UN INCONTRO DI STUDIO A VITERBO SU UN PREZIOSO SAGGIO DI RICCARDO DE VITO, PRESIDENTE DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA

NO al taglio del Parlamento Italiano

La mattina di mercoledi’ 16 settembre 2020 a Viterbo, presso la sede del “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera”, si e’ svolto un incontro di studio su un prezioso saggio di Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica, dal titolo “I motivi per un NO” in riferimento al referendum che si svolgera’ domenica e lunedi’.

Il testo integrale del saggio riproduciamo in calce al presente comunicato.

Dopo l’attenta lettura del saggio ed un ampio commento di alcuni suoi punti essenziali da parte delle persone partecipanti, l’incontro e’ stato concluso dal responsabile della struttura nonviolenta viterbese, Peppe Sini, che ha sottolineato come pressoche’ tutte le piu’ autorevoli voci della vita democratica italiana convergano nell’argomentare le ragioni per cui occorre votare NO nel referendum del 20-21 settembre.
Illustri giuriste e giuristi, illustri magistrate e magistrati, illustri figure della riflessione morale e dell’impegno civile, cosi’ come i piu’ vivi movimenti della societa’ civile ed associazioni autorevolissime (l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, per citarne una per tutte), convergono nell’impegno per il NO.
NO all’antiparlamentarismo, NO al fascismo, NO alla barbarie.
NO alla mutilazione del parlamento, dello stato di diritto, della Costituzione, della democrazia.
NO all’abuso, all’arbitrio, alla frode, alla violenza dei vampiri, del regime della corruzione, dell’orda selvaggia e malvagia che vuole abbattere la democrazia ed imporre l’oligarchia, l’anomia, l’afasia, la dittatura degli ebbri e degli scellerati, dei razzisti e dei bellicisti, degli sfruttatori e dei devastatori.
Domenica e lunedi’ noi votiamo NO.

Il “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo

Viterbo, 16 settembre 2020

“Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt@gmail.com

Il “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo e’ una struttura nonviolenta attiva dagli anni ’70 del secolo scorso che ha sostenuto, promosso e coordinato varie campagne per il bene comune, locali, nazionali ed internazionali. E’ la struttura nonviolenta che oltre trent’anni fa ha coordinato per l’Italia la piu’ ampia campagna di solidarieta’ con Nelson Mandela, allora detenuto nelle prigioni del regime razzista sudafricano. Nel 1987 ha promosso il primo convegno nazionale di studi dedicato a Primo Levi. Dal 2000 pubblica il notiziario telematico quotidiano “La nonviolenza e’ in cammino” che e’ possibile ricevere gratuitamente abbonandosi attraverso il sito www.peacelink.it

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Allegato. Riccardo De Vito: I motivi per un NO
[Dal sito www.noaltagliodelparlamento.it con il titolo “I motivi per un No” e la nota “Sulla rivista QG un articolo di Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica”]

La revisione che ci apprestiamo a votare finisce per sfibrare la rappresentanza parlamentare, con il pericolo che in futuro se ne possa predicare in maniera definitiva l’irrilevanza.
Quale sia lo stato della competizione politico-istituzionale nel nostro Paese e’ sotto gli occhi di tutti: esasperazione del confronto tra leadership blindate; iperboli propagandistiche da rincorsa al sondaggio; prevalenza della tattica sulle visioni – sempre piu’ scolorite e standardizzate – dei rapporti umani e sociali; lontananza dai bisogni delle persone, non piu’ “incorporati” da partiti popolari, ma rappresentati in maniera caricaturale e inasprita dai nuovi fronti del populismo.
In questo contesto – che come ovvio ha le dovute eccezioni – la riforma costituzionale tesa alla riduzione del numero dei parlamentari, pure mascherata da innovazione, costituisce un’ulteriore regressione istituzionale. Conveniente all’establishment, ma di certo non ai rappresentati.
Lo ha scritto, con spiccata efficacia persuasiva, Felice Besostri: “C’e’ chi crede che votando Si’ al referendum si puniscano le oligarchie politiche. Mentre e’ vero il contrario. Esse continuerebbero a nominare, e dunque controllare, i candidati e anzi avrebbero un rischio inferiore di ritrovarsi tra le mani parlamentari infedeli”.
A legislazione elettorale invariata – l’intenzione di modificarla e’ allo stato una promessa priva di una direzione chiara, in cambio della quale si baratta un pezzetto di Costituzione – l’accoppiata tra riduzione dei parlamentari e legge elettorale maggioritaria a liste bloccate e “nominate” rischia di completare il processo di trasformazione del Parlamento in corte di osservanti, a tutto vantaggio di un potere esecutivo sempre piu’ tracimante e di quelle oligarchie che gli spiriti di un’antipolitica demagogica e iperfasica vorrebbero combattere. Eterogenesi dei fini, dunque.
Sia chiaro: non ci si propone qui di difendere le attuali condizioni di salute delle assemblee rappresentative. Opzione indigeribile, a meno di non voler leggere a tutti i costi nella realta’ italiana una “democrazia immaginaria”. Una serie di prassi consolidate, molte delle quali nate da forzature dei regolamenti parlamentari, hanno man mano svilito la centralita’ e l’autonomia delle Camere, con frequente degradazione del Parlamento a passacarte del Governo e alterazione fattuale della forma di governo.
A venire in gioco, lungo questa traiettoria, non e’ soltanto l’assoluta prevalenza del decreto-legge nel campo delle fonti di produzione, ma tutta una “strumentistica” strategicamente tesa a imbrigliare il libero svolgimento della funzione rappresentativa: “canguri” parlamentari, maxiemendamenti, questioni di fiducia, rigido controllo dei gruppi sui singoli parlamentari e dei vertici di partito sui gruppi.
Se questo e’ lo stato dell’arte perche’, allora, non accettare la scommessa del cambiamento e della riduzione di assemblee sovrabbondanti?
Per un motivo, prima di tutto. La sola riforma costituzionale avrebbe l’effetto di congelare la situazione esistente, per alcuni versi rendendola fisiologica e per altri versi amplificandola: controllare pochi e’ piu’ facile e meno rischioso che controllare molti.
La revisione, dunque, agirebbe in modo da far metabolizzare alla democrazia italiana quegli elementi di verticalizzazione – di “caporalismo” – che ne stanno gia’ corrodendo il cuore parlamentare.
In questo senso, pur suscitando minor allarme per il ridotto profilo sistematico, questa proposta di riforma si colloca nella medesima scia della riforma Boschi-Renzi, respinta dagli elettori nel referendum del 4 dicembre 2016.
Di ben altro respiro avrebbe bisogno la democrazia del nostro Paese, a partire dalla rivitalizzazione della rappresentanza e dalla riapertura di efficaci canali di collegamento tra istanze sociali e luoghi della decisione. Sono obiettivi perseguibili con leggi ordinarie (elettorali) e, soprattutto, mediante culture e prassi partecipative, che riattivino il circuito societa’/partiti/istituzioni.
Non c’e’ bisogno, pertanto, di scomodare l’impianto costituzionale – nel caso di specie dovuto alla legge costituzionale n. 2 del 1963 – con un tentativo di riforma che, tra tanti motivi, deve essere respinto anche per una fondamentale questione di metodo.
Le questioni di metodo non sono meno importanti di quelle di merito quando a essere chiamata in causa e’ una modifica, quale che sia, dell’assetto costituzionale.
Con imperdonabile leggerezza, almeno da vent’anni a questa parte, ogni forza politica che abbia raggiunto le leve del governo ha provato a lasciare l’impronta del proprio progetto politico di parte sulla Carta costituzionale, al fine di catturare un consenso epocale.
Pessimo servizio alla Repubblica. Cosi’ facendo si corre il rischio di rendere la Costituzione ostaggio dell’attualita’ politico-parlamentare e di consegnare, se non il potere, quanto meno lo spirito costituente alla maggioranza di turno. E’ una strada che, oltre a dare la stura ad avventure pericolose, finisce per indebolire, a livello culturale prima ancora che politico, la consapevolezza che il tessuto costituzionale e’ il pilastro della nostra convivenza civile, nel quale riconoscersi a prescindere dalle appartenenze e al quale mettere mano soltanto in caso di reale bisogno.
E’ stato tramite il rifiuto – per scelta e necessita’ – della logica dei rapporti di forza elettorali e grazie all’adozione del criterio del “velo dell’ignoranza” che i Costituenti riuscirono a costruire quell’orologio perfetto di pesi e contrappesi che e’ la nostra Carta fondamentale.
Purtroppo, anche la storia di questa proposta di riforma non e’ altro che il racconto di una deriva contraria a quel metodo.
Il testo votato dalla Camere, pur essendo il frutto dell’unificazione di piu’ disegni di legge di iniziativa parlamentare, reca il sigillo del programma di una forza politica (il Movimento Cinque Stelle) e di un’alleanza di governo (quella c.d. giallo-verde, tra lo stesso Movimento e la Lega). La circostanza e’ resa evidente, oltre che dall’attuale campagna referendaria, dalla lettura della nota di aggiornamento al DEF 2018, nel quale il governo aveva indicato la riduzione dei parlamentari come linea portante di una serie di riforme istituzionali.
Sin qui nulla di grave, se il successivo dibattito pubblico e parlamentare si fosse concentrato sul contenuto della riforma e sui suoi effetti, invece di piegarsi, da un certo punto in avanti, alle dinamiche maggioranza/opposizione e al loro mutamento. Solo ragioni di manovra politica, infatti, offrono spiegazione compiuta delle inedite caratteristiche delle quattro votazioni succedutesi tra Senato e Camera.
Nella prima deliberazione, infatti, la proposta e’ stata approvata sia al Senato sia alla Camera – rispettivamente il 7 febbraio e il 9 maggio 2019 – a maggioranza assoluta dei parlamentari (piu’ o meno coincidente con la maggioranza politica che l’aveva sostenuta) e con il voto contrario delle allora forze di opposizione, tra cui il Partito Democratico.
Lo stesso canovaccio si e’ ripetuto in occasione del voto del Senato in seconda deliberazione, l’11 luglio 2019. E’ stato proprio il mancato raggiungimento della soglia dei due terzi dei componenti l’assemblea in questa votazione a consentire a un quinto dei senatori (settantuno) di chiedere l’indizione del referendum ai sensi dell’art. 138 Cost.
Lo scenario e’ mutato radicalmente nella seconda votazione della Camera dei Deputati, l’8 ottobre 2019: 553 voti a favore su 567 votanti. Come ha messo bene in evidenza Valerio Onida su queste pagine, l’87,7% dei deputati.
Cosa e’ cambiato per passare da una maggioranza assoluta a una sostanziale unanimita’? Nulla dal punto di vista del contenuto della riforma costituzionale, tutto sotto il profilo degli equilibri politici. Il Partito Democratico e le altre forze del centrosinistra, infatti, hanno dato vita a un nuovo governo con il Movimento Cinque Stelle, che ha perso per strada l’alleato leghista.
Si tratta di fatti noti, messi qui in risalto soltanto per evidenziare come l’iter di riforma costituzionale abbia risentito, ben oltre i limiti fisiologici, delle esigenze di consolidamento delle maggioranze elettorali e della stabilizzazione dei governi, tuttora evidenti anche nella campagna referendaria.
La subordinazione dell’assetto costituzionale alla quotidianita’ politica colpisce soprattutto nell’atteggiamento di quelle forze politiche che si sono decise al voto favorevole alla riforma soltanto all’ultimo round, senza ottenere alcuno di quei correttivi – legge elettorale proporzionale e con preferenze, riforma dei regolamenti parlamentari – che per tre volte avevano indotto al voto contrario.
La raggiunta unanimita’, pertanto, piu’ che essere il portato di un confronto alto sui principi, appare il frutto di calcolo politico.
Questa logica di piccolo cabotaggio ha fagocitato anche la tornata elettorale, dal momento che la legge 19 marzo 2020, n. 59, ha disposto la concentrazione delle scadenze elettorali (c.d. election-day), sommando alle elezioni suppletive, amministrative e regionali anche il voto nel referendum “oppositivo” promosso ai sensi dell’art. 138 Cost.
Il risultato oggettivo e’ quello di piegare anche il referendum (campagna e voto) lungo l’asse del conflitto maggioranza/opposizione.
Cio’ detto, il No al referendum puo’ essere, anche solo in parte, legittimato da quella che si e’ definita una questione di metodo?
Risponderei convintamente in maniera positiva, per almeno due ragioni: quanto si e’ detto sin qui dimostra che quel metodo di mettere le mani sulla Costituzione va allontanato una volta per tutte dal panorama della politica nostrana; sotto altro profilo, forse piu’ importante, si puo’ dire che a metodo non corretto corrispondono, in genere, risultati pessimi. E cosi’ pare anche stavolta.
Massimo Luciani lo ha scritto a chiare lettere: “Delle due l’una: o la riforma serve a tagliare i costi, e allora e’ davvero poca cosa, oppure intende sottolineare una sorta di inutilita’ del Parlamento. E allora e’ pericolosa”.
Sotto l’aspetto dell’impegno per le casse dello Stato, nessuno ha messo in discussione che il taglio lineare di deputati e senatori vale soltanto lo 0,007% della spesa pubblica e il 2,5% delle spese annuali di Camera e Senato.
La riduzione di 345 parlamentari, dunque, comporta un risparmio irrisorio.
In compenso, lungi dall'”aumentare l’efficienza e la produttivita’ delle Camere” (cosi’ la relazione di accompagnamento), determina il concreto pericolo di ulteriore rallentamento, se non di paralisi, delle attivita’ parlamentari. O almeno di quelle che, in un’ottica che sacrifica la rappresentanza in nome della governabilita’ celere, potrebbero tranquillamente essere accantonate come superflue: attivita’ delle Commissioni e degli organismi di controllo; discussioni approfondite sui disegni di legge; procedimento legislativo ordinario.
Si e’ gia’ parlato della attuale marginalizzazione del Parlamento nel procedimento di produzione legislativa. Un esempio plastico di tale confinamento in un ruolo secondario rispetto a quello dell’esecutivo e’ costituito dalla strumentalizzazione di un istituto come la riserva di assemblea (art. 72, co. 4., Cost.), pensato dai Costituenti per rafforzare la centralita’ e l’iniziativa del Parlamento – dunque della volonta’ popolare – in materie decisive per la vita dello Stato (disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale, di delegazione legislativa, di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi).
L’istituto, sotto la spinta di forzature soppressive del dibattito in aula – maxiemendamenti abbinati a continue questioni di fiducia –, si e’ risolto nel suo contrario, finendo per favorire prassi tese a scegliere la finzione di discussione in assemblea pur di elidere il dibattito tecnico-politico nelle Commissioni e a garantire, in tal modo, la “sottomissione” della rappresentanza alle ragioni dell’esecutivo e dei suoi vertici (Presidenza del Consiglio e suoi uffici).
Se questo e’ lo stato delle cose, va detto che la proposta di riforma, in assenza di modifica dei regolamenti parlamentari e della legge elettorale, finisce per ingessarlo e, per cosi’ dire, istituzionalizzarlo, impedendo definitivamente il doveroso funzionamento delle commissioni.
E’ sufficiente porre mente al fatto che le Commissioni del Senato, attualmente, sono in media composte da 21-26 persone.
Pensare che tutte, con la riduzione dei senatori a duecento, continuino con la stessa composizione numerica e’ impossibile. Diminuirne i componenti, tuttavia, significa immaginare Commissioni che per funzionare, sia in funzione referente sia in funzione deliberante, si reggano sul voto di poche persone. La situazione non cambia di molto alla Camera, che passerebbe dagli attuali seicentotrenta deputati a quattrocento.
Entrambe le opzioni, comunque, finirebbero per dare cornice istituzionale alla situazione esistente di superamento nei fatti delle Commissioni, formalizzando cosi’ la scelta per i procedimenti legislativi pilotati per intero dall’esecutivo.
Va poi rimarcato che, in assenza di riforma del bicameralismo perfetto, i motivi principali di rallentamento dei procedimenti di formazione della legge non vengono scalfiti.
Accanto ai guasti appena accennati, la riduzione del numero dei parlamentari – anticipata rispetto a una riforma elettorale che si annuncia ancora incerta nei tempi e nei contenuti – incide in maniera pesante sulla rappresentanza, lasciandone senza dubbio prive le periferie territoriali, sociali e politiche.
Anche in questo caso i numeri dicono molto, se non tutto.
La riduzione percentuale media del tasso di rappresentanza al Senato e’ del 36,5%. Alcune regioni, tuttavia, passando dalla possibilita’ di vedere eletti sette senatori (il limite minino previsto dalla legge attuale, fatta eccezione per Valle d’Aosta e Molise) a quella di tre senatori soltanto, subiscono una riduzione della rappresentanza pari al 57,1%. Allo stesso modo, la Calabria, con i suoi circa due milioni di abitanti, andrebbe ad eleggere lo stesso numero di senatori del Trentino, popolato da poco piu’ di un milione di abitanti. Ovvio che il voto degli elettori di quest’ultima regione valga la meta’ di quello di un residente nella prima.
Anche ammettendo che la rappresentanza e’ comunque espressa dai programmi nazionali dei partiti e delle organizzazioni politiche, ai quali i candidati si riportano fedelmente, tali squilibri non sembrano accettabili.
A cio’ si aggiunga che la competizione elettorale avverra’ in collegi che consentiranno l’individuazione di pochi eletti.
Inevitabilmente cio’ determinera’ soglie “naturali” di sbarramento alte, ben oltre quel 5% sul quale le forze politiche stanno discutendo in sede di modifica della legge elettorale. C’e’ chi le calcola in una percentuale compresa tra il 12% e il 20%, ma, indipendentemente dalla precisione aritmetica, e’ giocoforza che la riduzione dei parlamentari, a ordinamento elettorale invariato, comportera’ il rafforzamento delle forze politiche maggiori, con buona pace delle minoranze politico-sociali e della possibilita’ di incalzare le grandi organizzazioni lungo la strada del cambiamento e dell’ascolto.
La conclusione appena esposta diventa ancor piu’ evidente se si pensa che, a sistema di attribuzione dei seggi invariato – maggioritario con liste bloccate – ci troveremo di fronte a macro-collegi nei quali i candidati dovranno confrontarsi con grandi porzioni di territorio e con un grande numero di elettori. Piu’ concretamente, significa che a correre con probabilita’ di successo potranno essere solo due tipologie di candidati: quelli dotati di un patrimonio misurabile in cospicue risorse economiche e quelli muniti di un altro tipo di patrimonio, apprezzabile in termini di “potere” nell’organizzazione di appartenenza, conformismo alle decisioni del capo, attitudine alla disciplina di partito. L’optimum per avere chances sarebbe sommare le due ricchezze.
Il rafforzamento delle oligarchie – l’eterogenesi dei fini di cui si e’ detto – e’ forse l’aspetto piu’ imperdonabile della proposta di riforma, perche’ muove in direzione esattamente contraria rispetto ai bisogni attuali della Repubblica parlamentare.
Viene da chiedersi che fine faranno, con questo aumento esponenziale del potere di scelta dei vertici di partito, quei formidabili dissenzienti e irregolari – Stefano Rodota’, Mario Gozzini, Franca Ongaro Basaglia, Adele Faccio, ma e’ solo un elenco sentimentale che ognuno puo’ completare – che hanno popolato le aule parlamentari e che, nelle maglie di controlli comunque ferrei dei partiti di massa, riuscivano a esprimere istanze culturali e politiche avanzate e non subalterne, tali da rendere piu’ civile e laico il tessuto legislativo del Paese.
E’ paradossale come l’antipolitica nostrana non sappia concepire la politica in altro modo che come secca alternativa tra privilegio di casta e avventura dell'”uno vale uno”, dimenticando l’ingrediente fondamentale della lotta consapevole e collettiva per i diritti. Soltanto cosi’, all’interno di questo bivio fasullo, e’ spiegabile la svendita della rappresentanza alla pancia delle persone.
In conclusione, dunque, la ragione principale per respingere questa riforma costituzionale risiede nell’attitudine di quest’ultima a delegittimare e mortificare il Parlamento, piu’ che a rafforzarlo e vivacizzarlo.
Si misura qui l’enorme distanza che separa la legge attuale dai disegni di legge progressisti di riduzione del numero dei Parlamentari avanzati negli anni Ottanta (a firma, tra gli altri, di Stefano Rodota’ e Gianni Ferrara). Quei progetti avevano l’obiettivo dichiarato di avvicinare rappresentanti e rappresentati, di rendere piu’ coesa e agile l’istituzione rappresentativa e di restituire competitivita’ alla legge ordinaria quale fonte di produzione del diritto ordinaria. Non a caso, a queste proposte si accompagnava la previsione del monocameralismo o, comunque, una riforma “nel” bicameralismo.
Al contrario, la revisione che ci apprestiamo a votare finisce per sfibrare la rappresentanza parlamentare, con il pericolo che in futuro se ne possa predicare in maniera definitiva l’irrilevanza.
Avremmo bisogno di altre riforme, senza necessita’ di toccare la Costituzione: partire da una seria opera di igiene della grammatica parlamentare, effettuabile anche con semplici modifiche dei regolamenti, per terminare con una legge elettorale che torni a mettere nelle mani degli elettori il potere di scelta.
Soltanto cosi’, verosimilmente, potranno essere rivitalizzate quelle formazioni politiche e quelle organizzazioni sociali che, ormai sclerotizzate, hanno smesso di catalizzare la partecipazione e di raccogliere i bisogni per trasformarli in diritti.
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Riferimenti bibliografici e citazioni
Le affermazioni di Felice Besostri sono contenute in Il Taglio dei Parlamentari e’ un regalo alla Casta, pubblicato in Left, 27 agosto 2020, mentre le parole di Massimo Luciani si trovano nell’intervista rilasciata a Repubblica, 21 agosto 2020: Referendum, Massimo Luciani: Con il si’ al taglio dei parlamentari, le Camere non funzioneranno. Le piu’ chiare osservazioni in punto di matematica della rappresentanza sono in Perche’ No, a cura di Andrea Fabozzi, pubblicato su Il Manifesto, 20 agosto 2020, e in No al referendum sul taglio dei parlamentari, Le Talpe di Volerelaluna, n. 22-2020, reperibile su www.volerelaluna.it. Limpido come di consueto, sempre sul punto, Domenico Gallo, I numeri del referendum, pubblicato il 4 settembre 2020 sul Corriere dell’Irpinia e rinvenibile su www.domenicogallo.it. Il riferimento alla democrazia immaginaria e’ invece tratto da un articolo di Pierfranco Pellizzetti, sul blog di Micromega del 28 agosto 2020, dal titolo Sentitamente Si’.

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