PER DARIO PACCINO, A QUINDICI ANNI DALLA SCOMPARSA

Sono quindici anni che Dario Paccino è morto.
So che se fosse ancora vivo sarebbe alla guida del movimento che si batte contro la distruzione della biosfera da parte dei poteri dominanti sul pianeta.
So che se fosse ancora vivo sarebbe alla testa del movimento che si batte contro la violenza razzista e schiavista che sta letteralmente massacrando la stragrande maggioranza dell’umanita’.
So che se fosse ancora vivo sarebbe franco e acuto portavoce del movimento che si batte per salvare tutte le vite, consapevole che per salvare tutte le vite e inverare i diritti umani di tutti gli esseri umani e difendere l’intero mondo vivente e’ necessario contrastare e sconfiggere la barbarie del modo di produzione dominante, dei rapporti di produzione e di proprieta’ dominanti, del modello di sviluppo dominante; modello, modo e rapporti che hanno per unico fine la massimizzazione del profitto delle classi sfruttatrici e sopraffattrici, la massimizzazione del profitto di pochi che ha come contropartita la riduzione in miseria e in schiavitu’ della quasi totalita’ del genere umano, la desertificazione del mondo vivente, la negazione di ogni diritto e di ogni valore morale e civile; planetaria dittatura dei vampiri che annienta ad un tempo cultura e natura, l’umana socialita’ e la riproduzione dell’esistenza in quest’unico mondo che conosciamo ospitare la vita, in quest’unico mondo di cui siamo insieme – l’umanita’ intera, e quindi ogni essere umano – parte e custodi.
Se non ricordo male ho conosciuto Dario Paccino al tempo delle lotte antinucleari, credo che dobbiamo esserci incontrati a Montalto di Castro, non ricordo se gia’ nella prima manifestazione quando ancora il cantiere della centrale neppure c’era, o negli anni successivi nel corso dei blocchi dei cancelli. Ero li’ alla prima manifestazione come ero ancora li’ all’ultima – quando credo avevamo gia’ vinto il referendum e l’Enel non voleva darsene per intesa – avendo l’onore di essere investito dall’ultima insensata carica.
Da qualche parte, se non le ho perse nel corso di piu’ traslochi, dovrei ancora avere le sue lettere.
Ho ritrovato stanotte dispersi per casa tredici suoi libri, alcuni piu’ volte letti e riletti e fittamente postillati, “L’imbroglio ecologico” soprattutto.
Era stato partigiano e aveva continuato la Resistenza per tutta la sua vita.
Aveva solidarizzato con gli indiani d’America e pubblicato un libro a sostegno della loro lotta negli anni Cinquanta quando nel nostro paese non lo faceva nessuno, ben prima del libro di Dee Brown, prima ancora che nascesse l’American Indian Movement e che la nuova sinistra italiana ed europea si interessasse e collegasse a quell’esperienza (ricordo vividamente quando ci giunse la notizia dell’occupazione di Wounded Knee nel ’73; ho ancora quell’utile libro edito da Savelli qualche anno dopo presentato proprio da Dario; e per anni ricevetti e avidamente lessi “Akwesasne Notes”, che non so se si pubblichi piu’).
Aveva fatto nascere la rivista “Natura e societa’” e successivamente aveva animato la rivista “Rossovivo”, ed e’ stato una delle figure di riferimento del movimento ecologista e pacifista.
Pensatore marxista insieme rigoroso e creativo, era stato uno degli interpreti piu’ vivaci del movimento del ’77 con la collana editoriale dei “libri del no”, ed ancora negli anni ’90 era stato tra gli animatori della “Biblioteca per Invendibili e Malvenduti”, continuando a pubblicare libri sempre illuminanti, interpellanti, che muovevano alla riflessione e alla lotta.
Come tutte le persone di tenace concetto, e indignate per la violenza dei poteri dominanti, per la strutturale ingiustizia che condanna a tragica servitu’, immane sofferenza e prematura morte la maggior parte degli esseri umani, era talvolta sommario nelle analisi e sbrigativo nei giudizi; era tagliente nelle discussioni tanto quanto era generoso, sollecito e accudente nelle amicizie e nella solidarieta’ con le oppresse e gli oppressi. Del resto nella tradizione del movimento operaio e socialista fin dalla Prima Internazionale nei dibattiti non si faceva questione di galateo; ma ho sempre pensato che l’esser corrivi a un linguaggio sprezzante e brutale possa esser sembrato a spiriti offuscati un implicito consenso ed un effettuale incentivo al disprezzo degli avversari e alla brutalita’ tout court, con gli esiti nefasti che il secolo breve ha messo a nudo (sono un vecchio militante del movimento operaio che ha sempre creduto che la nostra lotta avesse assoluta necessita’ di quella che Capitini chiamava “l’aggiunta nonviolenta”: solo la nonviolenza contrasta il totalitarismo, e la lotta delle oppresse e degli oppressi per la liberazione dell’umanita’ per essere tale deve essere insieme non solo socialista e libertaria, non solo femminista ed ecologista, ma anche esplicitamente, specificamente nonviolenta).
Tante volte in questo quindici anni ho pensato che avrei voluto ragionare con lui non solo di cio’ che di orribile accadeva, ma anche e soprattutto di come avremmo dovuto contrastarlo; tante volte ho pensato che tra i miei maestri di nonviolenza annovero anche lui, e naturalmente so che se glielo avessi detto mi avrebbe forse chiesto cosa avessi bevuto. Ma cosi’ sento, ma questo penso.
E’ stato un buon maestro, un ottimo compagno, un generoso inesausto combattente per la liberazione dell’umanita’ da tutte le menzogne e da tutte le violenze. Con i limiti e le contraddizioni di ogni essere umano, e’ ovvio, ma con una nitida intelligenza e una volonta’ indomita. Con la passione antifascista del partigiano che di fronte ad ogni ingiustizia tornava a insorgere.
Quindici anni dopo lo ricordo con profonda, immutata gratitudine.
Oppresse e oppressi di tutti i paesi, unitevi nella lotta per la comune liberazione, nella lotta per la condivisione del bene e dei beni, nella lotta per la salvezza dell’umanita’ intera e dell’intero mondo vivente.
Salvare le vite e’ il primo dovere.
Solo la nonviolenza puo’ salvare l’umanita’ dalla catastrofe

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