Il terremoto di Messina in un poeta egiziano moderno

Messina

di Paolo Branca

Hâfiz Ibrâhîm nacque intorno al 1872 nei pressi di Dayrut, nell’Alto Egitto1.

Il padre era un ingegnere egiziano, la madre invece apparteneva a una famiglia di origine turca. Rimasto orfano del padre a soli quattro anni, si trasferì al Cairo presso uno zio materno che si occupò della sua educazione. Dopo le scuole primarie al Cairo, proseguì gli studi a Tanta dove iniziò a manifestare le sue doti letterarie che poté coltivare però solo da autodidatta. L’incomprensione dell’ambiente e soprattutto della famiglia per questa vocazione artistica segnarono dolorosamente la sua gioventù.

Dopo vari infruttuosi tentativi di lavoro presso studi di avvocati si iscrisse all’Accademia Militare del Cairo, forse per seguire le orme di al-Bârûdî, famoso ufficiale poeta, e ne uscì nel 1891. Fondata al tempo di Tawfîq Pascià, l’Accademia prevedeva una formazione fortemente influenzata dal modello francese, ma il futuro poeta la completò con molte letture personali. Prestò servizio nella polizia, che rientrava ora nel ministero degli interni ora in quello della guerra, e fu inviato anche in Sudan, dove sopportò a fatica il clima ed entrò in conflitto con i superiori.

Dopo circa dodici anni lasciò la divisa, ma non riuscì a introdursi presso il quotidiano al-Ahrâm, così rimase senza un lavoro fisso. Nel 1906 si sposò, ma il suo matrimonio durò soltanto pochi mesi e in seguito egli non prese più moglie. Le amarezze della vita e la precarietà della sua situazione finanziaria contribuirono a renderlo ipocondriaco. Intanto cominciò a frequentare i caffè letterari e i circoli che avevano come riferimento lo shaykh riformista Muhammad ‘Abduh, i leader nazionalisti Sa’d Zaghlûl e Mustafâ Kâmil e l’intellettuale Ahmad Amîn. Nel 1911 fu assunto presso la Dâr al-kutub dove restò fino al 1932, quando andò in pensione, per morire soltanto pochi mesi dopo.

Generoso fino alla prodigalità e amante delle comodità, seppe però anche essere prudente per conservare il posto di lavoro e non dispiacere ai potenti.

Le sue letture, avide ma disordinate, lo portarono a contatto con la grande tradizione poetica araba classica colmando i vuoti di un’istruzione di base piuttosto modesta, soprattutto in campo umanistico, né mancò di accostarsi alle traduzioni dei grandi della letteratura francese e inglese.

Nonostante il suo carattere e le dure esperienze e nonostante il suo radicamento nella più profonda terra d’Egitto (non a caso fu definito “il poeta della gente del Nilo”), fu anche – per necessità forse più che per scelta – poeta di corte, gareggiando in questo con il contemporaneo Shawqî, polemicamente definito non soltanto “principe dei poeti” ma anche “poeta dei principi”. La vicinanza agli ambienti di palazzo lo indusse persino a temperare in parte i suoi sentimenti antibritannici, ma la sua verve anticoloniale ebbe modo di esprimersi pure contro l’Italia per l’impresa di Libia.

Il vento del rinnovamento anche letterario che soffiava sul suo paese e sull’intero mondo arabo lo portò a modificare la sua poesia, non tanto nelle forme che rimasero fedeli agli schemi classici, quanto nei contenuti, inducendolo a parlare di argomenti d’attualità, solitamente trascurati nei componimenti poetici a favore di temi più tradizionali.

Diede così voce ai sentimenti patriottici di un’epoca intensa e travagliata e coi versi fece ciò che altri compivano con articoli e discorsi, cercando di risvegliare la consapevolezza della propria identità e del proprio destino in una nazione che cercava faticosamente di rialzare il capo.

E’ in questo spirito che giunse a trattare, nei suoi componimenti poetici, dei grandi temi di quei giorni, soprattutto di quelli che interessavano il mondo arabo, come il nazionalismo, l’unità tra egiziani e siriani, la rifondazione del Califfato, la prima costituzione turca… ma non disdegnò fatti di cronaca che suscitavano in lui e nella gente comune una forte emozione, come appunto il terribile terremoto di Messina.

Pur con le sue incertezze e le sue contraddizioni, o forse proprio a motivo di esse, fu figlio del suo tempo e della sua epoca interprete e cantore. Lo fu come letterato e poeta, senza quindi la conoscenza analitica e distaccata dello studioso della società, ma come uno dei suoi membri che vive in sé gli opposti e confusi sentimenti di tutti e ad essi dà voce, senza voler né poter fornire una soluzione. Per questo fu più amato di Shawqî da parte di coloro che vivevano con maggiore passione quei giorni cruciali, poiché in lui le ragioni del cuore prevalevano su quelle dell’arte, perfetta ma forse per questo meno palpitante nel suo rivale.

I versi che qui presentiamo sono d’altra parte la riprova migliore della sensibilità che lo caratterizzava: le prove della vita non l’avevano inaridita, ma sempre più acutizzata e approfondita, rendendolo capace – parafrasando ciò che D’Annunzio disse di Verdi – di piangere e amare per tutti, anche per i figli di una terra lontana colpiti da un’immane tragedia.

Il terremoto di Messina (1908)

Ditemi o stelle, se lo sapete, cosa sta succedendo all’universo:

è l’ira divina o una congiura della terra per castigare l’uomo?

Dio mi perdoni, non è l’una né l’altra, ma la natura stessa delle cose:

nel ventre della terra c’è un tumulto

che ne sprigiona e sconvolge il mare ed il vulcano.

O Signore, qual è lo scampo se mare e terra congiurano contro l’uomo?

Temevo i mari, poiché la morte vi attendeva anche una minima distrazione del capitano:

eccola insinuarsi sotto di noi, sovrastarci, avvolgerci, ora più prossima ora più lontana.

Dunque la terra e il mare hanno per sorte entrambi di tradirci.

Cos’è successo a Messina, doppiamente uccisa nel fiore della sua gioventù?

Le sue incomparabili bellezze sono venute meno all’avvento delle due calamità.

In un attimo è stata risucchiata dal suolo e ricoperta dalle acque,

la sua beltà è perita d’un tratto e si è compiuto il suo fato.

Magari le avessero concesso il tempo almeno di congedarsi dagli amici e dai vicini,

lasciando ai compagni la gioia di incontrarsi, agli amanti di riunirsi.

Terra e monti hanno prevaricato su di essa

e con quale prepotenza l’ha fatto il mare!

Il suolo scoppia di rancore contro di lei

e si spacca da tanto ne ribolle.

Le montagne rispondono lanciando pietre, lapilli e fumo,

i mari a loro volta ingaggiano eserciti di onde tumultuose.

La morte assume diversi colori: qui nero fitto, là rosso vermiglio.

Ha reclutato acque e terra per distruggere tutti e si è fatta aiutare dalle fiamme.

Ha convocato anche nubi possenti che la provvedono di una schiera di fulmini.

Fuggire è impossibile, regna la disperazione e svanisce il coraggio dei valorosi.

La morte si è vendicata di quelle anime che l’avrebbero sprezzata,

se l’avessero affrontata in battaglia.

E dov’è Reggio, dove i suoi bei palazzi, le sue donne avvenenti?

In modo simile alla sorella è stata colpita all’improvviso,

con lei è stata colta dalle stesse catastrofi.

Forse un bambino è stato inghiottito nel ventre della terra

invocando l’aiuto della madre e del padre,

una fanciulla divorata dalle fiamme, straziata dalle ustioni,

un padre sconvolto è andato indomito verso il fuoco,

le braccia tese, cercando figlie e figli,

il passo lesto, l’animo turbato,

divorato dal fuoco da cui non si è sottratto e non gli ha dato tregua.

La terra si è ingozzata ed anche il mare è sazio

da tante sono le vittime che hanno ingoiato.

La balena ha lanciato un lamento ai falchi

che allo stesso modo hanno risposto:

l’una e gli altri si sono accaniti sui corpi

ed ora, satolli, gemono per quel feroce pasto.

Dio maledica i predatori delle vette e dell’abisso

che han divorato nobili mani, create da Dio per operare meraviglie.

Come han potuto non provarne pena,

aver riguardo per simili dita?

Che immane perdita! Eran mani di artisti imperituri,

bramose di far propria ogni bellezza,

capaci di ammaliare coi colori,

di scolpire, dipingere, edificare meraviglie,

di far parlare pietre e zittire così anche il canto degli uccelli,

tese, nel fare, a una perfezione maggiore di quella che ha il poeta nel dire,

in grado di produrre sculture lucenti come stelle

la cui bellezza il tempo non può offuscare.

Oh arte prodigiosa,

oh potenza divina ancor più grande!

Ahi, Messina, oggi ti affianchi a Pompei ch’era rimasta sola,

vai a tenere compagnia al gioiello della corona romana,

assassinata mentre era ancora intenta al diletto.

La sorte è sopraggiunta mentre la gente doviziosa era nei ritrovi al suono della musica: amanti appassionati, gaudenti spensierati, giocatori incalliti…

Son tutti morti, così come lo sono or ora i tuoi

ed il sorriso della vita si è offuscato.

Ma tu, Messina, non scomparirai nel nulla dell’oblio come a lei è occorso,

coloro che hanno edificato l’Italia son grandi costruttori,

finché sussisterà almeno uno di loro, puoi star tranquilla.

Sia pace a te nel giorno in cui sei venuta meno con  la tua bellezza,

sia pace a te quando ritornerai ad essere come un tempo il paradiso d’Italia.

Un saluto da ogni essere umano della terra

per ognuno di coloro che sono scomparsi,

di coloro che il lupo ha divorato e i falchi hanno straziato,

un saluto per ciascuno di quelli che hanno versato una lacrima

e un’offerta per ricostruirti,

non elemosina ma giusto tributo di ogni uomo verso il suo simile.

Scrivete del cielo di Reggio, di Messina, della Calabria, in ogni lingua:

qui è morta ogni impresa, ogni immagine è sbiadita,

si è spento ogni pensiero, ha taciuto ogni canto.

(Libero adattamento dei versi a cura di Tammam Youssef con la collaborazione di Elisa Temporin)

1 Per le notizie bio-bibliografiche si veda il Dîwân di Hâfiz Ibrâhîm, Beirut 1969, in particolare la prefazione a cura di Ahmad Amîn, vol. I, pp. 3-43. La poesia sul terremoto di Messina si trova nel vol. I alle pp. 215-220.

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