Non più “Brutti, sporchi e cattivi”

Piero Serboli (Messina, 1948) “Paesaggio” – olio su compensato, cm 10 x 10

di Cettina Lupoi

Dalle polemiche, sterili per definizione, nascono a volte spunti di riflessione su eventi del passato che hanno condizionato e continuano a condizionare la nostra comunità di gente del Sud.

Eventi e fatti che, aggrovigliandosi in un crescendo di difficoltà oggettive, ne allontanano il riscatto vissuto spesso come miraggio.
Il nostro stato di attuale “inferiorità” come alcuni asseriscono, ma che io chiamerei più propriamente di svantaggio socio-economico, scaturisce da fatti molteplici e complessi, non certo ascrivibili ad incapacità intellettiva ma, semmai, ad una serie di cause e concause storico-sociali, conclamate per altro da autorevoli meridionalisti e non solo, che hanno pesantemente condizionato lo sviluppo della nostra collettività.

Al di là del polverone che le polemiche sul tema continuano a sollevare, ciò che più preme appurare in questa fase non è tanto il “perché” di certe tristi realtà, bensì il “cosa” bisogna fare oggi per bilanciare pesi e misure.

Il tutto visto però in un’ottica di imperativo categorico e non di ipotetica possibilità. A tal uopo serve certamente ricordare alcune realtà di questo “Sud inferiore” nel periodo preunitario, per cui mi permetto di rimandare alla lettura di documenti e testi che insigni studiosi hanno elaborato e che in parte è possibile visionare anche attraverso Internet.

Mi limiterò, pertanto, ad accennare ad alcuni primati documentati, attinenti alla situazione socio-culturale ed economica del Sud Italia prima dell’Unità.

Si scopre un Sud che occupava in molti settori (e non mi riferisco alle bellezze paesaggistiche, ai sapori, colori, ecc…) posizioni di primissimo piano non solo a livello nazionale, ma anche europeo e persino mondiale.

Primati nel campo culturale, economico ed anche, in alcuni casi, sanitario, forse ignorati o dimenticati da tanti italiani che popolano il Nord come il Sud Italia.

Quel Regno delle Due Sicilie, che sovente ci viene raccontato come arretrato e povero, è stato invece una terra gravida di ricchezze materiali e spirituali che, tra il 1735 ed il 1779, si dotava della prima Cattedra universitaria di Astronomia in Italia e della prima Cattedra di Economia al mondo.

E mentre a Napoli veniva edificato il San Carlo, il più antico teatro d’opera al mondo ancora operativo, si realizzava il primo Codice marittimo occidentale, il primo Cimitero in Europa per tutte le classi sociali (Palermo). Non solo! Ma nel lontano 1789 il Regno raggiungeva un primato sociale senza precedenti: l’assegnazione di case popolari “San Leucio” a Caserta e, presso la medesima località, la prima assistenza sanitaria gratuita.

Per non parlare poi della prima illuminazione a gas (1839) in una città italiana, Napoli, terza dopo Parigi e Londra o della prima ferrovia italiana (tratta Napoli-Portici).

Il primato si estendeva anche al campo industriale: nel 1856 all’ Expo di Parigi, il Regno delle Due Sicilie si posizionava al terzo posto come più industrializzato Paese al mondo.

Dal punto di vista sanitario c’è da ricordare che a quell’epoca si registrava la più bassa mortalità infantile d’Italia, oltre alla più alta percentuale di medici per numero di abitanti.

Partendo da questi pochi dati (sarebbe troppo lungo elencarli tutti), discostandosi da una mentalità puramente meridionalistica, c’è oggettivamente da chiedersi se i fatti storici che hanno caratterizzato il periodo postunitario, per come si sono svolti, non abbiano pesantemente condizionato il successivo sviluppo del Sud che, in tale processo, venne trattato come colonia e non come parte viva del Paese.
Colonia che subì conseguenzialmente tutte quelle limitazioni discriminanti che penalizzarono, ed in molti casi paralizzarono, le attività umane e culturali della comunità.

Tuttavia attribuire ogni colpa dei nostri “attuali mali” esclusivamente a fatti legati alla Storia del passato, con cui per altro la nostra generazione non ha avuto la possibilità di interagire, sarebbe poco veritiero.

“In medio stat virtus” recitava una sentenza della scolastica medievale, per cui “guardarci dentro” con coraggio e verità è la prima cosa che noi dovremo fare se veramente ci preme invertire la rotta.

Sarebbe cosa assai utile riconoscere il nostro essere spesso individualisti, o comunque non disposti a costruire alleanze che vadano al di là di semplici rapporti familistico-amicali o di meri gruppi più o meno ideologizzati; ancora più utile intraprendere iniziative coraggiose, sperimentare, o per lo meno sostenere chi cerca faticosamente di costruire.

Dovremo imparare a non “gettare la spugna” troppo in fretta portando fuori i propri talenti, ma lottare perché essi vengano riconosciuti. Ed ancora, liberarci da ideologismi ingombranti e non vedere l’altro necessariamente come nemico da combattere, ma creare utili alleanze trasversali. Poiché collaborare con chi dimostra, al di là della sua appartenenza, di avere a cuore il bene comune e riesce a raggiungere tra le tante difficoltà risultati oggettivamente concreti non è mero opportunismo, ma maturità civile.

Senza deleghe in bianco per nessuno (siamo esseri umani si sa!), ma con l’attenzione vigile che il bene pubblico richiede.

Ed infine tiriamo fuori l’innata fierezza, la nostra dedizione al lavoro, il valore della nostra intelligenza creativa, sostenuti oltre che dalle nostre forze anche da un gruppo numeroso e coeso.

E per carità! scrolliamoci di dosso quell’infelice stereotipo di “Brutti, sporchi e cattivi” che, continuamente ripetuto, ha prodotto in noi tali distorsioni cognitive da indurci spesso a rinnegare la nostra reale identità.

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Un commento a "Non più “Brutti, sporchi e cattivi”"

  1. liliana ha detto:

    Ciascuno di noi è diverso dagli altri per indole, educazione ricevuta, storia personale…;tuttavia è innegabile che l’ambiente in cui viviamo influenza la nostra condotta, specie se non abbiamo una forte personalità e soprattutto un’adeguata capacità di giudizio.Ecco perché molti, cambiando ambiente,spesso modificano la propria condotta uniformandosi a ciò che fa la maggioranza.Questo è umano, perché essere conformisti facilita la vita. Ma in questo c’è anche un elemento positivo: è la dimostrazione che cambiare si può, se si vuole.Però bisogna acquisire consapevolezza di quello che va cambiato e di quello che invece va conservato, anzi incrementato. E noi meridionali abbiamo molto di cui essere fieri: risorse non solo paesaggistiche ma anche “culturali” e umane, come ben evidenzia la prof. Lupoi! Purtroppo, davanti a inefficienze e incongruenze che incontriamo nella vita quotidiana, noi per primi tendiamo a dimenticarlo, autorizzando così altri a giudicarci negativamente. Dobbiamo, invece,evitare le sterili lamentele e polemiche, il vittimismo, e invece far circolare idee positive,insieme ad altri individuare obiettivi comuni e far squadra per raggiungerli,senza farci scoraggiare dalle difficoltà che in genere ogni tentativo di innovazione incontra

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