C’era una volta una gioventù che sperava

 

di Francesco Carini

Correva l’ottobre del 2002 e nello studentato “Carducci” di Bologna quasi 300 studenti fuori sede, di cui più del 50% proveniente dal Sud Italia, esultava per un posto alloggio gratuito e una borsa di studio consistente vinta grazie ai criteri di reddito e merito su cui si basava la graduatoria definitiva stilata dall’ente al diritto allo studio regionale. Un insieme di adolescenti che avevano percorso centinaia o migliaia di chilometri per studiare all’Alma Mater Studiorum scatenavano un’energia positiva incredibile, trasformando Bologna in quello splendido laboratorio che è sempre stato per via del suo importante ateneo.

Ma, quello che più mi risaltò all’occhio fu un ragazzo magro, di carnagione scura e visibilmente più grande di noi diciottenni, sprizzante entusiasmo da tutti i lati, con un misto di frenesia ed emozione. Avvicinandomi, gli chiesi da dove venisse e cosa fosse venuto a studiare nel capoluogo emiliano. Quasi saltando, mi abbracciò e rispose fra il militaresco e il commosso: «Sono Dario, ho più di 25 anni, vengo dalla Calabria e finalmente ho realizzato il mio sogno… Tu come ti chiami?». Anche se ero abbastanza felice per il risultato ottenuto, non riuscivo a capacitarmi del perché desse un’importanza così grande a quello che per me era un punto di inizio… Quindi, gli replicai domandandogli in che cosa consistesse questo sogno. Mi guardò con stupito ed esclamò gioiosamente: «Che cazzo… Dopo anni di sacrifici studierò e mi laureerò in agraria e per questi anni non graverò sui mio padre che è pensionato… Ti sembra abbastanza? Questo alloggio e questa borsa  sono la mia manna!».

Sorrisi, gli diedi il cinque e lo ringraziai per avermi illuminato. In quel momento guardai con gioia ed  ottimismo al mio futuro e a quello dei miei discendenti, proprio perché ero certo che, in caso di necessità, lo stato avrebbe difeso il principio dell’eguaglianza, dando a tutti la possibilità di raggiungere le mete più alte e la felicità secondo un criterio meritocratico e non per il conto in banca o le posizioni dei genitori. Fui fiero di essere italiano, in particolar modo della costituzione del mio paese, che all’articolo 34 recita:

«I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso».

A distanza di quasi dodici anni, la situazione è cambiata radicalmente. Al posto del sorriso fiero e sincero di Dario e delle centinaia di ragazzi del “Carducci”, vedo lo sguardo vuoto o l’ansia di un diciottenne medio, conscio della precarietà del proprio futuro e per il quale gli studi universitari potrebbero diventare una chimera a causa degli alti costi. O, ancora peggio, mi preoccupano tutti quegli adolescenti per cui la sbronza del sabato resta una fra le poche soddisfazioni a cui aspirare, sicuri che  gli unici aspetti negativi da temere sono l’emicrania e la nausea dell’indomani.

Non è un’accusa nei confronti dei ragazzi, dal momento che il risultato sopracitato non è altro che l’insieme di mosse e manovre politiche criminali, che non hanno ucciso nessuno in particolare, ma stanno distruggendo il diritto a un’istruzione superiore (con i graduali tagli alle borse di studio), assassinando l’uguaglianza e rubando il futuro alla maggior parte dei giovani italiani… Sì, proprio ai figli di quel ceto medio o di quegli operai che lavorano almeno 8 ore al giorno per guadagnare uno stipendio da sussistenza e che verosimilmente non potranno più gioire per la laurea in medicina dei propri figli. Anche l’Edisu Piemonte, che ha sempre concesso per concorso fondi e alloggi a tutti coloro i quali avevano certi requisiti di merito e reddito, sotto il governo del leghista Cota ha subito tagli per milioni di euro, rendendo più che difficile per centinaia di ragazzi non solo la frequenza, ma anche la semplice iscrizione all’università.

A seconda dei punti di vista, 11 anni e mezzo costituiscono un breve periodo: oggi a me sembrano un’eternità. Se qualche tempo fa l’articolo 34 costituiva un meraviglioso caposaldo, adesso resta la certezza che l’unico punto fermo sia costituito dal rischio che i gradi più elevati dell’istruzione siano raggiunti solo dai ceti più benestanti, impedendo un “uplevelling” meritocratico che è stato alla base dello sviluppo dell’Italia negli ultimi cinquanta anni.

Le “storie alla Charles Dickens” sono piacevoli da leggere, ma non si può contare sulla sporadica carità del mecenate di turno alfine di fondare una società basata sulla meritocrazia e un’eguaglianza reale.

 

«[…] La libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero» (Sandro Pertini).

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