Ancora sulla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

di Francesco Saija

Facendo seguito all’articolo del 14 luglio, vorrei proporre qualche riflessione su alcuni film visti a Pesaro durante la Mostra che si è svolta dal 17 al 24 giugno.

Al concorso lungometraggi per il premio “Lino Miccichè”, hanno partecipato 8 film, fra i quali il film italo-cinese “The first Shot” ( 2°17 ) che è stato il vincitore del concorso.

A Pesaro, la giuria ufficiale ( quest’anno composta dal regista portoghese Joao Botelho, dal regista e sceneggiatore nonché direttore della fotografia Mario Brenta e dall’attrice Valentina Carnelutti ) è affiancata dalla Giuria studenti delle università e delle scuole di cinema italiane.

Il film italo-cinese, dei registi Yan Cheng e Federico Francioni, prodotto dal Centro sperimentale di cinematografia di Roma, è certamente un film “Nuovo” e di grande attualità.

Un film in cui tre esseri umani, fra loro diversi, vanno alla ricerca della propria identitĂ , in una realtĂ  che quotidianamente va trasformandosi e in cui la stessa memoria diventa qualcosa di vago e nebuloso.

Le tre esistenze sono venute al mondo dopo il 1989 e hanno alle spalle una storia ricolma di contraddizioni, di grandi trasformazioni ma anche di grandi sofferenze.

Il film è uno sguardo giovanile sulla lunga storia cinese dalla caduta dell’impero fino all’età moderna con la rivoluzione comunista ( compresa la rivoluzione culturale ) e l’attuale sistema di fatto capitalista anche se ammantato di rosso.

Uno sguardo dall’esterno da parte del regista italiano ventinovenne Francioni e dall’interno da parte del ventiseienne Yan Cheng che vive nella Repubblica popolare cinese e lavora come freelance nel documentario.

Molto significativa la frase pronunciata da una protagonista del film che afferma: “ Il mio futuro non ha passato”.

Nella demolizione di città e villaggi e nella ricostruzione con edifici e architetture anonime, la gioventù cinese di oggi vive una perdita di identità e di memoria. Non è un caso se, alla fine del film, appare un ritratto del “Grande timoniere” Mao Tse-Tung ( oggi Mao Zedong ), e non si comprende cosa possa dire oggi il grande rivoluzionario ai giovani del ventunesimo secolo.

Il problema della identità giovanile è oggi un problema universale. Ma, come possono oggi ricostruire la propria identità i giovani cinesi?

E’ certamente un problema grosso, perché forse in Cina non vi è né capitalismo né comunismo. O meglio, forse vi è il peggio del capitalismo e il peggio del comunismo.

Nel finale del film appare una grande estensione post-moderna di grattacieli come in un video gioco.

Rimane nello spettatore una visione inquietante per un futuro non precisato e forse non prevedibile. Un film che fa riflettere e che ha ben meritato il premio.

Tra i film in concorso visti, mi piace ricordare “Anashim Sheem Lo Ani” ( People that are not me, 2016 ) della regista israeliana Hadas Ben Aroya ( cladde 1988 ), che è al suo primo lungometraggio. Un film, per alcuni aspetti simile a quello italo-cinese.

La storia della giovane Joy di Tel Aviv, una storia di alienazione urbana e di grande solitudine dei giovani israeliani.

Una storia di giovani è anche il bel film brasiliano/portoghese del giovane regista ( classe 1991 ) Leonardo Mouramateus, nato a Fortaleza. Il film “ Antonio one two three” ( 2017 ) è il primo suo lungometraggio, ma si tratta di un regista molto noto per i suoi cortometraggi e proprio a lui, la Cinémathèque Française, ha recentemente dedicato una retrospettiva.

Fra le proiezioni speciali del Festival vorrei ricordare il film d’apertura: “Gli intoccabili” ( 1987 ), il famoso film di Brian De Palma sull’arresto di Al Capone e che fece assegnare a Sean Connery, l’Oscar come migliore attore non protagonista.

Quest’anno, la Mostra ha voluto dedicare una piccola retrospettiva a un regista spagnolo quarantenne di grande talento. Si tratta di Pedro Aguilera, appartenente al cosiddetto “ altro cinema spagnolo” e che certamente si presenta come una grande promessa della cinematografia iberica.

Il giovane regista si è formato a Barcellona e a Madrid, laureandosi in Belle Arti alla Università Complutense della capitale spagnola, ma ha continuato la sua formazione alla Scuola di cinema “San Antonio de los Banos” di Cuba ed è stato aiuto regista dei messicani Carlos Reygadas e Amat Escalante. E’ stato presente nei prestigiosi Festival di Cannes, San Sebastian e Rotterdam.

A Pesaro sono stati presentati i film “La influencia” (2007), “Naufragio” (2011) e “Demonios tus ojos” ( 2017 ).

Tre film diversi, ma che evidenziano un regista con un suo ben preciso “stile cinematografico” e che, il direttore della Mostra Armocida, definisce un regista “Uno e trino; imprevedibile”.

“La influencia” è certamente un film sulla quotidianità e di valore universale: le sofferenze e il dolore di una madre e, dall’altro lato, la “vitalità dei bambini”.

Afferma il regista in catalogo: “Ho voluto raccogliere elementi negativi della vita di una persona guardandoli con compassione, amicizia e comprensione, senza giudicare né catalogare questa persona come una perdente solo per il fatto che sta soccombendo ai problemi della vita”.

Il più recente film “Naufragio”, del 2011, affronta in maniera diversa, rispetto alla vulgata dei mezzi di comunicazione, il problema delle migrazioni.

Afferma il regista: “La realtà di questi migranti è per gli spagnoli un cliché, visto che il loro ritratto si forma esclusivamente attraverso i mezzi di comunicazione. Questo film va contro il luogo comune che vorrebbe vedere gli immigrati tutti uguali, come persone piene di sogni ingenui che svaniscono al contatto con le fredda realtà europea”

Il naufrago Robinson, lavoratore precario nell’Almeria, porta con sé il proprio mondo e le “tante voci” ancestrali che popolano la sua mente.

Il regista, presente a Pesaro, ha affermato che il film è una specie di rituale e ha detto di essere molto interessato all’animismo e alla magia africana.

Mentre “La influencia” era un film più realistico, in “Naufragio” vi è molto surrealismo. Lo stesso protagonista può essere vivo o anche morto. E il film potrebbe anche essere una esplorazione alla ricerca di Dio.

Non è un caso che il naufrago si chiami Robinson, perché il regista ha detto di aver pensato al romanzo di Daniel Defoe, ad un libro da lui considerato vecchio ma anche fascista.

Ricordiamo che nel film “Le avventure di Robinson Crusoe” del 1952, del regista spagnolo surrealista Luis Bunuel, Robinson Crusoe fa di mestiere il mercante di schiavi e, come ci ricorda Alberto Farassino nella sua opera “Tutto il cinema di Luis Bunuel”, “ La prima cosa che Robinson dice a Venerdì è di chiamarlo Padrone, la massima solitudine è non aver nessuno a cui dare ordini”.

Ritengo che in Pedro Aguilera vi possa essere un lascito del grande Bunuel. Questo film potrebbe essere anche uno sguardo contemporaneo sugli orrori del colonialismo ( vecchio e nuovo ) che tanti politicanti dei nostri giorni fingono di ignorare o ignorano per ignoranza con le loro banalitĂ  e sciocchezze di ogni tipo sui migranti.

Aguilera ci ha detto di essere sempre rimasto affascinato dal personaggio di Venerdì.

E nel film vi è certamente la vendetta di Venerdì. Di questo film che può essere considerato surrealista, e che ha forse aspetti assurdi e oscuri, è del tutto impossibile farne una lettura di tipo realistico.

I ruoli si invertono e il nero Robinson ( che è vittima ) è il rappresentante del colonialismo europeo.

E certamente un riferimento al film di Bunuel è negli animali che vediamo nel film di Aguilera.

Nel film di Bunuel vi erano anche animali particolari e simbolici: da uno strano polipo sugli scogli a un serpente sulla cassa del grano a un orribile ragno che viene fuori da una brocca a strani insetti che stanno nella sabbia.

E nel film di Aguilera vediamo un allocco bianco, un serpente marino che si contorce sempre bianco, Robinson che mangia un insetto, una strana lumaca vischiosa e inquietante, un cane nero e un toro nero.

La visione di questo film farebbe certamente bene ad alcuni politicanti rampanti con le loro improvvisate uscite sui migranti e sulle Ong.

In “Demonios tus ojos”, Aguilera costruisce un’opera eccezionale sull’immagine e sullo “sguardo cinematografico”. Un regista che certamente si farà apprezzare nei prossimi anni.

Concludo segnalando uni dei momenti piĂą interessanti della Mostra di Pesaro: il Critofilm.

Già lo scorso anno vi è stata una prima edizione e quest’anno è stata proposta la seconda edizione a cura di Adriano Aprà.

Si tratta di una proposta rivolta soprattutto ai giovani critici: un preciso appello a fare critica attraverso il “cinema che pensa il cinema”, cioè il Critofilm.

Mi piace segnalare, fra i critofilm visti: “E il Casanova di Fellini?” ( 1975 ) di Gianfranco Angelucci, Liliana Betti ( e Federico Fellini ); “O cinema, Manoel De Oliveira e Eu” ( 2016 ) del portoghese Joao Botelho, che è un vero e proprio viaggio nel cinema di De Oliveira morto, in piena attività, nel 2014 alla veneranda età di quasi 107 anni; “Effetto Olmi” (1983) di Mario Brenta e “Catene” (1985) di Patrizia Pistagnesi, sul regista Raffaello Matarazzo ma che sugli attori Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson. Una interessante e ben condotta analisi sul cinema popolare italiano degli anni cinquanta che mi ha visto lacrimare ragazzino nelle sale cinematografiche della mia città.

Concludo le mie riflessioni rilanciando il messaggio di Adriano Aprà, il quale ha dichiarato di aver lanciato una pietra nello stagno: “la critica di domani sarà una video critica”.

In effetti i critofilm non arrivano dal mondo della critica e lo stesso AprĂ  ha affermato che i suoi migliori saggi sono quelli realizzati visivamente.

La nuova parola d’ordine per i critici, che arriva dalla Mostra di Pesaro, è che “bisogna insegnare il cinema attraverso il cinema”.

Un bel messaggio che viene da Pesaro, dove la Mostra del Nuovo Cinema è stata sempre in prima linea nell’aprire nuove piste e nuovi percorsi.

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