Chiudere le università di Messina, Bari e Urbino? Perché non la Bocconi?

di Giuseppe De Nicola e Antonio Banfi (Roars)

Chiudere le università di Messina, Bari e Urbino perché stanno in fondo alle classifiche dell’ANVUR. È questa la proposta shock di Francesco Giavazzi, che sembra prigioniero di una ossessione placabile solo con la chiusura di corsi di laurea e sedi universitarie. Per giustificare questa ossessione, anno dopo anno Giavazzi ha dipinto un’Italia immaginaria, traboccante di sedi e professori universitari che offre un’università quasi gratuita ai suoi giovani. Una visione fantasiosa, alla luce della quale si potrebbe accogliere con comprensiva tolleranza anche l’ultimo sfogo del professore bocconiano. Tuttavia, ci sembra un brutto segnale che Giavazzi cominci a contraddire se stesso, scrivendo cose incoerenti con le sue precedenti dichiarazioni. Ci preoccupa anche che non abbia valutato fino in fondo  le conseguenze a cui va incontro chi presta troppa fede alle classifiche dell’ANVUR. Se prosegue su questa strada, dovrà chiedere non solo la chiusura di importanti corsi del Politecnico di Milano ma anche dei bienni magistrali e dei dottorati della Bocconi. Meglio avvertirlo prima che sia troppo tardi.

______________________________

In un articolo del 19 agosto sul Corriere della Sera, intitolato “La ragnatela corporativa”, il Prof. Giavazzi discetta delle ulteriori e più efficaci misure che il Governo Letta dovrebbe mettere in campo. Concludendo l’articolo, egli afferma:

Crederò che il governo sia impegnato a ridurre le spese quando Letta e Saccomanni si recheranno a Saluzzo, uno dei tribunali accorpati, per convincere i cittadini che togliere l’Imu richiede anche la chiusura di tribunali in eccesso, malgrado le proteste corporative degli avvocati. O a Bari, Messina, Urbino e a spiegare che la chiusura di quelle tre università (in fondo alla classifica dell’Anvur) è nell’interesse dei loro figli. Non è frequentando una fabbrica delle illusioni che ci si costruisce un futuro.

C’è chi si è indignato per la provocatoria proposta di chiudere tre atenei, bollati come “fabbriche delle illusioni”. Il nostro approccio è diverso. Per dare il giusto peso alle affermazioni di Giavazzi, ci sembra necessario inquadrarle nel contesto della sua pluriennale attività di editorialista, evidenziando gli aspetti di continuità, ma anche le eventuali contraddizioni. Infine, non potremo esimerci dal mettere in guardia il Professore dalle conseguenze che potrebbe avere, anche nei confronti della sua stessa università,  l’utilizzo delle classifiche VQR come metro di giudizio per decidere chiusure e declassamenti.

1. La magnifica ossessione

Chi legge gli editoriali di Francesco Giavazzi non può fare a meno di notare che il suo autore è preda di una sorta di ossessione per la chiusura di università e corsi di laurea. Un’ossessione così potente da diventare addirittura criterio di giudizio:

Se a errori ripetuti per decenni si vuol rimediare in un giorno c’è un solo modo: chiudere i corsi di laurea. […] In luglio il Senato ha approvato la riforma dell’università. Non è una legge ideale, ma va dato atto al ministro Gelmini di aver fatto un importante passo avanti. La legge riconosce che i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse

F. Giavazzi: Un paese fuori corso, Corriere della Sera, 24-10-2010

Insomma, una legge, per quanto imperfetta, è comunque pregevole a patto che contempli la chiusura di corsi di laurea o di interi atenei. Per giustificare la sua ossessione quasi neroniana nei confronti dell’istruzione universitaria, Giavazzi ha finito per costruirsi una realtà parallela, che poco o nulla ha a che fare con l’Italia del terzo millennio. Nella realtà che ci tocca vivere tutti i giorni, l’Italia è una delle nazioni con un numero relativamente basso di università per milione di abitanti.

Nell’universo parallelo di Giavazzi, invece, moltitudini di professori universitari popolano i suoi incubi al  punto di fargli affermare:

Che nell’università ci siano troppi professori è un fatto

F. Giavazzi: Un paese fuori corso, Corriere della Sera, 24-10-2010

Evidentemente, nessuno dei suoi colleghi si é sentito di  contraddirlo facendogli notare che su 26 nazioni considerate dall’OCSE solo 5 nazioni hanno un rapporto studenti/docenti superiore a quello italiano. Dato che Indonesia e Arabia Saudita sono paesi non-OCSE, l’Italia risulta essere quart’ultima tra i paesi OCSE per numero di docenti universitari rapportato agli studenti. Se invece ci riferiamo alla percentuale di docenti e ricercatori universitari sul totale degli occupati, è ancora l’OCSE a dirci che nel 2007 eravamo terzultimi su 20 nazioni considerate.

Nell’incubo ad occhi aperti in cui vive Giavazzi, in Italia esistono ben 100 università e, ancor peggio,

tutte e 100 le nostre università offrono, oltre ai corsi di triennio, corsi di biennio e di dottorato.

F. Giavazzi, Interventi e repliche, Corriere della Sera, 6-11-2010

Di nuovo, nessun collega deve aver avuto cuore di fargli notare che bastavano un paio di clic per verificare che  il numero totale degli atenei non era 100, ma era pari a 89 di cui 61 statali e 28 non statali, tra i quali vi erano 11 atenei telematici.

Attualmente, in Italia contiamo 96 atenei: 67 atenei statali tra cui 58 università e 9 Istituti speciali (Scuola Normale di Pisa, Università per stranieri di Perugia, etc) e 29 atenei privati tra cui 11 università telematiche. Non avendo obiettato sul numero, a maggior ragione i colleghi si guardano bene dal dirgli che le telematiche non offrono corsi di dottorato e che, di norma, gli istituti speciali non offrono corsi triennali e bienni magistrali.

Bisogna però dire che l’Italia immaginaria di Giavazzi avrebbe anche i suoi aspetti positivi. Infatti, la grandissima maggioranza degli studenti e delle loro famiglie preferirebbero vivere in un  paese in cui c’è

un’università quasi gratuita

F. Giavazzi: Un paese fuori corso, Corriere della Sera, 24-10-2010

Purtroppo, quando alla mattina si destano dai loro sogni, devono fare i conti con le più alte tasse universitarie in Europa dopo Regno Unito e Paesi Bassi, mentre siamo tra gli ultimi come percentuale di beneficiari di interventi a sostegno del diritto allo studio.

Però, l’isolamento di Giavazzi nei confronti delle statistiche nazionali e internazionali non è totale e la sua ossessione mostra qualche incrinatura. Nel 2010 ha persino ammesso che

In Italia il numero di studenti che prosegue gli studi oltre la scuola secondaria è più basso che altrove: ci vorrebbero più studenti iscritti ai corsi triennali.

F. Giavazzi, Interventi e repliche, Corriere della Sera, 6-11-2010

L’ammissione non era stata spontanea. Infatti, gli era stato fatto notare (non da un bocconiano – ai colleghi di Via Sarfatti va dato atto di avere una certa inclinazione ad assecondarlo) che l’Italia è agli ultimi posti tra i paesi OCSE come  percentuale di laureati e persino ultima in Europa.

Ma è stato solo un momento di incertezza da cui Giavazzi si è prontamente ripreso:

Siamo sicuri che questo paese davvero abbia bisogno di più laureati? Io non lo so, ma prima di affermarlo mi chiederei se il sistema tedesco dell’apprendistato che accompagna i giovani dalla scuola al lavoro non sia più efficiente …

F. Giavazzi: Se Bersani fa scuola, lavoce.info, 28-11-2012

 

2. Classifiche VQR: Messina batte Milano-Politecnico, Bocconi KO

Molti si sono indignati per la richiesta di chiudere tre atenei. Avendo ormai imparato a conoscere Giavazzi e la sua ossessione, noi non siamo tra quelli; piuttosto abbiamo accolto questo ennesimo sfogo con comprensiva tolleranza. Se si trova a suo agio nel mondo immaginario che si è costruito, perché disturbarlo?

Tuttavia, ci sembra un brutto segnale che Giavazzi cominci a contraddire se stesso, scrivendo cose incoerenti con le sue precedenti dichiarazioni. Ci preoccupa anche che non abbia valutato fino in fondo  le conseguenze di quello che scrive. Se prosegue su questa strada, dovrà chiedere non solo la chiusura di importanti corsi del Politecnico di Milano ma anche dei bienni magistrali e  dei dottorati della Bocconi. Meglio avvertirlo prima che sia troppo tardi.

Andiamo per punti.

1. La classifica dell’ANVUR è una classifica fondata sulla valutazione della qualità della ricerca (VQR). Essa non dice nulla riguardo alla didattica. Il che significa che, sulla base della sola VQR, Giavazzi non avrebbe ragione di definire i tre atenei in questione come “fabbriche di illusioni”. Qualcuno potrebbe obiettare che non può esserci buona didattica senza buona ricerca – tesi del tutto degna di considerazione – ma contraddetta da Giavazzi stesso:

Se parliamo di università che offrono solo corsi di triennio, 100 sono probabilmente poche, non troppe. In Italia il numero di studenti che prosegue gli studi oltre la scuola secondaria è più basso che altrove: ci vorrebbero più studenti iscritti ai corsi triennali. […] Prima di dire che si spende troppo poco per l’ università, occorre avere il coraggio di ammettere che delle nostre 100 università solo una ventina possono ambire alla categoria di «research universities»

F. Giavazzi, Interventi e repliche, Corriere della Sera, 6-11-2010

Insomma, se da un lato solo una ventina di università possono ambire a porre la ricerca tra le proprie missioni principali, questo non vuol dire che le altre debbano essere chiuse; al contrario, c’è bisogno di incrementare il numero di università. Una tesi che mal si accorda con la richiesta di chiudere tre atenei solo perché stanno in fondo ad una classifica ANVUR che valuta esclusivamente la ricerca.

2. Giavazzi è laureato in ingegneria al Politecnico di Milano. Ebbene, nelle aree di Architettura e Ing. Industriale e dell’Informazione  le classifiche VQR dell’ANVUR danno i seguenti risultati:

Area 8b – Architettura
Messina: 12° su 39 atenei (22,73% di valutazioni eccellenti)
Politecnico di Milano: 13° su 39 atenei (8,88% di valutazioni eccellenti)

Area 9 – Ing. Industriale e dell’Informazione
Messina: 10° su 56 atenei (64% di valutazioni eccellenti)
Politecnico di Milano: 16° su 56 atenei (61,54% di valutazioni eccellenti)


Se Giavazzi davvero si fida delle classifiche ANVUR (che forse non ha letto con cura), cosa dovrebbe pensare e dire dei ricercatori di architettura e, ancor di più, di quelli di ingegneria industriale e dell’informazione del Politecnico di Milano, che non riescono nemmeno a tenere il passo dei colleghi del vituperato ateneo messinese destinato alla chiusura? Che sia il caso di suggerire alle aspiranti matricole per quelle discipline di costruirsi un futuro iscrivendosi altrove?

3. Le classifiche degli atenei prodotte dall’ANVUR sono state approfonditamente discusse e il loro effettivo valore è stato piú volte contestato su queste pagine, mostrandone le incongruenze e la variabilità. Evidentemente, Giavazzi non è al corrente delle critiche oppure, ritenendole infondate, ripone piena fiducia nelle classifiche VQR dell’ANVUR.

Assecondiamolo fino in fondo e facciamo un esperimento. Abbiamo già visto che, secondo Giavazzi,

delle nostre 100 università solo una ventina possono ambire alla categoria di «research universities»

Diamo per buone le classifiche VQR, e affidiamoci alla classifica degli “atenei al top” (sic) per individuare i venti atenei che possono ambire alla categoria di “research universities”.

La “top 20″ delle università italiane secondo i criteri ANVUR (fare clic per ingrandire). La classifica è stata ottenuta con una semplice operazione di riordinamento effettuata sul foglio Excel fornito dall’ANVUR che contiene tutti i dati necessari per costruire le classifiche delle “università al top”. Gli atenei sono stati ordinati in base ai criteri dichiarati dall’ANVUR: “La graduatoria premia le strutture che hanno lo scarto maggiore tra il numero di aree “azzurre” e “verdi” e il numero di aree “rosse”. Nei casi di ex equo [sic], è stato considerata come migliore la struttura che ha il numero maggiore di aree “verdi””. In caso di ulteriore ex-aequo, sono state considerate migliori le strutture con minor numero di aree rosse, facendo infine ricorso all’ordine alfabetico nei casi non risolti. Seguendo il suggerimento di Giavazzi, le università che non rientrano nelle top 20, andrebbero declassate a “teaching universities”. Previa chiusura dei loro dottorati e dei loro bienni di laurea magistrale, alle università declassate sarà consentito offrire solo corsi di laurea triennali. Tra le escluse “eccellenti”: Pisa, Bocconi e Politecnico di Torino.

_______________________

Cosa scopriamo? Bolzano (sesta: complimenti!) e la LUISS (20-esima) ce la fanno, mentre viene bocciata la Bocconi (24-esima) e anche Pisa (22-esima), nonostante il suo Rettore Augello vada fiero del primo posto tra le italiane secondo la classifica ARWU. Il Politecnico di Milano (18-esimo) e la Normale di Pisa (19-esima) si salvano per poco,  mentre il Politecnico di Torino verrebbe declassato a “teaching university”, una sorta di contrappasso per il suo ex-professore e attuale responsabile della VQR, Sergio Benedetto. Seguendo alla lettera le raccomandazioni di Giavazzi, per le università bocciate,

i corsi di biennio e dottorato andrebbero chiusi e quei professori riallocati ai corsi triennali

F. Giavazzi, Interventi e repliche, Corriere della Sera, 6-11-2010

Giavazzi, che insegna alla Bocconi, sarebbe uno dei professori da riallocare.

3. Le pazze classifiche sempre più pazze

Di fronte a questi paradossi, qualcuno potrebbe obiettare che non ha senso confrontare atenei di dimensioni diverse: si tratta di un caveat che ci sentiamo di condividere appieno, tanto più che ROARS vi ha dedicato un post pubblicato ancor prima che uscissero i risultati della VQR. Tuttavia, è proprio l’ANVUR a minimizzare il ruolo della dimensione per quel che riguarda le prestazioni degli atenei:

sembra che in tutte le aree vi sia una forte dispersione della qualità, anche per gli atenei di maggiori dimensione [sic] (che raggiungono a volte risultati molto buoni e altre volte risultati meno buoni).

Sergio Benedetto e Roberto Torrini
http://www.lavoce.info/una-valutazione-molto-chiara/

Triplicare le classifiche, distinguendo tra atenei piccoli, medi e grandi, non scioglie i nodi: i problemi si ripropongono tali e quali all’interno dei tre segmenti dimensionali. Infine, è stata proprio l’ANVUR con le sue  classifiche “double face”, una prima versione nei documenti ufficiali ed un’altra per la stampa, a mostrare come gli spostamenti delle linee di demarcazione influenzano le classifiche in modo decisivo. Sarà l’ANVUR a decidere della vita e della morte dell’uno o dell’altro ateneo grazie ad accorti aggiustamenti dei segmenti dimensionali?

E che senso ha costruire una classifica contando le “medaglie” (i bollini azzurri e verdi) conseguite nelle diverse aree scientifiche mettendo in competizione atenei generalisti, che concorrono in tutte le aree scientifiche, con atenei specialistici – per esempio i Politecnici, ma anche la Bocconi – che concorrono in un numero necessariamente limitato di aree? Non ha nessun senso, ma, di nuovo, queste sono le regole in base alle quali l’ANVUR ha sfornato le sue classifiche di “università al top”, destinate a riempire le pagine di tutti i giornali.

A scanso di equivoci: i confronti che abbiamo proposto sono un divertissement a cui non attribuiamo alcun valore se non il merito di evidenziare le assurdità a cui va incontro chi prende sul serio le classifiche fai-da-te dell’ANVUR. Uno degli autori ha un figlio che frequenta il Politecnico di Milano e non è stato minimamente turbato dal sorpasso di Messina, ma ha solo avuto un’ulteriore conferma del conto in cui vanno tenuti numeri e classifiche prodotti dall’ANVUR.

Ma torniamo a Giavazzi. Prima di chiedere a gran voce la chiusura di tre atenei, due dei quali sono fra le più grandi e antiche università italiane, sarebbe bene esaminarne la funzione formativa e porsi l’obiettivo di migliorarne la produttività scientifica. Forse la valutazione dovrebbe servire anche a questo. Oppure al termine del prossimo esercizio VQR dovremmo chiudere altre tre università classificate ultime  e così via, fino a lasciarne una sola?

_____________

Post scriptum: Il prof. Giavazzi merita comunque un ringraziamento per aver chiarito ancora una volta quanto il gioco delle classifiche sia insidioso. Probabilmente gli saranno meno grati gli atenei che vedranno il danno d’immagine da loro subito (“fabbriche di illusioni”) trasferirsi sulle immatricolazioni, con conseguente danno finanziario. A questo proposito non é forse inutile ricordare che in altri paesi più maturi e adusi agli esercizi di valutazione, è capitato che gli atenei si rivalessero in sede legale per l’uso non appropriato dei dati.

Nota sui dati. Non si capisce bene a quale classifica ANVUR Giavazzi faccia riferimento. Per gli Atenei (“strutture” nel gergo VQR) ci sono due classifiche.
  1. Nelle classifiche per la stampa “dimensioni-qualità” [basate sull’indicatore IRFS1]  in effetti Bari e Messina occupano le ultime due posizioni tra i grandi atenei, ma Urbino è seguito dall’ateneo dell’Aquila tra le medie. Ci sono poi almeno 7 atenei piccoli che hanno indicatori peggiori di dell’Aquila e di Urbino. Ci sembra poco plausibile che Giavazzi abbia indicato le ultime due università nella classifica delle grandi e la penultima delle medie, salvando  l’ultima delle grandi e molte piccole. Probabilmente, Giavazzi non sa che esistono due versioni di questa classifica, dato che quella riportata nella Tabella 6.10a (p. 308) nel file Tabelle del Rapporto Finale, è diversa da quella per la stampa a causa di una diversa formula di aggregazione delle valutazioni nelle 16 aree scientifiche. È istruttivo notare che nel rapporto finale, nessuna delle tre  università che Giavazzi vuole chiudere sta nelle ultime tre posizioni. Più precisamente, se si riordina la Tabella 6.10a in base a IRFS1, ecco l’elenco delle peggiori università (partendo dall’ultima e proseguendo con la penultima e così via)

Classifica dimensione-qualità costruita in base alla Tabella 6.10a del Rapporto Finale VQR. La percentuale di miglioramento confronta l’Indicatore di Ricerca Finale di Struttura IRFS1 (espresso come % nazionale) con la % di prodotti attesi.

______

Se era questa, la classifica che aveva in mente, le ultime tre non coincidono con quelle indicate da Giavazzi, anche volendo risparmiare le universtità telematiche e quelle private.

[NOTA: a causa di una nostra errata interpretazione della colonna IRFS1 della Tabella 10.6a, nella prima versione dell’articolo, avevamo riportato una classifica che vedeva tra i peggiori alcuni atenei che, pur avendo il “bollino rosso” (secondo l’ANVUR) stanno nella parte intermedia della “classifica dimensione-qualità”. Ce ne scusiamo con i lettori]

2. Nelle cosiddetta classifica delle “Università al top” diffuse alla stampa, Messina è ultima (32/32) tra le grandi, ma  Bari è al 27° posto;  tra le medie, Urbino è all’ultimo posto (38/38), ma ex aequo con Napoli Parthenope; e poi c’è l’ultima delle piccole (Roma Marconi). Di nuovo, ci sembra poco plausibile che Giavazzi abbia usato questa classifica.

Infine, in nessuna delle classifiche pubblicate sul libricino (pardon instant book) del Corriere della Sera Bari, Urbino e Messina sono nelle ultime tre posizioni. Visto il profluvio di classifiche, non è che ANVUR ne ha predisposta appositamente una per gli editoriali di Giavazzi?

Social

Related Articles

Un commento a "Chiudere le università di Messina, Bari e Urbino? Perché non la Bocconi?"

Commenta

Invia commento