Alle Giornate del Cinema Muto: Cecil B. DeMille e Jean Grémillon

di Francesco Saija

La “rivisitazione del canone” alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone (5-12 ottobre 2019), ci ha permesso di vedere sul grande schermo due grandi capolavori (per motivi diversi) del cinema muto. “Joan the woman” (Giovanna D’Arco, 1916) di Cecil B. DeMille e “Gardiens de phare” (1929) del francese Jean Grémillon.

Entrambi i registi hanno iniziato la loro attività nel periodo del muto e hanno continuato quando il cinema è diventato sonoro.

Tra i film muti di DeMille possiamo ricordare una “Carmen” del 1915 che vede l’esordio, a Hollywood, della famosa cantante lirica del tempo Geraldine Farrar.

Ma anche altri due muti molto importanti e cioè “The Cheat” (I prevaricatori, 1915) e “I dieci comandamenti” (1923) di 126 minuti , girato in zone desertiche della California. Questo film sarà rifatto (e sarà l’ultimo di DeMille) sonoro nel 1956 ed è una megaproduzione di 219 minuti con Charlton Heston e Yul Brynner, girato nel deserto egiziano.

“Giovanna D’Arco” è un film che fino ad alcuni anni fa veniva considerato perduto o comunque disperso nel quale viene presentata una Giovanna D’Arco a tutto campo nelle sue vesti di guerriera. Sono infatti tante le scene di battaglia e di guerra.

Secondo alcuni critici DeMille fu sensibile all’interventismo americano nella prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti , come sappiamo , entrarono in guerra proprio nel 1917.

Il film infatti inizia in Francia fra le trincee della guerra e parte dal sogno di un soldato inglese , al quale Giovanna D’Arco chiede di sacrificarsi per la Francia al fine di riscattare i peccati degli inglesi nei suoi confronti dopo essere stata tradita dal suo amante inglese ( interpretato da Wallace Reid ) e poi bruciata sul rogo.

La Pulzella d’Orléans è interpretata dalla cantante lirica Geraldine Farrar che già aveva esordito con DeMille , nel 1915 , in “Carmen”.

A soli 21 anni dalla nascita del cinematografo , DeMille regista aveva capito tutto sul cinema. Questo film è certamente un capolavoro ma è soprattutto un film “profetico”. Un film abbastanza completo con tutti i contenuti della settima arte: aspetto tecnico, visione artistica e grande spettacolarità.

Ottime la sceneggiatura di Jeanie Macpherson, la fotografia di Alvin Wyckoff e le scenografie di Wilfred Buckland.

Nel film prevalgono le scene corali di massa e notiamo un eccezionale montaggio. Ottime le riprese con la cinepresa fissa e con tanti piani sequenza , campi medi e lunghi.

Nonostante le tante scene di battaglia , non vi è nel film alcuna retorica militarista. Tutto è finalizzato ad esaltare la figura della giovane donna , il suo coraggio , la sua moralità e la sua lealtà.

Giovanna non fa altro che compiere il proprio dovere e la stessa cosa farà il soldato inglese nella sua missione sucida nella grande mattanza della prima guerra mondiale.

Si potrebbe anche individuare una venatura di “femminismo” . Giovanna è una donna che ama il suo Paese , che è stata anche amata e che forse ha amato ed è stata tradita dal suo amore.

Proprio  in catalogo Anne Morey ci ricorda che “il film ritrae i personaggi maschili con connotati negativi: Giovanna è circondata da uomini incompetenti , vigliacchi e assetati di sangue , che accolgono l’eroismo e lo spirito di sacrificio femminile con derisione e crudeltà”.

Il re Carlo VII di Francia appare nel film come un “relitto” in mezzo ai rifiuti.

DeMille , attraverso le immagini cinematografiche , ci presenta una Giovanna che racchiude in sé la passione di Cristo e che , come Cristo , viene tradita.

Viene tradita anche dal suo “amore” inglese e viene venduta all’asta , anche se il traditore alla fine si redime. La tematica della redenzione e del pentimento è presente nel personaggio del frate che alla fine protesta per l’ingiusta condanna.

Un film dell’inizio del ventesimo secolo che presenta anche caratteri di attualità nella nostra contemporaneità.

Giovanna lotta per il bene comune e , nel momento estremo , chiede al re meno tasse per gli abitanti del suo villaggio e soprattutto la libertà.

La Chiesa appare invece come peccatrice in quanto antepone il potere alla giustizia e alla carità.

A Pordenone è stata presentata una bellissima copia in DCP di 148 minuti, tratta da una copia 35mm in nitrato, imbibita e virata con sequenze a colori nelle fiamme del rogo finale.

Per 148 minuti, il maestro Philip Carli ha accompagnato la proiezione al pianoforte con una intensissima musica, in modo particolare nelle scene della battaglia ma anche nel momento culminante del sacrificio della Pulzella d’Orléans.

“Gardien de phare” di Grémillon merita una particolare attenzione perché certamente è uno dei film più belli presentati alla trentottesima edizione delle Giornate del Cinema Muto.

Grémillon è un regista poco conosciuto dal grande pubblico. Nasce in Normandia nel 1901 e muore a 58 anni nel 1959. Debuttò nel periodo del muto ma fece anche diversi film interessanti per il cinema sonoro.

Possiamo ricordare “Maldone” (1928), prodotto dal regista e suo maestro Charles Dullin. Per il film presentato a Pordenone, non possiamo non ricordare il bravissimo cineasta Jacques Feyder che fu sceneggiatore del film e quindi autore dell’adattamento cinematografico della pièce teatrale di Paul Autier e Paul Cloquemin che rimase per tanti mesi nel cartellone del Teatro “Grand Guignol” di Parigi.

Purtroppo la musica originale del film , composta dallo stesso regista , viene considerata perduta.

E , come leggiamo in catalogo , Grémillon avrebbe voluto comporre una nuova musica per accompagnare il film , ma morì prematuramente.

A Pordenone , la visione del film è stata accompagnata al pianoforte dal bravissimo maestro Gunter Buckwald.

La copia in 35mm , presentata al Festival friuliano , è una copia imbibita e proviene dal National Film Archive of Japan.

Tra i film sonori di Grémillon mi piace ricordare “Tempesta” ( 1941 ) , film d’amore e di mare , interpretato da un bravissimo Jean Gabin e da Madeleine Renaud e Michèle Morgan e il bellissimo “Il cielo è vostro” (1944) , ma anche un altro film di mare (l’ultimo del regista) che è “L’amore di una donna” (1944) con Micheline Presle e i nopstri Massimo Girotti e Paolo Stoppa.

Ma torniamo al film “Gardiens de phare” : un film che potremmo definire “supermuto”  e in cui parlano soltanto le immagini cinematografiche in movimento. Una grande tragedia di mare e di terra che si svolge all’interno di un faro mentre in mare infuria la tempesta. Certamente si tratta di cinema tout court, cinema allo stato puro.

Pochissime le parole ( che apprendiamo dalle didascalie ) pronunciate dai due personaggi principali : il figlio Yvon Bréhan , mirabilmente interpretato da Geymond Vital e il padre interpretato da Paul Fromet.

Nelle poche frasi è racchiusa tutta la tragedia : il figlio dice al padre : “papà se uno di noi muore come starà l’altro solo con il cadavere?” e  ancora dice al padre “Vai via”. E il padre , prima di essere costretto ad uccidere il figlio dice al figlio “Yvon , caro ragazzo!”.

Un destino crudele incombe su quattro persone : un figlio contagiato dalla rabbia per un morso di un cane , che all’interno di un  faro diventa aggressivo e un padre che è costretto a gettarlo nel vuoto nel mare in tempesta ; e sulla terraferma una madre e una fidanzata che attendono rispettivamente il marito e il proprio grande amore.

Una tragedia di finzione tra natura , amore e morte e al contempo un film con aspetti documentaristici. Una grande narrazione che si avvale di un’abile regia ma anche di uno straordinario montaggio alternato e di una eccezionale fotografia di Jean Iouannetaud e Georges Périnal.

Concludo con quanto scrive , in catalogo , Geneviève Sellier : “L’ostilità della natura è …evocata dalla rabbia di cui è affetto il cane , e che condanna il giovane a una morte orribile. A questo confronto fra l’uomo e la natura si aggiunge la separazione fra gli uomini e le donne rimaste sulla terraferma , lacerate fra il timore e la speranza ; gli uni e le altre non sono uniti che dal ricordo , dal sogno , e dai loro fantasmi. In virtù di questa messa in scena cosmica , Grémillon ha trasformato il melodramma in tragedia”.

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