Prossimo il sessantesimo anniversario del passaggio della fiaccola olimpica da Messina

Era il 19 agosto del 1960 e Messina entrava da protagonista nell’itinerario della fiaccola olimpica, destinata a giungere, dopo esser partita dalla Grecia, all’apertura delle Olimpiadi di Roma. Fu un evento straordinario e memorabile per la città, ma non solo un evento.

I 46 giovani tedofori che si passarono la fiaccola dal confine della provincia fino all’imbarcadero della Batteria Masotto, alla Passeggiata a mare, erano i figli di quei messinesi che avevano affrontato la seconda guerra mondiale. Con la loro resistenza ai bombardamenti atroci del ’42 e del ’43, avevano fatto conquistare la medaglia d’oro al valor civile alla Città. Ma soprattutto avevano mostrato, nel quindicennio precedente a quel famoso 1960, una capacità di andar oltre la pura resistenza.

La città alla fine della guerra si mostrava spettrale non solo nelle sue costruzioni, ma anche nei corpi di quanti per anni avevano avuto razionato il cibo. “Pane e lavoro” avevano cominciato a gridare fin da quei giorni del ‘45, fino all’apice della manifestazione del 1947, conclusasi tragicamente con tre giovani lavoratori uccisi dai proiettili della polizia “celere”.

Oggi chiamiamo “resilienza” la capacità di reagire a una forte crisi e di rimettere il proprio mondo a posto, come e meglio di prima. Naturalmente la parola era ignota a quanti stavano vivendo quel quindicennio fra il 1945 e il 1960, ma i fatti parlano chiaro: la resilienza era in atto e stava dispiegando i suoi effetti. Uno di questi era ben visibile proprio nella manifestazione del passaggio della fiaccola olimpica: i corpi dei giovani virgulti tedofori.

Dalle porte meridionali della città fino all’imbarcadero della Passeggiata a mare, quei giovani, atletici corpi portavano di corsa la fiaccola olimpica attraversando una città quasi per intero ricostruita, che in diversi punti odorava ancora di nuovo. Nelle strade erano comparse le “seicento” e sugli autobus urbani c’erano implacabili bigliettai, a gridare “avanti, avanti” alla gente che si accalcava.

All’imbarcadero, pronto al trasferimento della fiaccola dal tripode sulla terraferma a quello sistemato a prua, c’era, nuovo di zecca, l’aliscafo. Anche questo era il simbolo di una resilienza, che addirittura introduceva nuovi elementi di modernità in città, ma poi dalla città, dal suo Rodriguez e dai suoi operai, al resto del mondo.

Il mondo messinese si era ricostituito anche grazie a un senso di condivisione della sorte urbana, che oggi – a distanza di sessant’anni da quel passaggio della fiaccola olimpica – si dovrebbe esprimere attraverso atti di solidarietà. Forse questo sarebbe il senso migliore da far assumere a un anniversario, che rischia di essere una “commemorazione dei reduci” mentre ha le potenzialità di mettere in evidenza i valori puri dello sport, fra cui quello che abbastanza impropriamente oggi viene chiamato “gioco di squadra”.

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