La piazzetta di Riace

di Chiara Sasso

Rimetto mano al testo del “discorso” tenuto a braccio dopo la consegna della cittadinanza onoraria a Riace venerdì 31 agosto. Il sindaco Domenico Lucano aveva voluto che il consiglio comunale si svolgesse nella Piazzetta donna Rosa perché – diceva – “fa meno caldo che in municipio”. In realtà quello spazio, quella piazzetta è stata un luogo dell’anima dove per tutta l’estate si sono alternate persone, amici che hanno voluto portare la solidarietà non solo al sindaco ma a tutti gli operatori impegnati nei progetti di accoglienza e ovviamente anche agli ospiti, i migranti.

Quando il sindaco mi ha telefonato per darmi la notizia lo ha fatto con la solita irruenza: “Il 31 agosto voglio fare una cosa importante”. Ero appena rientrata dal Riaceinfestival e ancora stanca l’ho ascoltato pensando al nuovo lavoro che mi sarebbe capitato sulla testa. “Vogliamo dare la cittadinanza ad Alex Zanotelli, a Gino Strada e… (pausa) a te”. Non me lo aspettavo, ho sentito come uno spostamento d’aria, una emozione forte che ho cercato di stemperare con una battuta. Fra Zanotelli e Gino Strada come faccio a mettere insieme le parole giuste? Poi pensavo, poteva andarmi peggio. Conoscendo l’intraprendenza del sindaco ho rischiato di trovarmi vicino uno vestito di bianco.

Quasi quindici anni di trasferte dal nord al sud non sono una bazzecola. Per giorni ho tenuto fra me e me questa notizia condividendola sola con poche persone. Tutte le volte che ci pensavo mi provocava un’emozione che faticavo a gestire e per questo la rimandavo indietro, cercavo di non pensarci.

Poi è arrivato quel venerdì 31 agosto ed è arrivato il microfono di fronte ad un muro umano di persone che ascoltavano. Ho iniziato a parlare cercando di guardare oltre, ai tetti del borgo, al vicolo che scende a Palazzo Pinnarò, intanto la temperatura era calata, il sole non mordeva più, ci trovavamo in quell’ora bellissima del tramonto.

Ho ripensato e ricordato le interminabili telefonate avute con il sindaco, a tutte le ore del giorno e notte. Per come poi sono andate le cose, la consapevolezza di aver riempito un bel po’ di registrazioni, pensando al maresciallo… un’attenzione ai congiuntivi giusti. Nota per gli inquirenti: “parlava sempre il sindaco”, difficile inserirsi nel fiume in piena.

Durante l’intervento di venerdì, per superare l’emozione, mi sono aggrappata ai tanti amici che sentivo vicini e con i quali volevo assolutamente condividere questo riconoscimento. Primo fra tutti, ho citato Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Asgi, triestino, la persona che ha spinto fortemente Domenico ad iniziare un progetto quando ancora non esisteva lo Sprar e quando non era ancora sindaco. Riace è stato fra i primissimi Comuni che hanno dato via ad una accoglienza, per una parte fatta in modo volontaristico e per un’altra con quello che si chiamava Piano Nazionale di Accoglienza. Gianfranco fin da allora (e siamo ai primi anni Duemila) gli è stato vicino sia per rincuorarlo e sia per sgridarlo. Anche questa estate ha trascorso le sue vacanze chiuso nell’ufficio di Città Futura insieme ad un altro amico di Riace, Lorenzo Trucco, avvocato e presidente Asgi, per vedere tutte le carte e scrivere le controdeduzioni al ministero. Diciotto pagine che hanno portato (si spera) ad uno sblocco dei fondi. Ancora non è dato sapere. Ma a questo proposito voglio condividere questo attestato con Cosimina Ierinò che puntuale porta avanti un grande lavoro sulla rendicontazione e che proprio per il suo lavoro ha ricevuto i complimenti da Schiavone e Trucco.

Credo sia importante condividerlo anche con Lem Lem, Abeba e Bahram, in rappresentanza di tutte le persone richiedenti asilo che sono arrivate qui e che in seguito si sono fermate trovando una casa, delle relazioni, un lavoro come operatori.

Tuttavia, in modo molto leggero, sottovoce, voglio usare questo momento per chiedere scusa a loro e ad alcune donne che non sempre hanno ricevuto l’accoglienza degna. Sappiamo come i piccoli paesi possano essere capaci di grande accoglienza e solidarietà ma a volte anche di produrre atteggiamenti meschini. Lettere anonime, denunce poi ritirate, parole date al vento. Voglio chiedere scusa a nome personale con la speranza che altri si associno e per dimostrare che sono cose che succedono ovunque cito il titolo di un film girato in Piemonte: “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti che presenta proprio le dinamiche di una piccola comunità. Questo in onore al nostro Riaceinfestival e alla settimana di cinema di Venezia e anche per ricordare quando il cinema e la letteratura possano incidere sui nostri comportamenti fino a farci riflettere per cambiarli.

Questo importante riconoscimento della cittadinanza onoraria l’ho voluto condividere anche con tutte le ragazze e i ragazzi che lavorano nelle botteghe: quella del vetro, del ricamo, della ceramica, della tessitura, della cioccolata, degli aquiloni, della tessitura, le persone che danno vita a questo presepio e che in questi giorni sono in sciopero perché da troppi mesi non ricevono lo stipendio e tutto il progetto è bloccato.

Insieme a loro ho ritenuto importante condividerlo anche con le altre botteghe, quelle commerciali. Da Memma degli alimentari, a Gervasi, al barbiere e su su fino al bar di Alessio. Sottolineando come questi piccoli negozi spesso facciano dei miracoli per tenere la porta aperta. Veri presidi di comunità che favoriscono le relazioni di paese che garantiscono un servizio soprattutto per gli anziani. Una vita a misura d’uomo, non sarebbe così se al loro posto ci fosse un supermercato.

Concluse le dediche, in seguito mi sono accorta che ne ho dimenticata un’altra importante che stava al pari con Gianfranco Schiavone ed era una condivisione affettuosa con Tonino Perna, la persona che ha accolto quel gruppo di ragazzi (allora ragazzi) che in “una notte buia e tempestosa” cosi viene raccontato, sono andati a Badolato per capire come si poteva organizzare un’accoglienza prendendo spunto da quello nato dopo lo sbarco della nave Ararat 1997. Nel gruppo di ragazzi c’era anche un giovane Tonino Petrolo che da allora ha sempre seguito il sindaco in tutte le sue acrobazie…

Ho conosciuto Riace nel 2004, il ricordo ce l’ho preciso perché si lega ad un fatto particolare, la presentazione del libro Le mucche non mangiano cemento con Luca Mercalli dove eravamo stati invitati in una piccola borgata, il Cels sopra Exilles, a pochi chilometri dalla Francia. Una serata dove grossi fiocchi di neve avrebbero messo in difficoltà il ritorno. In quell’occasione un’amica che non vedo da tempo, mi parla di Riace. Aveva letto sul retro di copertina del libro il mio impegno con la Rete dei Comuni Solidali. “Devi” mi dice “assolutamente incontrare il nuovo sindaco”. Marina era, è, una tessitrice di Collegno dove esiste una scuola di tessitori i quali si erano collegati proprio con Riace quando il borgo stava cercando di risollevarsi ed il “gruppo di ragazzi” che in seguito hanno dato vita all’associazione Città Futura, proponevano tradizioni e cultura come la raccolta e la tessitura delle ginestra.

Qualche giorno dopo chiamo l’associazione e succede quello che poi non succederà più: rispondono al telefono.

Con Domenico fin da subito abbiamo capito che parlavamo la stessa lingua, c’è stata condivisione, complicità, militanza. Abbiamo iniziato a lavorare insieme per quello che lui chiedeva e cioè l’uscita dall’isolamento. Come Recosol abbiamo organizzato moltissimi eventi, convegni, molti amministratori sono stati a Riace. Una valanga inarrestabile di iniziative. Il sindaco le definiva “la mia assicurazione”.

Di quel primo periodo tuttavia ricordo anche molto la solitudine, il silenzio. La solitudine di quando gli eventi si concludevano e tutti tornavano a casa, nelle regioni più lontane. Ricordo i mille problemi che c’erano e anche la sensazione personale di inadeguatezza nel cercare di contrastare in qualche modo le avversità.

In seguito, soprattutto negli ultimi anni, una rete trasversale fatta di amici storici, di cittadini, di associazioni di amministratori hanno costituito una vera massa critica.

Dai quattordici anni di attività e presenza a Riace ho estrapolato tre ricordi che ho voluto condividere durante la consegna della cittadinanza onoraria.

Il primo ricordo si riferisce ai primi tempi, una sera il sindaco mi aveva accompagnato a vedere alcune strade che erano prive di segnaletica, un suo progetto prevedeva dare dei nomi che ricordavano persone uccise dalla mafia o ‘ndrangheta in modo che i cittadini riacesi avessero sulla carta d’identità o sul passaporto impresso alcuni nomi legati alla storia locale: Placido Rizzotto, Giuseppe Valarioti, ma anche Carlo Alberto Dalla Chiesa o Peppino Impastato, quest’ultimo aveva voluto tenerlo per sé, per la piazza del Comune.

Importante un pensiero a Mario Congiusta, un amico che ho conosciuto fin dai primi anni e che trovavo strano non vedere apparire da un momento all’altro fra le persone presenti.

Il secondo ricordo si riferisce al 2005, anno durante il quale la valle di Susa dove vivo è diventata importante per la lotta contro l’opera Tav. Fra novembre e dicembre viene occupato a Venaus un cantiere per evitare dei sondaggi. Un’occupazione che impegna tantissimi cittadini che trasformano un pezzo di territorio in una comunità con tende, fuochi, cucina attrezzata, il tutto chiuso quasi come un fortino per “resistere” a quello che poi sarebbe successo: un pesante sgombero. Chi arrivava in quel luogo era invitato a portare generi di conforto: acqua, legna, pasta, cibo. Il sindaco di Riace aveva voluto portare un grande sacco di pane che aveva consegnato al sindaco di Venaus all’entrata del presidio sotto una grande nevicata.

Anche questa estate, proprio nella piazzetta donna Rosa è stato costituito un importante presidio di resistenza, trasformando questo luogo in una zona liberata di denuncia e disobbidienza. Anche in questo caso ci si è sentiti accerchiati da una burocrazia sorda. Anche in questo caso c’è stato bisogno di un aiuto esterno che è puntualmente arrivato con la presenza di tante persone che hanno partecipato allo sciopero della fame, alle iniziative di denuncia. L’aiuto esterno è arrivato anche con la raccolta fondi.

Il terzo ricordo risale al 2008. Domenico Lucano si stava avviando agli ultimi mesi di mandato amministrativo e voleva presentare i progetti di accoglienza ai comuni vicini che non avevano ancora accolto questa possibilità. Insieme siamo andati in diversi Comuni dove Domenico aveva spiegato fin dai dettagli i problemi e le opportunità, scrivendo su un foglietto l’elenco dettagliato delle spese. In particolare ricordo l’incontro con il sindaco di Caulonia Ilario Ammendolia. “Ti porto su una cattiva strada” aveva avvertito Domenico, e difatti si era capito dalla immediata reazione dei cittadini che non sarebbe stato facile… Ammendolia senza voce per interminabili assemblee organizzate, Ammendolia sfiduciato, stanco ma deciso ad andare avanti. Finalmente arriva il giorno che il pullman con le ragazze nigeriane posteggia davanti al Comune. Scendono giovani donne con un sacchetto di plastica in mano, un asciugamano e (non si capisce perché) un numero sul petto che riporta ad altri brutti ricordi. Ad aspettarle, davanti al Comune, il sindaco con la fascia. Ma non era stato quello a colpirmi, così come non era stato il fiore regalato ad ognuna di loro o il buffet organizzato o l’improvvisata traduzione coinvolgendo alcune insegnanti di inglese della scuola media. Il sindaco aveva detto che “una per volta” potevano accedere nel suo ufficio e fare una telefonata per avvertire la famiglia che fino li erano arrivate e stavano bene. Un riconoscimento dunque che esistono delle famiglie, dei rapporti personali, un tema che facciamo fatica a riconoscere.

Quel giorno Domenico Lucano era lì, un po’ in disparte a seguire il tutto, regista di una importante operazione. Ed è questo segno identificativo che voglio evidenziare. Pochi forse sanno che nei primi anni di rinascita del paese il futuro sindaco aveva scritto insieme ad un suo amico un testo teatrale e poi convinto i riacesi ad interpretare alcuni quadri di vita agreste.

Sì, Domenico Lucano ha sempre guardato al tema dei richiedenti asilo ma al contempo ha avuto una grande attenzione alla qualità della vita dei riacesi lavorando per riqualificare il borgo con una grande attenzione alla bellezza, alla qualità della vita ed ora dopo tre mandati amministrativi, lascia un paese che è un piccolo gioiello anche dal punto di vista paesaggistico ed estetico. Per questo a lui dedico un importante libro di Salvatore Settis, anche lui calabrese, nato a Rosarno. Paesaggio Costituzione Cemento perché il luogo in cui viviamo è strettamente collegato al benessere sociale.

Chiudo riportando una frase che ha accompagnato uno dei tanti versamenti fatti per la raccolta fondi: Scrive rifacendosi alla polemica dello zero lanciata da Salvini al sindaco: “Guarda lo Zero e vedrai nulla, guarda attraverso lo zero e vedrai l’infinito”.

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