La 53° edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

di Francesco Saija

Anche quest’anno, dal 17 al 24 giugno, si è svolta la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, arrivata ormai alla 53° edizione.

Purtroppo quest’anno ho potuto seguire solo tre giorni del prestigioso Festival e mi limito soltanto ad alcune riflessioni sul Festival e sui film visti.

Storicamente, la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro deve essere considerata come il Festival cinematografico italiano particolarmente attento, sin dalle origini, al Nuovo Cinema, al cinema dei giovani e allo sviluppo dell’arte cinematografica.

Niente quindi glamour, niente tappeti rossi, niente divismo ( oggi privo di senso ), ma soprattutto attenzione e “sguardi” rigorosi su tutto ciò che si muove attorno alla settima arte.

In occasione del quarantesimo anniversario della morte di Roberto Rossellini, il direttore artistico del Festival, Pedro Armocida, ha voluto ricordare in catalogo, quanto sosteneva Rossellini in una lettera del 1966, indirizzata alla seconda edizione della Mostra.

Afferma Rossellini: “Questo Festival di Pesaro è sorto con il lodevole proposito, di studiare, sviluppare e potenziare un cinema nuovo. Per raggiungere questa meta bisogna giustamente valorizzare l’esperimento, la ricerca di stile e di linguaggio ma non ci si deve limitare a questo e si deve mirare a rinnovare anche i contenuti: non può soddisfare mutare la forma se i temi restano usuali, vecchi”.

L’iniziativa culturale pesarese ha fatto tesoro delle parole di Rossellini, il quale è stato sempre molto vicino alla Mostra.

Anche quest’anno, come lo scorso anno, tanto spazio è stato dato al cinema sperimentale, agli incontri di studio, al cosiddetto critofilm, al video-essay ma anche ad alcuni giovani autori del nuovo cinema.

Una impegnatissima riflessione su più di mezzo secolo di studi cinematografici e anche una attenta indagine sull’attore nel cinema italiano contemporaneo, attraverso la pubblicazione di un volume a cura di Pedro Armocida e Andrea Minuz, con la partecipazione di tanti studiosi di cinema.

Su questo argomento è stato dato particolare spazio alla proiezione di alcuni recenti film significativi come “Fortunata” ( 2017 ) di Sergio Castellitto, “Piuma” ( 2016 ) di Roan Johnson, “La prima luce” ( 2015 ) di Vincenzo Marra, “Tommaso” ( 2016 ) di Kim Rossi Suart e di un particolare film di Citto Maselli: “Ombre rose” ( 2009 ), girato in un centro sociale e che vede tra gli attori la bravissima Valentina Carnelutti, il grande attore teatrale e cinematografico Roberto Herlitzka e il messinese Ninni Bruschetta.

E il quarantesimo anniversario della morte di Rossellini è stato ricordato con una piccola ma significativa retrospettiva e la proiezione di “12 schegge” (brani di film, pezzi di interviste) rosselliniane.

Rossellini, come ci ricorda in catalogo Fulvio Baglivi, “è l’ultimo umanista, crede disperatamente nell’uomo in quanto essere capace di pendolare tra l’orrore e il sublime,, prova a farsi carico del mondo intero come Atlante, a portarci oltre confine come l’Ulisse dantesco”.

Ho potuto apprezzare, dopo tanti anni sul grande schermo, il film “Paisà” ( 1946 ), che certamente possiamo considerare, tra i suoi tanti film, come un vero e proprio “manifesto del neorealismo”.

Nella mattinata di venerdì 23 giugno, una interessante tavola rotonda è stata dedicata a Roberto Rossellini, introdotta da Bruno Torri che è il presidente del Comitato scientifico della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, ma anche uno dei padri fondatori di questo ormai storico Festival.

Ed è stato proprio Bruno Torri a ricordare che Rossellini ha collaborato con la Mostra nei primi tre anni e che nel cinema non vi è solo il “linguaggio”, ma soprattutto il “discorso”. Rossellini –ha affermato Torri – “guardava al tutto, al mondo, alla storia, all’uomo”.

Lo studioso di cinema Adriano Aprà ha voluto sottolineare come il cinema di Rossellini si presenta come una vera e propria “enciclopedia storica” che inizia con il film “Viva l’Italia” ( 1960 ), girato anche a Messina.

Secondo Aprà, Rossellini è stato un “apripista”, ha prefigurato i Dvd e il web.

I suoi film “adottano una forma primitiva”, che troviamo nel cinema delle origini.

Nei suoi “film storici” ( alcuni, come “La presa del potere da parte di Luigi XIV” ( 1966 ) e “Cartesius”, 1973, sono stati ripresentati a Pesaro ), le sue inquadrature – puntualizza Aprà – sono di grande intensità. La “forma enciclopedica”, oggi troverebbe spazio nel web.

Rossellini inoltre, ha sottolineato sempre Aprà, credendo nella cultura pedagogica applicata al cinema, è stato il primo ad usare la televisione.

Un intervento di particolare rilievo è stato quello del gesuita Virgilio Fantuzzi, il quale ha affermato che >Rossellini è stato un grande utopista e che nella sua opera vi è una grande compattezza, sottolineando che in essa non c’è soluzione di continuità. Per Fantuzzi ( e la sua teoria è del tutto condivisibile ), nell’opera cinematografica di Rossellini vi è “una straordinaria unità tematica”; vi è la “lotta dell’uomo per la libertà”. La lotta che vediamo in “Roma città aperta” ( 1945 ) è presente in tutte le sue opere.

Puntualizza Fantuzzi: “lotta contro l’oppressione, ma anche contro la dittatura economica e la doppia verità. Lotta per la libertà dall’ignoranza”, ma anche “l’intelligenza applicata a tutta la macchina del cinema”.

Fantuzzi ha voluto sottolineare come la “lotta titanica per la libertà dell’uomo” sia particolarmente evidente nel film “Giovanna d’Arco al rogo” ( 1954 ) ma anche in “Stromboli terra di Dio” ( 1949 ) quando Karin ( la Bergman ) comprende la libertà sulla cima del vulcano a contatto con Dio.

Renzo Rossellini, figlio di Roberto, ha intrattenuto il numeroso pubblico su tanti ricordi e aspetti della vita del padre.

Tanti aspetti della vita e dell’opera rosselliniana sono stati messi in evidenza e sono certamente da prendere in considerazione se riflettiamo sulla realtà politica dell’oggi e sulla mancanza di incisività del cinema contemporaneo.

Dalle varie analisi sull’opera di Rossellini viene fuori, in maniera netta, che il regista è stato sempre in sintonia con la sua contemporaneità. Potremmo anche dire che fu l’artista della quotidianità.

E’ stato ricordato che Rossellini, durante l’assurda guerra americana in Vietnam, scrisse una lettera al papa Paolo VI perché andasse ad Hanoi al fine di bloccare i bombardamenti americani in Vietnam.

E certamente fu un uomo di pace, avendo visto ben due guerre mondiali, essendo nato nel 1906.

E fu un uomo conteso, fra le due ideologie “forti” dominanti in Italia: quella che potremmo definire “cattolica” e quella soxcialcomunista. Questo è certamente evidente nelle figure del prete e del comunista in “Roma città aperta”.

Ma Rossellini è stato anche fortemente europeista perché l’Europa unita poteva e doveva essere un segnale universale di pace dopo le catastrofi delle due guerre mondiali.

Il grande tema del perdono, ai nostri giorni evidenziato come centrale da papa Francesco, viene certamente posto nel film “Germania anno zero” ( 1948 ), non a caso poco apprezzato nelle sale italiane.

Non dimentichiamo che nel nostro Paese, anche oggi, una subcultura qualunquista e fascista è rimasta sotto traccia e spesso affiora nelle elucubrazioni di questo o quell’uomo politico, soprattutto in quelli che si proclamano “nuovi” o “post-ideologici”.

Per i film in concorso è risultato vincitore il film italo-cinese “The first shot” ( 2017 ) dei registi Yan Cheng e Federico Francioni.Ma, sui film visti, mi soffermerò in un prossimo articolo.

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