può essere condiviso, così come è stato fatto dai Padri Costituenti quando hanno elaborato la Costituzione. E, in un Parlamento pluralistico e davvero rappresentativo, la governabilità dovrebbe derivare dalla capacità di confrontarsi democraticamente, evitando i “muro contro muro”, e di convergere su temi condivisibili, per il bene della nazione.

Oltre alla legge elettorale, in Parlamento si sta votando anche su una riforma costituzionale, mirante ad abbassare da 25 a 18 anni l’età per eleggere il Senato. Personalmente la trovo una cosa giusta, considerando che l’art. 48 della Costituzione recita: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico ( …).” Avere elettori della stessa età per Camera dei Deputati e Senato, limiterebbe il rischio di avere maggioranze diverse in questi due rami del Parlamento, come qualche volta è successo. Invece trovo assurda la proposta di abbassare l’età dei candidati al Senato da 40 a 25 anni. Chi ha avanzato questa proposta, evidentemente non conosce il latino e non sa che Senato deriva da “senex”, vecchio. Un quarantenne di oggi si offenderebbe ad essere considerato anziano, ma certo ha più esperienza di vita di un venticinquenne. Peraltro mi pare che abbassare l’età dei senatori non porterebbe alcun vantaggio. E poi penso che, se non si vuole fare del Senato una fotocopia della Camera (magari con la recondita intenzione di giungere in futuro all’eliminazione del bicameralismo), ci deve essere qualche elemento di differenza tra le due assemblee e questi potrebbero essere, oltre alla diversa consistenza numerica, il sistema di elezione e l’età dei componenti. A parer mio, anche se non viene previsto ufficialmente, i candidati al Senato dovrebbero avere nel loro curriculum attività di Deputato, o di Amministratore in Enti locali, o di dipendente pubblico, svolta con onore.

Sempre in conseguenza della riduzione del numero dei parlamentari, si vuole anche modificare l’art.83 della Costituzione che attualmente prevede la partecipazione di 3 delegati per ogni regione alla elezione del Capo dello Stato. La soluzione mi pare ovvia: poiché il numero dei parlamentari è stato ridotto di 1/3, i delegati dovrebbero passare da 3 a 2 per regione, restando sempre 1 per la Valle d’Aosta.

Insomma, per instaurare una reale DEMOCRAZIA, anche e soprattutto per quanto riguarda la legge elettorale, sarebbe il momento di fare scelte condivise dal maggior numero di forze politiche, non legate a interessi particolaristici e contingenti, ricordando la frase attribuita a Churchill: “Il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni anzichĂ© alle prossime elezioni”.

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Un commento a "DEMOCRAZIA E LEGGE ELETTORALE"

  1. liliana ha detto:

    Errata corrige: erroneamente ho scritto ” un’eventuale Diritto di tribuna” invece di “un eventuale “(senza apostrofo).Chiedo scusa ai lettori

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