L’uomo e il territorio, fra ignoranza ideologica e disinteresse politico

La straordinaria bellezza della natura è il risultato dell’opera del Creatore che ci ha consegnato il paesaggio in cui viviamo, in tutta la sua magnificenza, e dell’opera dell’uomo al quale tutto questo è stato consegnato, non per essere deturpato e/o consumato, ma perché se ne curi lo preservi e lo migliori.

La nostra Italia, è una nazione che sia per motivi di assetto idrogeologico, sia per trascuranza congenita a tutto ciò che è cultura dell’ambiente, soffre da sempre per i danni provocati dal degrado dei suoli, da qui il pericolo di desertificazione, e dall’alterazione degli ecosistemi preesistenti, di conseguenza le frane e le alluvioni.

Ora, dopo l’ennesimo disastro avvenuto in Sardegna, mi succede di sentirne di tutti i colori, soloni di sempre si affannano a cercare le cause e a trovare le soluzioni, ma è come vedere un film già visto. A proposito, nell’era di internet, vi invito a fare un po’ di ricerche a ritroso; Vedrete le stesse immagini, sentirete le stesse considerazioni, ma soprattutto vi accorgerete che nei giorni subito dopo l’evento, tutto e tutti giurano che tutto questo non deve succedere più.

Ma, come sempre, dopo qualche settimana non si sente più nessuno che ne parla, e qui non sarebbe neanche male, visto che ne parlano senza cognizione di causa, ma la cosa più grave è  che chi di dovere nulla più fa per la prevenzione di tali eventi, limitandosi a stanziare dei fondi per qualche ripristino dei luoghi danneggiati.

E perciò non sentiremo più nessuno che parla del consumo dei suoli, frase magica con cui tutti vogliono far intendere che ne capiscono qualcosa, poveri ignoranti! A tutti loro voglio dedicare alcune considerazioni fatte da don Luigi Sturzo, su Illustrazione Italiana il 20 novembre del 1949:” il più grave problema da affrontare è quello della sistemazione montana per favorire il consolidamento del suolo, l’imbrigliamento delle acque, il rimboschimento. In una parola, ricordarsi che l’agricoltura comincia dalla montagna per arrivare alla pianura e non viceversa. Tutto da rifare. Una commissione della Fao, che l’anno scorso visitò la Sicilia, rimase esterrefatta di tutta la rapina fatta dalle acque, delle calanche formate nelle argille nude delle montagne e delle colline, della perdita di consistenza e di produttività del suolo, compromettendo anche gli abitati”.

Vedete quanta sapienza, in contrapposizione alla impreparazione attuale, provo allora io a darvi dei dati veritieri e a dirvi qualcosa di semplice e di concreto da incominciare a fare subito. Negli ultimi quaranta anni (1970-2010), in Italia, la Superfice Agricola Utilizzata (SAU) è passata da diciotto milioni di ettari agli attuali tredici milioni, con una perdita netta di cinque milioni, estensione che equivale a quella della superficie dell’intera regione Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna messe insieme.

In Sicilia, negli ultimi quaranta anni, si è passati da1.730.000 (un milione settecento trentamila)  ettari del 1970, ai 384.000 (un milione trecentottanta quattromila) ettari del 2010, con una perdita netta di 346.000 (trecento quarantaseimila) ettari, estensione che equivale alla superficie dell’intera provincia di Catania, e come se avessimo, quindi in Sicilia, una provincia in meno, e che provincia. La più estesa dopo Palermo.

Sono dati allucinanti! In questi giorni non ho sentito levarsi una voce in tal senso, il nostro Paese Italia, pur non avendo una modesta estensione territoriale, risulta essere al quarto posto nel mondo per numero di vittime annue causate dagli eventi citati.

Eppure il fenomeno delle terre incolte o abbandonate o insufficientemente coltivate non è recente, basti ricordare che lo Stato italiano, nel 1978 ha approvato la legge n. 440, riguardante il recupero produttivo delle terre incolte o abbandonate o insufficientemente coltivate, anche al fine della salvaguardia degli equilibri idrogeologici e della protezione dell’ambiente, legge che  per essere applicata,  necessita soltanto di regolamentazione in sede regionale. In Sicilia nello stesso anno di emanazione della legge, un legislatore attento, l’allora Assessore regionale alla Presidenza On.le Santi Nicita, da me contattato per un confronto sulla materia in questione, mi diede l’incarico, a titolo gratuito, di redigere un PROGETTO DI INDAGINE SULLE TERRE INCOLTE, da sottoporre al C.I.P.E..

Il progetto fu con immediatezza approvato,  predisposi  gli atti necessari per la sua esecuzione. Il tutto fu fatto in breve tempo e il primo dicembre 1979, si sarebbe dovuto dare il via ai lavori, ma d’improvviso l’iter fu bloccato…., voglio essere buono, come credo sia il mio animo , c’erano allora ed ancora oggi cose più importanti, come se ci fossero cose più importanti della salvaguardia delle vite umane.

Nella mia lunga carriera dirigenziale alla Regione siciliana, nella qualità di Vice Presidente del comitato organizzatore – e comandante del

Corpo Forestale della Regione Siciliana -, ho avuto l’onore di riuscire a tenere in Sicilia, il Terzo congresso nazionale di Selvicoltura. Si tenne a Taormina dal sedici al diciannove di ottobre del 2008.  In quella prestigiosa sede, nella seduta inaugurale, alla presenza di autorevoli componenti del governo nazionale e regionale, nonché  di  studiosi  di levatura nazionale ed internazionale della materia, ebbi modo di sollevare la questione di che trattasi, e chiudendo il mio intervento dissi: “ Se vogliamo che ci sia un ritorno fra la natura e l’uomo e anche fra l’uomo e le istituzioni, le istituzioni e la politica, bisogna fare in modo che tutti facciano il loro dovere, perché credo che in questo Paese, almeno da qualche secolo, non lo stiamo facendo”.
Ancora oggi, si ritiene che tutti facciano il loro dovere, se le frane stimate sono circa cinquecento per una superficie interessata di ventuno kmq, pari quasi al 7% del territorio nazionale, se i danni , provocati dal dissesto sono quantificati nell’ordine di due miliardi di euro l’anno?  Credo proprio di no.
Ed allora finiamola di guardare a valle del problema, dobbiamo andare alla fonte della questione. L’origine di tutto è nell’abbandono del territorio da parte dell’uomo, la superficie delle aree interne collinari e montane è pari ai due terzi del totale e queste zone stanno, molto velocemente, perdendo il presidio dell’uomo che con la sua presenza, con le sue attività produttive, principalmente, agricole e silvopastorali, tutelava il territorio e lo preservava dal dissesto idrogeologico. Tutelare montagna, collina e zone interne, significa tutelare le zone urbanizzate, non ci può essere sviluppo urbano ordinato, se non si tutela la maggior parte del territorio che sta sopra e intorno.

Chiudo con alcuni dati significativi: la filiera del legno continua ad essere una realtà produttiva ed occupazionale, oggi rappresentata da ottantamila aziende, con più di cinquecentomila lavoratori. Filiera che, alla luce dei dati citati, terre incolte, abbandonate od insufficientemente coltivate, può avere grossi margini di sviluppo. Limiteremo così le importazioni dall’estero, importiamo i due terzi del fabbisogno di legno, e raggiungeremo il duplice obbiettivo, di dare una mano all’imprenditoria del legno e cosa ancora più importante, di ritornare  a presidiare il territorio, limitando così seriamente il succedersi dei disastri ambientali.

Infine, non è vero che non si può tornare, in queste zone, più genericamente, alle attività agro-silvo-pastorali, lo si può fare ad un patto che lì, si ritorni a produrre prodotti tradizionali e di qualità, per i quali, così come ha fatto da tempo la Francia, si possono chiedere alla U.E., deroghe alle normative vigenti in materia agroalimentare.  Deroghe che si danno proprio a tutela delle piccole produzioni tradizionali e tipiche che altrimenti, in forza delle stringenti normative comunitarie riguardanti i prodotti dell’agroindustria, che impongono l’uso di metodologie standardizzate, assieme  all’uso di attrezzature di tipo industriale, si perderebbero.

Le foto rappresentano l’Italia, era inutile indicare le località.

Michele Salvatore Lonzi

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