COMUNICARE LE IDEE E LA BONTÀ DELLE INTENZIONI

Pirzio – Elio Fiore (Firenze 1920 – Firenze 2001) “Natura morta” – olio su tavola, cm. 50 x 70

di Cettina Lupoi

La comunicazione intesa come capacità di proiettarsi in una dimensione sociale ed umana, attraverso l’uso del linguaggio o di altri strumenti idonei, che consente ascolto attivo e reciproco oltre che crescita personale ed apertura verso l’interlocutore di turno, è nel nostro tempo divenuta un “bene primario ed essenziale”.

I concetti alla base di tale intenzione comunicativa ne delineano non solo la peculiarità, ma ne fanno anche intravedere la difficoltà nella ricezione e nella loro ampia pratica.

Tra le tante cause individuiamo:

1) relativismo culturale indotto da schemi mentali precostituiti

2) varie forme di pressioni emotive a cui ognuno è sottoposto

3) vuoto ideale.

Tutto ciò proietta ad una ricezione non corretta dei messaggi con conseguente paradossale incomunicabilità. Quella di comunicare è stata sempre un’esigenza umana primordiale, si comunicò servendosi di qualsiasi mezzo a disposizione, spesso indelebile. L’uomo delle caverne ad esempio comunicò attraverso forme rudimentali, lasciando segni carichi di forte fantasia creativa ed immaginativa (vedi i graffiti), e non riuscì a prescindere da tale bisogno che lo contraddistingueva “Homo sapiens”, ponendolo un gradino su rispetto a tutti gli altri esseri viventi che pur comunicano tra loro, ma con modalità e bisogni assai diversi.

Nel corso dei millenni il bisogno di comunicare fu sempre una “costante”. Si comunicò spinti da necessità pratico-operative, da motivazioni artistiche, scientifiche o psicologiche ed emotive. Per particolari ragioni storico-politiche la comunicazione divenne a volte settoriale e mirata o addirittura distorta, ma non rinunciò mai alla sua vera vocazione. Insieme a quella “deviata” ne sopravviveva l’altra “velata” o semplicemente accennata, ma perennemente attiva in ogni ambito della vita socio-culturale.

Questo bisogno da sempre insopprimibile si ritrova, oggi più che mai, “invalidato” nel centrarne l’obiettivo, soprattutto quando si esplica in una dimensione pedagogico-sociale. Nessuno nega la difficoltà di tale funzione comunicativa determinata, oltre che dai motivi già evidenziati, da altri dati di ordine oggettivo e soggettivo: tempi, spazi, disponibilità all’ascolto, emittenti capaci, anche sotto il profilo metodologico, ed orientati al messaggio assai complesso ed intricato poiché ne implica, tra l’altro, lo smantellamento graduale di verità individuali basate spesso su pregiudizi (vecchi e nuovi), convenzioni sociali, luoghi comuni ed altro.

Tutto ciò finisce per condizionare obiettivamente la spinta comunicativa e formativa del messaggio stesso, che ne fallisce il bersaglio. Platone, secoli fa, sosteneva che la verità che cade sotto i nostri occhi non è quella autentica ma solo una lontana parvenza di essa, “l’altra” (del mondo intelligibile) è nascosta e soltanto pochi saggi (i filosofi) sono in grado di poterla percepire, per cui condividerne tale percezione diviene pura utopia.

Oggi più semplicemente si tratterebbe di un tentativo di induzione a riferire, attraverso una sana comunicazione, quelle velate (ai molti) ed immanenti verità (buon senso, equilibrio, regole ecc…) che soltanto coloro che conservano quel tanto di saggezza possono percepire (ed intendere) nel mondo che li circonda. Succede poi che i saggi (intellettuali, Istituzioni…) spesso si neghino alle “celate verità”, ripiegando su se stessi e disattendendo alla loro funzione pedagogico-istituzionale, per cui comunicarle ne diviene quasi utopia. Tale realtà antica e drammaticamente attuale, spinge ad un turbamento profondo e ne tenta l’induzione allo scetticismo o ad un vero e proprio nichilismo.

Questo rischio ci minaccia oggi più che mai. I pochi ne avvertono il pericolo, i molti non lo intravedono nemmeno o comunque preferiscono crogiolarsi nelle loro illusioni o disillusioni. Tuttavia ognuno, almeno potenzialmente, vorrebbe ben comunicare. Ed allora perché non si riesce a farlo? Perché si continua a sostare in una perenne “Torre di Babele” da cui vorremmo liberarci? È colpa della tecnologia o del tempo che ci manca? È forse un problema davvero irrisolvibile? O magari c’è qualcosa che ci sfugge e di cui preferiamo rimanere all’ oscuro?…

In molti ambiti della vita sociale e culturale non esiste più comunicazione o perlomeno essa risulta svuotata da ogni connotazione emotiva o tensione conoscitiva. Si comunica per scambiarsi informazioni, impartire ordini, attrarre clientela o altro. I genitori, in buona parte, avendo da tempo rinunciato al proprio ruolo, hanno finito per non comunicare più con i figli, a scuola gli insegnanti comunicano male o tra mille difficoltà con i loro alunni ed anche tra di loro. Si urla o peggio ancora si sta zitti, non si ascolta e ci si aspetta, o addirittura si pretende, che sia l’altro ad entrare nel “tuo mondo”, o semplicemente non ci si aspetta nulla. Monadi confinate nell’orgoglio (o nella paura?) e nel vuoto di idee e di speranza, ci si immerge nel proprio isolamento in cui ci si perde ed in cui, vittime di assenza comunicativa, ci si condanna a mostruose forme di disumanizzazione o all’infelicità.

Eppure dovremo pur uscire da questo guado senza fine e, per quanto invalicabile possa esserne il confine, dovremo ugualmente tentarne il varco con tutte le forze di un siamo capaci, prendendo le distanze dall‘insidioso amico della disillusione e dall’ignavia dilagante. Il sommo poeta, sette secoli fa, inducendoci ad una riflessione attenta del suo messaggio “Questo misero modo tegnon l’anime triste di coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”, ce ne indicava finanche la strada. E la strada alla fine la dovremo pur trovare se è vero che esistono ancora migliaia di uomini e donne capaci di alzare uno sguardo vigile sul mondo, di intendere e ben comunicare le nascoste ed immanenti verità.

Aggreghiamoci, interloquiamo con loro servendoci di ogni luogo o strumento utile, anche il più banale che importa? Abbattiamo i muri, comunichiamo liberamente le nostre idee e la bontà delle intenzioni. Incontriamoci, magari solo idealmente, ma non rinunciamo al tentativo di smuovere le montagne di macerie che ci sovrastano e ci sgretolano, facendo leva su ciò che di bello e buono ancora ci rimane. Non rinneghiamo la nostra vocazione pedagogica, lo dobbiamo a noi stessi ed i nostri figli ce lo chiedono a gran voce.

Social

Articoli recenti

Un commento a "COMUNICARE LE IDEE E LA BONTÀ DELLE INTENZIONI"

  1. liliana ha detto:

    L’autrice dell’articolo,mediante le sue argomentazioni, dà un apprezzabile esempio di comunicazione.Invece oggi spesso si parla molto,ma purtroppo ci si parla addosso,cioè si parla senza preoccuparsi di farsi capire dagli altri.O al contrario ci si chiude in un silenzio “altezzoso”, limitandosi a poche battute per evidenziare la propria presunta superiorità rispetto agli altri. Questo lo vediamo molte volte nei “confronti” televisivi.Quando non finiscono addirittura con insulti!!! E, per fini elettorali, la stessa mancanza di dialogo esiste purtroppo anche nell’attività politica e amministrativa anche quando si tratta di temi su cui tutti i partiti dovrebbero essere d’accordo nell’interesse dei cittadini.Sono rarissimi i casi in cui questo non avviene! Invece il dialogo,lo scambio di opinioni, dovrebbe essere sempre alla base dei rapporti umani. Senza la circolazione di idee, senza una comunicazione libera, non manipolata né manipolatrice,non vi è progresso, anzi aumenteranno ignoranza,pregiudizi,ingiustizie e discriminazioni

Commenta

Invia commento