Chi impone la chiusura dei porti?

di Fulvio Vassallo Paleologo

Dalla vicenda del blocco imposto alla nave Aquarius nel mese di giugno dello scorso anno, il ministero dell’interno ha sistematicamente rifiutato un atto che gli competeva, la indicazione di un porto di sbarco sicuro, soprattutto dopo operazioni di salvataggio coordinate inizialmente dalla Guardia costiera italiana, ed ha costretto le navi delle Ong a rotte sempre più lunghe per lo sbarco dei naufraghi (non clandestini) soccorsi in acque internazionali. Almeno in tutti i casi in cui la collaborazione con la Guardia costiera libica, rinforzata dalla cessione di numerose motovedette da parte del governo italiano, a partire dal mese di luglio dello scorso anno, non permetteva ai guardiacoste libici di intercettare in mare le imbarcazioni cariche di migranti in fuga dalla Libia e di riportare a terra persone che ritornavano in balia delle milizie. A poco serviva la presenza delle agenzie dell’Onu come Oim ed Unhcr nei cosiddetti disembarkation point, ed in alcuni centri di detenzione, messe nelle condizioni di non poter garantire i diritti fondamentali e la integrità fisica delle persone migranti, come ammesso nei più recenti rapporti delle stesse Nazioni Unite.

Cresceva in modo esponenziale la percentuale delle vittime rispetto a quanti riuscivano a imbarcarsi verso l’Europa, malgrado il forte calo delle partenze, già dovuto alle misure messe in atto dal governo Gentiloni-Salvini, alle correlate iniziative della magistratura, e agli accordi con le milizie libiche, calo poi rimasto costante per gli ultimi mesi del 2018. Le tensioni con il governo maltese sono state soltanto argomenti di distrazione di massa per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica interna dalle responsabilità dei governi italiani, come pure la mancata “solidarietà” dell’Unione Europea. Una solidarietà che si invoca solo per respingere e non per salvare vite umane in mare.

Sarebbe inutile oggi ricordare le diverse disposizioni di diritto internazionale, inclusa la Convenzione di Ginevra sui rifugiati (art.33) che il governo italiano ha violato, mentre 49 persone, tra cui donne e bambini che qualcuno vorrebbe anche separare, rimangono in alto mare senza un porto sicuro di sbarco. Le controversie tra Italia e Malta sulla destinazione dei naufraghi soccorsi sulla rotta libica si trascinano da anni perché tra i due paesi non si è mai trovato un accordo sulla ripartizione delle zone SAR (ricerca e salvataggio) e dunque sulla indicazione di un porto di sbarco sicuro (che non può essere certamente in Libia) dopo le operazioni di salvataggio in mare. Le indicazioni delle Nazioni unite sono chiare.

Così come è altrettanto inutile ricordare quanto abbia pesato la decisione dell’Imo, organizzazione internazionale marittima che il 28 giugno ha ricevuto la dichiarazione unilaterale del governo di Tripoli che rendeva nota l’esistenza di una zona Sar libica, pure in assenza di una propria Centrale di coordinamento (Mrcc) capace di intervenire su tutto il vastissimo spazio che si assegnava. Proprio negli stessi mesi in cui gli ispettori delle Nazioni unite confermavano che la Libia non offre “porti sicuri di sbarco”.

Diversi documenti confermano come le attività di coordinamento delle operazioni di intercettazione in mare fossero cogestite anche da agenti italiani, nella veste di formatori, e che la sede del Centro di coordinamento congiunto “libico” (Jrcc) si trovava in realtà a bordo di una nave militare italiana ormeggiata nel porto di Tripoli nell’ambito della missione Nauras. Negli ultimi tempi, dopo l’inglorioso ritorno in Italia della nave Minerva, il coordinamento si è evoluto con modalità meno percettibili, affidato ad assetti aerei anche europei (Frontex ed Eunavfor Med) ma non per questo meno efficaci. Centinaia di persone, dopo un primo avvistamento da parte di assetti aeronavali europei, venivano bloccate in acque internazionali, anche ai limiti della Sar maltese o italiana, e riportate nei lager libici. E il portavoce della sedicente guardia ciostiera “libica” ha intensificato i suoi attacchi contro le navi umanitarie delle Ong, che malgrado tutto resistevano alla pressione militare e giudiziaria alle quali erano sottoposte e continuavano a salvare vite nel Mediterraneo centrale.

Ci si domanda oggi se il ministro dell’interno italiano abbia i poteri per chiudere i porti alle navi umanitarie che soccorrono naufraghi in acque internazionali. Si cerca l’appiglio normativo che potrebbe consentire un comportamento che, oltre a risultare in contrasto con il diritto internazionale, appare contrario ai basilari principi dello stato di diritto e al riconoscimento dei naufraghi come persone, e non come cose da utilizzare per la propaganda politica o per negoziare diversi criteri di ripartizione a livello europeo dei migranti soccorsi in mare. Ma se andiamo oltre alla comunicazione violenta, per non dire truce, rilanciata attraverso i social dal ministro dell’interno, che ribatte a ogni occasione che “i porti sono chiusi”, non si rinviene alcuna base normativa per un simile diktat. Al punto che alcune autorità marittime italiane hanno annunciato che sono pronte a fare entrare nei loro porti le navi della Sea Watch e della Sea Eye attualmente bloccate davanti al porto di Malta, con i naufraghi giunti a un punto tale di disperazione da minacciare continuamente atti di autolesionismo. Poco importa che il diniego frapposto dai maltesi sia costituito dall’intento di non creare un “precedente”. Le responsabilità, anche in questo ultimo caso, di abbandono in mare sono molto diffuse, e risalgono anche ai comportamenti di delega ai libici del precedente governo Gentiloni, con tante mancate risposte alle richieste di porti sicuri di sbarco in Italia, che sono state l’asse centrale della politica italiana in materia di immigrazione, e non solo. Perché di propaganda su questo tema, che coinvolge il rispetto della vita umana in mare, se ne è fatta tanta, e troppa se ne continua ancora a fare in vista delle prossime scadenze elettorali.

Contro tutte le risultanze dei rapporti internazionali e delle richieste delle Nazioni Unite,per Toninelli addirittura, “le Ong di riferimento, come al solito, non hanno rispettato la legge del mare. Addirittura la nave di SeaEye ha mentito sullo stato del barcone dal quale ha prelevato i migranti, che non stava affatto affondando come da essa comunicato. I due interventi sono avvenuti in acque Sar libiche, toccava dunque a Tripoli agire”. Di fatto, l’ennesimo invito alla magistratura di perseguire penalmente i soccorritori “colpevoli” di non avere riconsegnato ai libici le persone soccorse in acque internazionali. Ma senza uno straccio di provvedimento formale di chiusura dei porti, come rilevano i responsabili delle principali autorità portuali italiane. In realtà una vera intimidazione. E il governo appare più diviso che mai, con il premier Conte che apre alla possibilità di accogliere quindici migranti dalle navi umanitarie bloccate a sud di Malta, senza distinzione tra donne, minori e adulti.

Quale è allora la vera portata della minacciata chiusura dei porti italiani, purtroppo condivisa senza provvedimenti formali anche dal ministro delle infrastrutture Toninelli, che riesce a tenere lontane, anche lui con le minacce, le navi delle Ong “colluse” con i trafficanti, impedendo lo sbarco in un porto sicuro in Italia? Un atto dovuto, la indicazione di un porto di sbarco, soprattutto considerando che, in base alle Convenzioni internazionali, è proprio l’Italia il paese responsabile perché il primo paese che, nella maggior parte dei casi, viene allertato in occasione degli eventi di soccorso (SAR) sulle rotte del Mediterraneo centrale.

Salvini chiude i porti grazie alle denunce che la polizia alle sue dipendenze trasmette come notizia di reato (ex art.12 tu 286/98) alla magistratura, che poi è sempre pronta a sequestrare le navi delle ong e a incriminare gli operatori umanitari. Sarebbe tempo che qualcuno lo ricordi. I processi alle ong, ancora in corso, sono evidentemente serviti come effetto annuncio.

Alcuni processi sono derivati da rapporti di agenti “sotto copertura” infiltrati a bordo delle navi delle ong, e Salvini già prima di diventare ministro, aveva sfruttato queste vicende a scopo di propaganda. L’impatto mediatico è stato devastante. Anche quando arrivano i provvedimenti di dissequestro l’opinione pubblica rimane saldamente orientata a sostenere le politiche di sbarramento dei porti. Rimane assodato il differenziale di umanità che distingue i naufraghi in mare da qualunque cittadino europeo che si trovi in difficoltà in acque internazionali. È rimasto inascoltato anche l’appello del papa.

La cosiddetta assoluzione del ministro Salvini sulcaso Diciotti, sulla base della salvaguardia assoluta della difesa dei confini e dei poteri discrezionali del ministero dell’interno, ha dato il colpo definitivo alle speranze di applicare le convenzioni di diritto internazionale e alla valenza effettiva dell’articolo 10 della Costituzione italiana.

Adesso che il danno è stato fatto, e che l’opinione pubblica ha assunto il dogma della legalità del comportamento del ministro dell’interno nella “chisura dei porti” a mezzo facebook, e al contrario della “illegalita” dei comportamenti di chi salva vite in mare, in acque internazionali, ci vorrà un lavoro molto lungo per riaffermare i principi di diritto internazionale e gli obblighi di soccorso (inclusa la indicazione di un porto sicuro di sbarco) e di coordinamento (anche tra stati confinanti come zone Sar) che ne derivano a carico degli stati. Le Ong sono state costrette a intervenire soltanto perché gli Stati hanno progressivamente ridotto le loro attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale.

Sarà fondamentale innanzitutto che l’Imo rimuova l’equivoco di una zona Sar libica riconosciuta alle autorità di Tripoli. La tutela della vita umana in mare nelle acque internazionali, dunque al di fuori delle acque libiche, va affidata a missioni internazionali, come si verificò con Mare Nostrum nel 2014 e con Frontex Triton a partire dal mese di aprile del 2015 (anche se per un periodo troppo breve). L’Unione europea deve trovare soluzioni immediate che impediscano ai singoli stati trattative estenuanti a ogni evento di soccorso sulla rotta libica, trattative giocate sulla criminalizzazione della solidarietà ed in definitiva sulla pelle delle persone migranti. Occorre poi che i Tribunali, nei quali sono state già archiviate alcune indagini contro le Ong, concludano al più presto i procedimenti penali in corso con una chiara attribuzione di responsabilità, se ne ricorrono i presupposti, o altrimenti con misure di archiviazione. A Malta è in corso un procedimento penale contro una Ong, la Lifeline, e il suo comandante, ”colpevoli”di avere condotto a La Valletta naufraghi che altrimenti sarebbero morti in mare. Un altro processo che segna il distacco dai principi dello stato di diritto e dal diritto internazionale, quando lo strumento penale è piegato a finalità politiche. Anche a Malta la durata dei processi è troppo lunga e i fatti contestati appaiono frutto di una opzione politica del governo piuttosto che corrispondere ad una ipotesi di reato ben precisa.

Per quelli che rimangono intrappolati in mare però i tempi sono molto più brevi. Occorre che i cittadini e i comuni solidali aumentino il loro impegno nel garantire comunque un porto sicuro di sbarco, promuovendo tutte le iniziative possibili, a terra, ma anche in mare, per andare incontro alle richieste di aiuto che vengono dalle persone intrappolate a bordo delle navi delle Ong, tenute lontane dai porti italiani più con le minacce di sanzioni penali che non dalle regole del diritto internazionale. Occorre fare presto, prima che atti di autolesionismo comportino la perdita di altre vite o il ferimento di corpi già martoriati durante il transito in Libia. Nessuno pensi di separare i padri dai figli o di negare un porto di sbarco sicuro solo per un calcolo elettorale.

Comunque vada, ci sarà tempo poi per denunciare i comportamenti del governo italiano davanti ai giudici internazionali, alle Nazioni Unite e all’Unione Europea. Una diffida al governo è già partita. Così come ci sarà anche il tempo per una maggiore presenza della società civile solidale nei processi ancora aperti contro le Ong o in quelli che, siamo certi, si apriranno ancora nei prossimi mesi. Perché il diritto penale non diventi uno strumento di lotta o di propaganda politica, e perché, chiarendo il ruolo delle autorità italiane, possa tornare quella certezza del diritto nella identificazione dei luoghi di sbarco, che possa evitare altri trattamenti disumani e degradanti come quelli inflitti, ancora in questi giorni, ai quarantanove naufraghi della Sea Watch e della Sea Eye.

Articolo pubblicato anche su www.a-dif.org, con il titolo completo Chi impone la “chiusura dei porti” e permette la violazione del diritto internazionale?

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