diffamazione nei confronti del giornalista libico Farid Adly

Il blogger acquedolcese, Enrico Caiola, è stato condannato dal Tribunale di Patti per diffamazione nei confronti del giornalista libico, Farid Adly. Il Giudice del Tribunale di Patti, dott. Vincenzo Mandanici, ha emesso la sentenza il 23 Dicembre 2019, dopo aver sentito il PM, l’imputato, la parte lesa e le arringhe dei rispettivi difensori: avv. Carmelo Caiola per l’imputato e l’avv. Giuseppe Mancuso per il giornalista libico.

I fatti risalgono al 2015 e il GIP, dott. Andrea La Spada, li ha ritenuti diffamatori ed ha citato in giudizio Enrico Caiola, per il reato penale previsto dall’art. 595 comma 3 (diffamazione), “… per aver offeso la reputazione di Kashbur Ibrahim Alì, meglio conosciuto con lo pseudonimo giornalistico Farid Adly, pubblicando in data 23 Settembre 2015 sul sito Internet “AFBlog”, sito collegato al profilo del social network Facebook “AP” gestito tra gli altri dallo stesso Caiola Enrico – recita così la citazione in Giudizio del 5/7/2018 – una nota che diffamava l’onore ed il decoro del giornalista libico”. Sono state ritenute diffamatorie in particolare le frasi scritte dall’imputato Enrico Caiola: “… il giornalista libico Farid Adly, cugino del sindaco e recentemente nominato direttore del museo dei Nebrodi di Sant’Agata Militello”, “… ateo dichiarato, non cittadino italiano, non elettore, in situazione di evidente conflitto d’interesse con il Comune, esule patriota che però non torna nella sua terra natia a lottare per la libertà a costruire la democrazia che in quel paese non hanno, lavoratore che non si sa che lavoro faccia, idee antimafia, ma accetta di buon grado i benefici della politica…”.

L’avvocato Mancuso ha sottolineato, nella sua arringa, la gravità delle frasi pubblicate dall’imputato “per due ordine di considerazioni: il primo è quello di valutare negativamente l’essere ateo. La libertà di credo è sancita dalla Costituzione. Lo stesso vale per lo stato giuridico dello straniero che è regolato dalla legge. E’ palese in questo contesto l’intenzione dell’imputato di offendere. La seconda considerazione riguarda la pericolosità dell’appellativo “ateo” in contesto musulmano, che mette in pericolo la vita del mio assistito. L’altro punto da rilevare è quello dell’accusa al mio assistito di essere un traditore della patria, tema che è molto caro e di una sensibilità estrema per un giornalista che ha scritto un libro sulla lotta per la Democrazia nel suo paese… Rammento che Dante ha riservato ai traditori della patria il luogo dei dannati della seconda zona del IX cerchio dell’Inferno, giù in fondo nel lago ghiacciato del Cocito”.

Il Giudice dott. Vincenzo Mandanici ha emesso la sentenza di condanna, nella quale si legge:

“Visti gli artt. 533 e 535 del codice penale dichiara l’imputato colpevole dei reati ascrittogli in rubrica e lo condanna alla pena di euro 500 di multa oltre al pagamento delle spese… Condanna l’imputato al pagamento a favore della parte civile delle spese di Costituzione… e condanna l’imputato al risarcimento del danno…”.

Il giornalista Farid Adly, dopo la pubblicazione della sentenza, ha espresso la sua soddisfazione: “Ho sopportato per lunghi anni le angherie gratuite dell’imputato condannato Enrico Caiola, ma non avevo mai proceduto alla denuncia penale; ho deciso di procedere legalmente quando ho visto la pubblicazione di notizie false che mi riguardavano e che emettevano una fosca e nefasta ombra sulla mia condotta pubblica, politica e culturale, quella che si riferiva alla mia asserita ma fantomatica nomina da parte dell’Amministrazione di Sant’Agata Militello a direttore del Museo dei Nebrodi, notizia destituita da ogni fondamento. Non ho avuto più dubbi che fosse giunto il momento di agire per fermare la penna della diffamazione”.

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