Simone Caliò: interprete di Capo Peloro

 

di Dominga Carrubba

«Nuvolaglie fumose, come rotolassero giù dalle cime dell’Aspromonte e dell’Antinnamare, avevano sommerso e livellato, in un solo nero miscuglio, il varco aperto fra le due sponde. Qualcosa in Sicilia, che per la coloritura violacea riflessa dall’acqua, sembrava una grande troffa di buganvillea pendente sulla linea dei due mari, brillò per un attimo dal mezzo della nuvolaglia, poi il brillio cessò e lo seguì un risplendere breve breve e bianco di pietra, e allora, nel momento in cui spariva nella fumèa, riconobbe lo sperone corallino che dalla loro marina s’appruava, quasi al mezzo, come per spartirli, fra Tirreno e Jonio.»

Forse che queste parole potrebbero descrivere un qualsiasi varco aperto fra le due sponde?

Di certo è Capo Peloro – e abitualmente “Faro”, che alla punta estrema nord dello Stretto di Messina guarda incontrarsi il Tirreno e Jonio, che rimane la dimora leggendaria di Scilla e Cariddi, e diventa il custode, fuori dal tempo, dei colori prestati dalla natura, quasi formando talora «una grande troffa di buganvillea pendente sulla linea dei due mari», come raccontava Stefano D’Arrigo in Horcynus Orca.

E come riferisce anche l’arte narrata dalle tele di Simone Caliò, che reinterpreta l’unicità dei luoghi incastonati fra i due Piloni dello Stretto, componendo la brillantezza dei colori catturati fin dove il mare si unisce al cielo, riproponendo un mare al quadrato, che sconfina gli spazi di una cornice e sfida il tempo ogni qualvolta una tela rievocherà scenari senza eguali, tracciando un percorso emotivo itinerante fra il passato e il presente, fra la tradizione – rappresentata anche dal gusto di una granita – e l’innovazione – quasi fosse talora intimorita dalla vigile maestosità del Pilone.

La mostra itinerante “Simone Caliò al Faro”, inaugurata lo scorso 22 giugno a Torre Faro, è un percorso evocativo, che consente l’arrivo in luoghi concilianti, laddove la contemplazione muove l’immaginazione oltre Santa Trada, oppure il ritorno in luoghi dimenticati, tanto che ciascuno dei visitatori si ritrova primo attore all’interno di una cornice naturale, che muove gli scenari tracciati su tavolozza.

Insieme a Simone Caliò scopriamo il carattere suggestivo della sua mostra, nata da un’idea di Nello Cutugno e Francesca Crescenti, con la direzione artistica di Sergio Maggio, curata da Gabriella Papa e con Barbara Buceti come graphic designer.

«L’idea della mostra itinerante è un’ottima attrattiva per i luoghi irripetibili di Capo Peloro? Ma cosa ha determinato questa scelta?»

«L’idea è nata dopo l’invito del Presidente della Proloco Capo Peloro, Nello Cutugno, di esporre nei nuovissimi locali di Casa Peloro. Durante un caffè al Nebe Coffeebook, in una mattinata di programmazione della mostra, chiacchierando con Francesca Crescenti, che gestisce con i fratelli il caffè letterario Nebe a Torre Faro, abbiamo pensato di ampliare il progetto esponendo anche nei suoi locali, ed insieme ad i curatori Sergio Maggio e Gabriella Papa, si è deciso di coinvolgere anche, come ulteriore spazio espositivo, la boutique La Punta Torre Faro. Da qui l’idea di rendere il visitatore parte integrante del progetto, accompagnandolo in questa sorta di passeggiata artistica che, snodandosi in tre tappe, permette a molti anche di visitare meglio  o conoscere un luogo incantevole e meraviglioso della nostra Sicilia.»

«Di certo l’idea della mostra itinerante è un’occasione per conoscere e rivalutare luoghi unici, ma non si può trascurare quanto le sue tele prediligano la ‘messinesità’. Si tratta di una scelta artistica o piuttosto di un artista che voglia valorizzare la propria città?

«Di certo amo Messina, amo i colori del suo cielo, il mare, il sole, la luce che emana, non a caso un nostro antenato un po’ più  famoso di me, come Antonello da Messina, è nato qui. La Sicilia, e quindi anche Messina, ha una luce particolare che sicuramente ha influenzato la mia pittura, il mio essere, e la mia tavolozza. Molti dei miei lavori sono pensati proprio nei miei luoghi in cui sono cresciuto: le Cinquecento e le Vespe, che fanno parte del mio ciclo pittorico ad esse dedicato, le vedo proprio parcheggiate a Capo Peloro prima di dipingerle, se penso alle granite di alcune mie opere  penso alle Isole Eolie, quelle isole che sono presenti anche nelle opere della personale: “Una mattina … io”. L’ultima serie “Contemplazione” è ispirata proprio al borgo marinaro messinese di Contemplazione. Il mare è quasi sempre protagonista nelle mie opere, il mio mare, quello che vivo e viviamo noi messinesi, anche quando lo interpreto in chiave informale. Sono felice di portare il meglio della nostra ‘messinesità’ sia qui e soprattutto altrove, sono orgogliosamente messinese, nonostante i tanti difetti che abbiamo.

«È spesso presente nei suoi acquerelli l’immagine del ‘cuore’. Cosa rappresenta?»

«Il ‘cuore’ nelle mie opere può avere vari significati, da quelli più semplici o sentimentali, ad altri più profondi o personali. I funamboli che trasportano nelle fune spesso cuori più grandi di loro, ma sempre con leggerezza e giocosità. Il cuore presente in alcune delle opere sui migranti che sono un simbolo di pace e accoglienza e sembrano dire “il mio cuore è uguale al tuo”. A volte il cuore stilizzato è semplicemente un elemento che nella sua forma crea spazialità, armonia, colore, un segno distintivo passionale e positivo come nell’olio esposto a Casa Peloro, in mostra con la tazzina di caffè

«È casuale la scelta delle tele rispetto alle tre tappe della mostra? Oppure esiste un percorso pensato oltre che fisico?»

«Non è casuale ma voluto, infatti nell’ambiente greco – siculo di Casa Peloro abbiamo scelto di inserire l’ultimo mio ciclo ‘Contemplazione’, ispirato ad altra zona molto caratteristica della nostra città, dove vivo ed ho il mio atelier di pittura, ed il tema rappresentato è molto mediterraneo e si integra perfettamente con l’ambiente che mi ospita. Al Nebe Coffeebook si è scelto il ciclo di  ‘mare al quadrato’ più essenziale e minimal come l’ambiente elegante del locale, mentre il tema giocoso dei funambolieri e degli acquerelli si sposano bene con il clima colorato della boutique La Punta Torre Faro

«Pensi che un progetto artistico possa contribuire a mettere in risalto le potenzialità artistico – ambientali della sua città?»

«Sì. Credo da sempre che la nostra città abbia delle grandissime potenzialità di luoghi e di patrimoni ambientali, ma non sfruttate, e l’arte deve essere il fulcro, il collante per farle emergere, più volte in progetti ambiziosi ho cercato di rivalutare dei luoghi poco conosciuti della nostra città. Ad esempio nel 2006 ho promosso l’apertura della Chiesa di San Tommaso.Un antico spazio splendido, che molti messinesi ancora oggi non conoscono.»

«La ‘Cinquecento’ di colore rosso, ‘mare al quadrato’, i ‘funambolieri’ e la ‘granita con brioche’: quale il legame?

«Il legame è oltre il colore. I miei colori, che si esprimono uguali nelle loro diverse forme o tecniche, rappresentano quella percezione espressionistica di atmosfere, sensazioni che cerco di esprimere, e che forse si evince da ogni opera. Quell’estate perenne che vive dentro di me quando mi esprimo sulla tela e che sia poi un’atmosfera malinconica, serena, giocosa, positiva … sta a voi interrogarvi e deciderlo.»

La mostra itinerante ‘Simone Caliò al Faro’ rimarrà aperta fino alla prossima domenica 15 luglio.

Di certo un’occasione per scoprire se l’atmosfera raffigurata da Caliò suggerisca malinconia o giocosità, o entrambi i sentimenti, come evocato dai funambolieri equilibristi sulla palla – che  trattiene l’infanzia, – protesi verso la scala dell’ignoto, tenendo un ‘cuore’ – quello dell’accoglienza che parla il linguaggio dell’uguaglianza – fra il sole e la luna che di certo possono segnare il tempo, ma non gli spazi, anche interiori, che l’anima percorre nel tempo ticchettato.

 

 

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