Più università, più turismo

di Marialuisa Stazio (Roars)

 

Guglielmo Forges Davanzati, su «Micromega» del 15 novembre 2013, ha pubblicato un articolo dal titolo: “Più turismo, meno università“. Che la distruzione dell’università italiana corrisponda a una precisa scelta politica è una convinzione ormai sempre più condivisa. Quello che, però, stupisce è che non si consideri quanta ricerca scientifica sia necessaria a conservare, tutelare e valorizzare un patrimonio storico, artistico, naturale e paesaggistico. Qualcuno penserà: se si può guadagnare facilmente e velocemente vendendo Coca Cola al triplo del suo prezzo agli escursionisti di passaggio, perché spendere soldi e fatica per curare territorio e memorie? Ma il turismo non è necessariamente questo, così come l’heritage non è un giacimento petrolifero. Abbandonando il territorio allo sfruttamento si diventa senza dubbio un paese di camerieri. Ma anche perché si è stati il Paese dove nessuno ha avuto, e sostenuto, un’idea diversa.

Guglielmo Forges Davanzati, su «Micromega» del 15 novembre 2013, ha pubblicato un articolo dal titolo: Più turismo, meno università, del quale riporto l’abstract:

Da Giulio Tremonti a Mariastella Gelmini e a seguire, si è detto che i tagli al sistema formativo sono necessari per ragioni di bilancio. Si tratta di una tesi palesemente falsificata dal fatto che, nell’intero settore del pubblico impiego, le maggiori decurtazioni di fondi sono state subìte proprio da scuole e università. Si è, dunque, in presenza di una scelta di ordine puramente politico, non dettata da ragioni “tecniche”. Scelta di ordine politico che ha a che vedere con il modello di specializzazione produttiva al quale si intende portare l’Italia. Se è questa la linea che si intende perseguire, non sorprende che alla “desertificazione produttiva” del Paese (già in atto) debba far seguito la sua “desertificazione universitaria”. Ed è quanto, in larga misura, si è già realizzato.

Sono dichiarazioni che mi trovano completamente d’accordo. Non fosse che per il titolo dell’articolo e per l’affermazione secondo la quale questa “scelta di ordine politico” ha a che vedere “con il modello di specializzazione produttiva al quale si intende portare l’Italia”.

Che la distruzione dell’università italiana corrisponda a una precisa scelta politica è una convinzione ormai sempre più condivisa. Almeno da quanti – come me – lavorano e sono fieri di lavorare nell’università pubblica, considerandola nelle sue molte e diverse funzioni, non ultime quelle di permettere e promuovere la mobilità sociale e la crescita culturale complessiva del Paese. Che questa distruzione corrisponda a un’opzione a favore di politiche orientate al turismo, è cosa della quale mi permetto di dubitare. E anzi di controbattere. Tornando – come d’altra parte fa lo stesso Forges Davanzati – un po’ indietro nel tempo, e ricordando una famosa ‘uscita’ di uno dei più ascoltati economisti italiani, il prof. Luigi Zingales il quale, durante la puntata di Servizio Pubblico del 15 novembre 2012 aveva affermato:

Ci sono un miliardo e quattro di cinesi e un miliardo d’indiani che vogliono vedere Roma, Firenze e Venezia. Noi dobbiamo prepararci a questo. L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro nel turismo.

La posizione di Zingales, venne all’epoca giustamente e fondatamente attaccata da Marco Cattaneo – laureato in fisica con lode e stimatissimo giornalista scientifico – nell’editoriale del numero di «Le Scienze» del dicembre 2012. Nell’articolo Cattaneo rivendica l’eccellenza della ricerca italiana e del sistema di alta formazione che la sostiene. E, dunque, come già per l’articolo di Forges Davanzati, anche in questo caso non ho niente da eccepire.

Non fosse che per il titolo, richiamato anche nella “coda” dell’articolo, che qui riporto:

Perché c’è chi crede che sia un preciso dovere della politica dare risposte solide alla domanda di sviluppo. Perché c’è chi ancora non si rassegna a diventare un paese di camerieri.

Mentre Cattaneo pare dimenticare, o omettere, che i “camerieri” hanno purtuttavia una loro professionalità specifica e complessa (per raggiungere la quale esistono cicli di formazione specifici), Forges Davanzati, quantunque in nota e con un certo tono di riprovazione, sottolinea come la “scelta di ordine politico” relativa al “modello di specializzazione produttiva al quale si intende portare l’Italia” sia stata “assecondata da molte Università tramite il proliferare di corsi di laurea in Scienze del Turismo et similia“. Quello che, invece, evidenzia – ancorché, di nuovo, in nota – è che

Va rilevato che gli studi empirici sull’ipotesi di crescita trainata dal turismo sostanzialmente concordano nel ritenere questa ipotesi suffragata per i Paesi in via di sviluppo. Nel caso di Paesi con tradizione industriale, per contro, si rileva che politiche fortemente orientate a generare una struttura produttiva orientata al turismo sperimentano, di norma, bassi tassi di crescita (http://www.rcfea.org/RePEc/pdf/wp41_09.pdf).

Che un’opzione di sviluppo turistico-culturale non possa, da sola, sostenere l’economia di un territorio grande e complesso e garantire alti tassi di crescita e che – soprattutto – non possa rappresentare una accettabile alternativa alla desertificazione produttiva già in atto nel Paese è cosa che mi trova sostanzialmente d’accordo (fatta, forse, eccezione per quelle zone del Paese che sono sempre rimaste produttivamente deserte).

Quello che, però, mi stupisce è che né Cattaneo, né Forges Davanzati considerino quanta ricerca scientifica sia necessaria a conservare, tutelare e valorizzare un patrimonio storico, artistico, naturale e paesaggistico tale per cui “un miliardo e quattro di cinesi e un miliardo di indiani (…) vogliono vedere Roma, Firenze e Venezia”, né di come un sistema turistico oltre che di camerieri abbia bisogno di strategie (e, dunque, anche di ricerca). E non solo di ricerca umanistica, ma scientifica (comprese le biotecnologie, utilissime nella conservazione e nel restauro e anche – immagino – per la tutela dell’equilibrio ecosistemico).

E mi sorprende che non ricordino che, già oggi, moltissimi ricercatori si stanno dedicando a questo lavoro. Dall’Opificio delle Pietre Dure al Visual Computing Lab, dall’Enea, al CNR, all’Università, da molti anni, molte donne e molti uomini – incompresi, inascoltati, marginalizzati, mortificati, definanziati – cercano e trovano mezzi e soluzioni, spesso notevolmente all’avanguardia, per la conservazione, la tutela e la valorizzazione dei patrimoni artistico-culturale, naturale e paesaggistico che sono alla base dell’attrattività turistica del nostro Paese.

Quel che poi il nostro Paese riesca a fare (o, meglio, a non fare) di questi sforzi è altro discorso.

Anzi no. Probabilmente fa proprio parte dello stesso discorso: di un’impostazione culturale, di una lacuna critico-categoriale che non riesce a cogliere la complessità della direttrice economica turistica. E quanto essa sia profondamente intrecciata con la produzione artistica e culturale (basti qui ricordare i modelli ‘virtuosi’ di rapporto enumerati da Mossetto nel suo Economia delle città d’arte).

Evidentemente, si fa ancora fatica a riconoscere la qualità industriale – economica e produttiva, ma anche portatrice di nuova organizzazione del lavoro, di nuovi modi di produzione, di nuove figure sociali – delle industrie della cultura e del turismo. Che sono, invece, settori economici. E in quanto tali, e al pari di altri, necessitano di pensiero strategico e di politiche industriali. E di conoscenze quali solo l’università può formare.

Vero è che la creazione di componenti fondamentali del nostro prodotto turistico (ad esempio, tutti quelli legati alla cultura e alla comunicazione: immagine, notorietà, differenziazione, promozione) è avvenuta ed avviene grazie alla domanda e nei circuiti di produzione culturale legati a questa domanda: artistici, letterari, scientifici e, più recentemente, mediatici (dai rotocalchi, al cinema, alla televisione). La maggioranza degli imprenditori turistici (vi sono anche qui, come ovunque, lodevoli eccezioni) è salita e sale come free rider su questa valorizzazione sociale multilivello del prodotto turistico.

Che la valorizzazione turistica sia un problema dell’offerta è, infatti, pensiero recente in tutto il nostro Paese. Alcuni luoghi di grande interesse turistico hanno visto diventare il loro suolo prezioso più dell’oro soltanto perché gli abitanti avevano appreso a servire i capricci e le eccentricità di un popolo nomade di ricchi oziosi, i quali – molto spesso – hanno provveduto da soli a garantirsi il livello di confort al quale erano abituati. In gran parte delle nostre città d’arte e dei nostri litorali, in assenza di strategie e di politiche, comportamenti immediatamente redditizio e non sanzionati dal mercato (e poco dallo Stato), sono stati non solo ampiamente praticati, ma considerati razionali.

Se si può guadagnare facilmente e velocemente vendendo Coca Cola al triplo del suo prezzo agli escursionisti di passaggio, perché spendere soldi e fatica per curare un territorio e memorie che non interessano gli avventori? Se i villeggianti (anch’essi evidentemente “in debito” di cultura, di cultura civica, ma anche di cultura ambientale) accettano di pagare a un imprenditore privato il godimento di ciò che è pubblico – mare, cielo, paesaggio – e non boicottano comportamenti come abusivismo e inquinamento, perché meravigliarsi se l’imprenditore trova logico (oltre che conveniente) godere della rendita e sversare nel comune le esternalità negative?

In breve, nelle località turistiche del nostro Paese, il principio secondo il quale chi beneficia gratuitamente di esternalità rimane sotto il livello di efficienza che raggiungerebbe se dovesse corrispondere un prezzo di mercato, viene ancor più enfatizzato da una propensione a godere delle rendite della natura e della storia derivata da un “modello di sviluppo” che ha consentito profitti molto alti a fronte di investimenti minimi (e, specialmente nel passato, a volte nulli).

Ma il turismo non è questo (o, almeno, non è necessariamente questo), così come l’heritage non è un giacimento petrolifero. D’altronde anche per i giacimenti petroliferi ci sono diversi modi di sfruttamento: si può fornire il greggio ad altri (cosa che richiede investimenti relativamente bassi), o si può raffinarlo. La seconda opzione innesta processi di crescita, la prima prospetta un esaurimento del “giacimento” che lascia alcuni molto ricchi e altri senza alcun mezzo di sostentamento. Temo sia chiarissimo quale è il modello che la nostra politica sta scegliendo o ha già scelto. Il che non vuol dire, però, che gli intellettuali e gli studiosi debbano (sia pure implicitamente) considerarlo l’unico possibile.

Abbandonando il territorio a questo tipo di sfruttamento, si diventa senza dubbio un paese di camerieri. Ma anche perché si è stati il Paese dove nessuno ha avuto, e sostenuto, un’idea diversa.

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