Doppio appuntamento con “Didon Now”: il Mito di Didone in scena al Teatro Greco di Tindari e al Museo Regionale di Messina

Didon Now

Domenica 16 agosto nella suggestiva cornice del Teatro Greco di Tindari, nell’ambito del XX Festival dei Due Mari, andrà in scena “Didon Now” (testo di Lina Prosa), con la regia di Andrea Saitta e con protagonisti Elisa Di Dio e Giorgio Cannata.

Questo spettacolo è prodotto dalla Compagnia dell’Arpa in collaborazione con Latitudini – Rete Siciliana di Drammaturgia Contemporanea, la Compagnia Decalè e con il sostegno finanziario dell’Assessorato Regionale al Turismo e allo Spettacolo della Regione Sicilia.

Didon Now

Didon Now sarà replicato poi a Messina il 26 agosto, all’interno rassegna MuMe20 Off a cura del Clan Off Teatro, che si svolge negli spazi all’aperto del Museo Regionale.
La Didone, immaginata da Lina Prosa, è la donna giusta per raccontare questo tempo apatico e insieme crudele che ci sta toccando di vivere. È una “pellegrina e capa”, in fuga dalla crudeltà del potere, che trascina dietro di sé un popolo nel passaggio dalle terre di Tiro all’Africa, e qui riesce a diventare interlocutrice alla pari, di Iarba, capo della popolazione guerriera dei Numidi.

È una donna capace di sfidare le incognite del mare e del deserto, capace di immaginare una città alta, potente, forte, una donna che sa farsi regina rivendicando coraggio, autonomia, calcolo. Con sé ha una pelle di bue, da quella ritaglia il perimetro di una nuova città.

Presentazione spettacolo:

Chi è Didone? Una regina, una ierofania della Madre mediterranea, una profuga, un’eroina cantata da poeti antichi e dell’oggi.
È tutto questo Didone, o forse di più.

Al di là dell’epos virgiliano, che fa di lei una donna combattuta fra la fedeltà alla memoria del marito morto e il nuovo prepotente, sentimento che la spinge verso Enea, con l’esito tragico a tutti noto, Didone è una straordinaria donna che intraprende il cammino fra mare e deserto, e guida il suo popolo sulle sponde di un mare nuovo.
È la fondatrice di una città, è la guida sicura di un popolo che fugge dalla follia della tirannide, è pellegrina e capa, prima che amante.

Così ce la racconta la drammaturga Lina Prosa, così la restituisce sulla scena la Compagnia dell’Arpa, nell’interpretazione di Elisa Di Dio, nella vibrazione di corpo e gesto di Giorgio Cannata, per la regia di Andrea Saitta.

Questa Didone vive delle sue pelli, si trasforma, muta, sperimenta l’erranza del viaggio e del cuore, brucia nel fuoco della sua coerenza: coerenza al ruolo di donna di potere, coerenza alla vita e all’amore, vissuto come sponda di un mare senza approdo.

In una scena rarefatta, Didone si muove come corpo narrante, icona dell’autorità conquistata con coraggio, immagine dell’annientamento progressivo, non reversibile, cui la condanna l’innamoramento fatale per Enea. Un tronco, albero secco pronto per essere aggredito dal fuoco, eppure in germoglio, si staglia al centro dello spazio scenico e allude alla vita, alla morte, all’incognita di ogni viaggio, a radici recise, a rami pronti a fiorire o a spezzarsi sotto i colpi violenti dell’imprevedibile e del destino, che per Didone, ha il nome di Enea.

La regina che con coraggio ha fondato Cartagine, con lo stesso coraggio si abbandona all’amore per Enea, lo straniero, il profugo, il predestinato a un’impresa grande. L’amore si consuma, mentre Didone si spoglia delle sue pelli, e nell’abbandono dell’eroe rincorre il suo destino e lo compie. Enea sulla scena è nome e corpo, acrobazia della seduzione e del desiderio, incarnata dal muto personaggio che accompagna la donna sin dal suo primo andare.

Seduzioni visive che partono dalla dimensione classica e giocano con l’immaginario liberty e contemporaneo, regalano a Didon now il palpito di una storia remota e viva più che mai sotto la pelle dell’umanità.

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