Non fatevi prendere per i curriculum


(da Trasparenza e merito)

In una vecchia puntata di “Report” (15 maggio 2011) dedicata ai concorsi all’UniversitĂ , Milena Gabanelli, parlando dell’ex Rettore de La Sapienza di Roma, Luigi Frati (per 16 anni preside alla facoltĂ  di Medicina), ricordava come, di fronte alle domande imbarazzanti della giornalista, egli avesse preferito evitare il confronto, affidando le sue risposte e ad una nota di alcune pagine nelle quali rivendicava sostanzialmente correttezza, linearitĂ  e principi di merito. Chiosava, in studio, la Gabanelli: “Sicuramente è il piĂą bravo per la maggioranza dei dipendenti universitari. Ogni atto di Frati preside, e di Frati rettore è stato condiviso e votato dal senato accademico, dai consigli di facoltĂ  e dai consigli di amministrazione. Immagino che anche coloro che si danno tanto da fare per sistemare parenti e amici vogliono per i loro figli e nipoti un mondo piĂą giusto ed equo. Anche tutti quelli che disapprovano, ma assistono in silenzio, vogliono per i loro figli un mondo piĂą giusto ed equo. E’ evidente che non sta a noi il giudizio sui casi che abbiamo raccontato, è ovvio però che è la somma infinita di favori elargiti ai livelli piĂą alti a dare il maggior contributo alla costruzione di universi professionali opachi, dove a essere conniventi ci si guadagna sempre, magari una benemerenza da incassare a tempo debito. Solo che il tempo poi presenta il conto: l’ereditĂ  che stiamo lasciando ai nostri figli è una classe dirigente di scarsa qualitĂ . E con quella dovranno fare i conti. Se vogliamo ripristinare la cultura del merito è ora di cominciare a dire qualche no”.

Questo tipo di ragionamento può valere per qualsiasi altro Rettore di un ateneo italiano, nel quale sono emersi illeciti e abusi, ma che la comunitĂ  accademica, confermando la fiducia a chi aveva guidato l’universitĂ  in quei momenti, ha avallato facendo finta di non vedere.

In realtĂ  gli unici che, dopo ricorsi, denunce e sentenze di condanna, fanno ancora oggi finta di non vedere come vanno le cose, in larga parte, negli atenei italiani, sono gli stessi docenti che compongono quella comunitĂ  accademica che da sola non potrĂ  mai auto-riformarsi.

In un articolo di “Dagospia” (del 29 aprile 2019) che dice pane al pane e vino al vino sui metodi in atto, da tempo, nell’universitĂ  italiana, è possibile leggere frasi chiarissime di questo tenore:

“I meccanismi che creano un curriculum ad hoc per far sì che venga poi bandito un “concorso profilato” per il candidato CHE SI VUOL FAR VINCERE passano attraverso logiche economiche (lavoro gratis e simili) o di controllo baronale (metodi di appartenenza e affiliazione). “Concorsi profilati” vuol dire che nel bando si cerca un candidato con tali e tali caratteristiche che corrispondono a un solo essere vivente: quello che la “comunitĂ  scientifica”, il barone, ha deciso di far vincere perchĂ© ha ormai fornito i servizi richiesti (svolto esami al posto del docente, seguito tesine, impaginato riviste, fatto da segreteria tuttofare e altri, meno nobili, lavori, come fare la spesa…).

Come fare? Molto semplice: se devo mettere in cattedra un ornitologo e il mio candidato ha studiato la cinciallegra e conosce, che so, il tedesco, il bando richiederĂ  a un certo punto “… particolarmente gradita la conoscenza di uccelli come la cinciallegra… Si richiede la conoscenza del tedesco”. Quindi se un ha studiato il pettirosso, l’aquila reale e il gufo, sa inglese e francese e magari si è specializzato in veterinaria perde.

Per prima cosa, qui un vademecum di come ti metto in cattedra, in quattro-cinque anni, il figlio di…, l’amante, l’amico, il mio tuttofare facendolo diventare il partecipante vincente di un concorso “profilato” bandito per lui.

Molto semplice. Tengo per un annetto o due presso di me, docente, il giovane prescelto (figlio di un collega, amante, un ricco di famiglia che non ha bisogno di lavorare…) come semplice “Cultore della materia” con qualche rimborso dall’ateneo. Poi gli/le faccio vincere uno dei posti a disposizione per un Dottorato di ricerca, così per tre anni è pagato e se ne sta in università a fare il segretario tuttofare

Poi gli/le faccio vincere una delle numerose borse di studio all’estero dove, di solito, il borsista va assai poco ma scrive una tesina, in lingua straniera, a fine esperienza. Intanto gli/le ho fatto pubblicare articoli pseudo “scientifici” sulla rivista di fascia A che io docente dirigo e nessuno legge, l’ho fatto intervenire a convegni organizzati da me dove sono presenti solo i convegnisti e, infine, dall’editore universitario è arrivato il mio turno per scegliere un libro da pubblicare e scelgo quello del mio protetto.

Le societĂ  scientifiche, costituite o controllate tutte da docenti universitari, dovrebbero svolgere attivitĂ  scientifica in aggiunta a quella universitaria. Ma spesso servono solo per piazzare gli aderenti nei concorsi.

Di una società di Filosofia (la Sie, Società di Estetica) circola un filmato su internet dove l’ex presidente, lo scomparso professore Luigi Russo, si lascia sfuggire il vero senso dei convegni organizzati dalla “Società scientifica” della quale era vicepresidente l’attuale rettore dell’Università degli Studi di Milano, Elio Franzini: “(il nostro ndr) è un convegno, che poi è uno pseudo convegno: serviva per incontrarsi per le faccende concorsuali”.

I membri della società sono presenti in quasi tutte le commissioni concorsuali del loro raggruppamento e possono così far vincere altri loro associati. Sostanzialmente, diverse società scientifiche finiscono con il diventare organismi paralleli di controllo dei concorsi attraverso i loro membri che compongono le commissioni in favore di aderenti alla società stessa. Chi non è all’interno (e quindi non paga quota e non sottostà alle logiche di appartenenza) è improbabile che vinca un concorso anche se molto più preparato! Così è in moltissime società “scientifiche”. In Italia, s’intende!

Ci sono concorsi che valutano con lo stesso punteggio (mettiamo 3 punti) monografie di 500 pagine che hanno fatto nuove scoperte e brevi scritti di nessun approfondimento scientifico su una rivista fuori classe ma ugualmente valutati dal presidente di commissione. Specie quando a presentarsi è il suo assistente o protetto. Alcuni di questi casi, recentemente, sono stati impugnati persino dalle università che hanno bandito il concorso, tanto era l’evidenza. Ma senza l’intervento della magistratura – che non interviene quasi mai – non se ne può far nulla.

Secondo uno studio statistico e scientifico, condotto da Stefano Alessina, ricercatore all’Università di Chicago, il fenomeno del familismo e del nepotismo è ben radicato nelle università italiane. Gli studi hanno rivelato che i settori disciplinari più esposti sono Ingegneria industriale, Legge, Medicina, Geografia e Pedagogia. E, facendo riferimento alla distribuzione geografica, il fenomeno diventa più frequente al Sud, in particolare nelle isole, anche se non sono esclusi alcune importanti università italiane. Tra i 10.783 accademici in Medicina sono stati rilevati 7.471 cognomi distinti. Le prime cinque università con il maggior numero di cognomi sarebbero:  Libera Università Mediterranea «Jean Monnet», Casamassima di Bari, Sassari, Cagliari, Suor Orsola Benincasa di Napoli, Catania.

Nelle commissioni universitarie non crede piĂą nessuno, nemmeno il Consiglio di Stato. “Le commissioni universitarie, a parer nostro, non sono piĂą degne di fiducia”, scrive il Consiglio di Stato nell’ultima sentenza in tema di concorsi non credibili.

I casi giĂ  “denunciati” sono molti. Homines novi o meno, l’universitĂ  NON CAMBIA MAI.”

Che dire, se ne è accorta “Dagospia”, se ne sono accorti da tempo i cittadini, chissĂ  perchĂ© non se ne accorgono le forze del governo e del ministero dell’istruzione che, in tempi passati, cioè a dire durante la campagna elettorale, avevano fatto del vessillo della lotta al baronato e al reclutamento pilotato la parola d’ordine per cambiare questa universitĂ ? Ci pare che ormai di questi buoni propositi elettorali , nell’azione reale e quotidiana, se ne sia persa ampiamente traccia.

Leggi l’articolo integrale di “Dagospia” del 29 aprile 2019

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